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Amri, dalle prigioni siciliane al jihadismo

Il percorso di radicalizzazione del giovane tunisino
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Anis Amri, il presunto autore della strage dei mercatini di Natale a Berlino, ha trascorso quattro anni di carcere tra tra Catania e l’Ucciardone di Palermo prima della scarcerazione avvenuta nel 2016. Nel 2011 arrivò a Lampedusa e disse di avere 17 anni anche se in realtà era maggiorenne. Era stato ospitato nel centro di accoglienza e aveva appiccato il fuoco in due reparti della struttura: venne arrestato per furto, incendio e appropriazione indebita. Dai documenti in mano alla procura di Roma emerge che il tunisino si sarebbe «radicalizzato in Italia, nel carcere di Agrigento». In prigione ha avuto comportamenti violenti, arrivando a minacciare un altro detenuto: «Sei un cristiano, ti taglio la testa!». Francesca Vazzana, direttore del carcere di Pagliarelli se lo ricorda molto bene il tunisino Anis. «Era un soggetto molto difficile», racconta Vazzana al Messaggero, «la sua condotta degenerava frequentemente nell’aggressione. Era con ogni evidenza un soggetto che manifestava un disagio psicologico, dovuto alla mancata accettazione culturale del nostro sistema». In realtà il processo di radicalizzazione era stato osservato anche dal Dap, tanto da segnalarlo al Comitato analisi strategica antiterrorismo. I particolari sono riportati in una informativa che illustra il «profilo di radicalizzazione seguito da Amri» e gli «episodi in cui ha manifestato forme di adesione ideale al terrorismo di matrice islamica». Nelle stesse informative dei carabinieri del Ros, i penitenziari italiani sono indicati come luoghi in cui la «attività di proselitismo religioso» è «diretta e svolta in modo tale da aumentare il numero di persone potenzialmente pronte a compiere atti di violenza con finalità di terrorismo». Un vero e proprio «arruolamento» su soggetti «già ideologicamente radicalizzati». Il fenomeno è conosciuto da tempo. Due anni fa, il direttore dell’antiterrorismo italiano, il prefetto Mario Papa, lanciò l’allarme dicendo che «più del jihadismo da tastiera il pericolo di radicalizzazione arriva dalle carceri. È quello il “vero luogo” dove l’Italia rischia di veder nascere i futuri foreign fighters o, peggio, i lupi solitari pronti ad attivarsi appena fuori dalla prigione». Quasi tutti gli autori dei recenti attentati hanno avuto un trascorso nei penitenziari. Arrestati per piccoli reati, escono dal carcere terroristi.

Anche la nascita dello stesso Stato Islamico è legato al sistema carcerario. L’Isis è nato nella prigione Usa di cam bucca, in Iraq. Quest’ultimo penitenziario era tale e quale a quello di Abu Graib, ma non ha avuto la stessa attenzione mass mediatica. Martin Chulov, giornalista del Guardian, era riuscito ad avere una serie di colloqui con con un miliziano che occupa una posizione importante all’interno dell’isis. Il miliziano – che si fa chiamare Abu Ahmed – ha raccontato a Chulov molte cose nuove sulla nascita dell’IS e sull’ascesa del suo capo, Abu Bakr al- Baghdadi. È una storia interessante, perché si lega ai fallimenti della strategia americana in Iraq, alle guerre interne ad al Qaida e anche alla prigionia. Nel 2003, dopo l’invasione americana dell’Iraq che portò alla destituzione di Saddam Hussein, gli Stati Uniti aprirono in territorio iracheno delle prigioni per interrogare, tra gli altri, sospetti terroristi e jihadisti ( la più nota era la prigione di Abu Ghraib, le cui foto e sevizie fecero il giro del mondo). Camp Bucca era una di queste carceri: si trovava nel sud dell’Iraq e aveva una pessima reputazione tra gli iracheni. Nell’estate del 2004 Abu Ahmed, che allora era un ragazzino, entrò a Camp Bucca come sospetto jihadista. Era terrorizzato dagli americani e dalle storie che si raccontavano sulla vita del carcere. Una volta dentro, capì che le condizioni della sua prigionia sarebbero state meno dure di quanto si aspettasse perché ebbe l’aiuto di decine di jihadisti: «Non avremmo potuto stare tutti insieme a Baghdad, o in qualsiasi altro posto. Sarebbe stato incredibilmente pericoloso. Lì non solo eravamo al sicuro, ma ci trovavamo anche a poche centinaia di metri dall’intera leadership di al Qaida». E dal futuro capo dello Stato Islamico, Abu Bakr al- Baghdadi. La morale di questa storia porta inevitabilmente a dire che senza la prigione americana di Camp Bucca, probabilmente l’Isis non sarebbe nato.

 

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