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Minniti, il comunista che ama i militari

Il nuovo capo del Viminale è un uomo discreto, uno stratega che preferisce agire nell'ombra. La gioventù nella Fgci in Calabria, l'incontro con D'Alema, la passione per i servizi di intelligence e per la lingua latina
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Anis Amri, nel tentativo di sottrarsi alla cattura, non ha esitato a tirar fuori che veniva da Reggio Calabria. Non sappiamo ( ancora) perché ha scelto proprio quella città che, incrocio di coincidenze, è quella dov’è nato e in gran parte è vissuto Domenico Minniti, detto Marco, il nome di un fratellino girato a lui per ricordarne la memoria, attuale ministro dell’Interno del nostro paese.

E questa volta, per parlare al paese, alle forze dell’ordine e al ministro tedesco Thomas Maizie’re Minniti ha dovuto fare tutto personalmente. Con sofferenza. Perché a Minniti, sindrome Calabria, non piace finire sui giornali, come a gran parte dei suoi corregionali. Le sue interviste sono centellinate, come le dichiarazioni: secche, sul punto, senza preamboli o svolazzi. Dietro c’è la sua convinzione di fondo: il lavoro, quando è fatto bene, dipende sempre dalla squadra. Non è un caso che sia forse l’unico politico italiano che non usa Fb e non ha mai usato twitter per i cinguettii da passero solitario.

Polizia, Carabinieri, Servizi segreti, pompieri, Finanza e Forze dell’ordine hanno sempre percepito questa sua convinzione che spiega il suo feeling con quel mondo e il prestigio di cui lì gode. Gioco di squadra, anche se gli è sempre piaciuto, e non ne ha fatto mai mistero, il ruolo di allenatore- stratega. Non è escluso che se ne sia convinto già da ragazzo quando giocava con un certo impegno da portiere. Si vinceva facendo gol, e lui non poteva segnare. Ma da laggiù guardando gli altri correre deve aver capito meglio di loro che se non c’è squadra puoi anche segnare ma alla fine ti ritrovi perdente.

Per raccontarlo, in questi giorni, i giornalisti lo hanno dipinto come amante della filosofia. Un falso. Minniti dopo il liceo classico, il mitico Tommaso Campanella di Reggio, dove incontrò la Fgci e il Pci, si iscrisse al corso di laurea di Lettere e filosofia a Messina. Così la stampa, fatta la ricerca sul web, l’ha spacciato filosofo. Invece, ha sempre coltivato una sterminata passione per il latino.

Classe ’ 56, l’anno terribile del secondo Novecento, invece di professore di latino all’università finì a far politica a tempo pieno nel Pci. Quello carico di tensione e antifascismo per i fatti di Reggio Capoluogo. Poi le lotte contro la mafia, lui amico un po’ più giovane di Peppe Valarioti, segretario della sezione del Pci di Rosarno, ammazzato per il suo impegno a strappare i ragazzi di quel paese uno per uno dal fascino disperato e pervertito delle cosche. Ma il Pci che conobbe Minniti era un partito declinante dopo l’ultima fiammata di Berlinguer. Gli mise gli occhi addosso Bassolino, che lo rubò ai calabresi per portarlo a Botteghe Oscure ad occuparsi di lavoro e classe operaia. Intanto si sposò con Mariangela, suonava il violoncello e si sarebbe poi innamorata di quel che restituisce il mare che lei trasforma in pezzi d’arredamento. Fu il sindaco di Napoli a fargli da testimone al matrimonio. Poi la grande avventura di segretario del Pci- Pds, prima di Reggio, poi della Calabria. E nel 1996 il grande salto nelle istituzioni. Fu capolista della Calabria e candidato in un collegio del Reggino. Nel collegio, conquistabile solo con un miracolo, perse. Ma anche come capolista restò a terra. Festeggiò con un altro illustre “trombato” di Napoli, Giorgio Napolitano. Il Pds aveva conquistato quasi tutti i collegi di Calabria e Campania e quindi i seggi proporzionali, per eccesso di vittoria, non scattarono. Una mancata elezione che valeva una medaglia. D’Alema lo volle a Roma. Ma nel gruppo dei Lothar Minniti ebbe fin dall’inizio una posizione più agganciata al partito, di cui era dirigente, anziché al segretario nazionale. D’Alema andò al Governo e fu sottosegretario alla presidenza del Consiglio, solo lui dei Lothar. E quando D’Alema fu costretto a lasciare ad Amato, Minniti restò alla Difesa, sottosegretario, naturalmente con la delega all’aviazione la passione di famiglia. Suo padre era ufficiale dell’aviazione e l’aeroporto di Reggio, il Tito Minniti, ha il nome di un suo parente.

Era già ritenuto un esperto di intelligence. Con Prodi diventò vice ministro dell’Interno, una casella inedita inventata per lui all’Interno, con delega al coordinamento di tutte le forze di polizia. Poi il lavoro oscuro di strategia per mettere al sicuro il paese dall’ondata terroristica. Anche qui, sempre a insistere sulla squadra, rigettando le strategie centralizzate. Il terrorismo contemporaneo è diffuso e liquido. Bisogna contrapporgli una rete diffusa che utilizzi tutte le energie, perfino i vigili urbani, per controllare il mare in cui i terroristi si muovono. E’ il punto centrale della sua strategia, quella che ha consentito di fermare Amri. E gli ha procurato tra gli esperti una diceria: quando parla sa di cosa parla.

 

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