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La voce di George ti travolgeva come un treno

Addio a Michael, l'interprete più elegante e dotato del pop contemporaneo. Inizialmente snobbato dalla critica, poi acclamato come un grande
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Aprile 1992, con un gruppo di amici stiamo guardando su Videomusic il Memorial di Freddy Mercury, morto qualche mese prima. Abbiamo tutti sui vent’anni e, quando viene annunciato che ora saliranno sul palco Lisa Stanfield con George Michael, alcuni di noi, rocker di incrollabile fede, vengono colti da un attimo di sconcerto: cosa c’entra quel figurino patinato che fino a qualche anno prima cantava (quello che noi erroneamente ritenevamo essere) un pop leggero con gli Wham tutto «bassi slappati e tastiere computerizzate» con il rock tosto e immortale dei Queen?

Forte del mio essere un musicista in divenire, azzardo una previsione: «Adesso tira fuori la voce da coatto greco (il suo vero nome si pronuncia Georghios Kyriacos Panayotou) che è nel suo Dna e mette in riga tutti».
Per prima eseguono These are the days of our lives in maniera gradevole. Lui canta bene, le e la prestazione non ha nulla da invidiare a quella di David Bowie e Annie Lennox che si sono appena esibiti con Under pressure, poi Lisa Stanfield si accomoda e resta solo lui sul palco per la (ora) celeberrima versione di Somebody to love che in cinque minuti spazza tutti i pregiudizi possibili di chi non lo credeva all’altezza di quell’eredità e soprattutto dei miei amici rocker di incrollabile fede, che restano a bocca aperta, attoniti, storditi. Come se un treno fosse passato sulla loro testa.


Bisogna sempre portare gratitudine alle “prime volte” che poi ci fanno crescere e trovare la nostra strada. Mi piacerebbe, per esempio, raccontarvi che la prima volta che sono andato al cinema con gli amici in seconda media fossi andato a vedere una commedia sofisticata tipo Il grande freddo. E invece no, la prima volta fu Vacanze di Natale, il primo, quello vero. L’unico. E fu divertentissimo. Prendere l’autobus, incontrare i miei compagni di scuola a piazza Pio XI, andare al cinema insieme, le battute nostre a commento, la gara di rutti.
Insomma se poi ho passato anni a vedere tutto ciò che è stato prodotto da Intolerance al 2003, anno in cui è nato il mio primo figlio e ho interrotto quasi totalmente la mia frequentazione col grande schermo, ma in cui ho macinato migliaia di ore guardando un’infinità di film di registi tanto celebrati quanto di altri oscuri e di nicchia, la mia gratitudine andrà sempre ai fratelli Vanzina per aver reso così piacevole quel sabato pomeriggio.
Al pari la mia formazione musicale cominciò con una cassetta di quartetti di Haydn che ascoltai per tutta la seconda e terza elementare. Poi in quarta e quinta torturai la mia famiglia con un disco, che avevo preso in prestito dalla mia vicina Bavarese, di Franz Lang: l’Elvis dello Yodel tirolese.
I primi due anni di medie furono ad appannaggio dei Beatles. Quando in terza mi regalarono per natale una tastiera di quelle che si vendevano nei negozi di elettrodomestici decisi, per la prima di innumerevoli volte nella mia vita, di aprirmi alla contemporaneità e cercare di capire cosa stesse succedendo nel panorama musicale.
Era il 1985, Clizia Currado voleva sposare Simon Le Bon e il mondo era ancora tristemente diviso in due. Per noi studenti delle medie questa divisione si esplicava nell’essere seguaci dei Duran o degli Spandau. Gli Wham erano il terzo incomodo che più o meno mettevano d’accordo tutt’e due le fazioni, un po’ come gli Who tra Beatles e Stones o Haydn tra Mozart e Beethoven.
Eh sì. Il primo 45 giri da me acquistato fu Freedom degli Wham e in casa tutto sommato veniva ben sopportato perché mio padre, da buon visionario qual era, trovava che l’obbligato di pianoforte dopo il secondo ritornello che rifacevo ad orecchio con la tastiera avesse delle somiglianze con l’inizio del trio in mi bemolle op. 100 di Shubert (quello di Barry Lyndon per intenderci, che per altro è l’unica musica del film a non essere contemporanea alla narrazione della storia, ma questo è un altro discorso).

 


Negli anni seguenti ci fu la ribellione alla musica commerciale, dell’ adesione al credo dell’Heavy Metal perché non c’erano computer, tastiere e marchingegni che sminuissero il ruolo del musicista. In seguito il rock, il blues, il Jazz, il conservatorio, i buoni e i cattivi maestri che mi hanno portato ad a suonare, ascoltare e ad essere quello che sono. Oggi, forte delle mie conoscenze, riascoltando quei brani mi appaiono meno ingenui. Sicuramente il bassista degli Wham suona meglio di quasi tutti i suoi colleghi metallari. Quindi grazie caro George, anche l’anno prossimo di questo periodo ascolteremo Last Christmas, pensando che lo scorso natale è stato l’ultimo in cui c’eri anche tu.
Il fatto che tu sia morto il giorno di Natale è una di quelle cose un po’ mistiche che capitano a noi musicisti tipo le cinquantasei balene spiaggiate ad Acapulco il giorno in cui morì Charles Mingus a cinquantasei anni, o come se Riccardo Del Turco morisse a luglio.

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