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Storia della colonna infame/7

«L'infelice non aveva la robustezza del suo calunniatore. Per qualche tempo però, il dolore non gli tirò fuori altro che grida compassionevoli, e proteste d'aver detta la verità».
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Pubblichiamo la seconda parte del quarto capitolo dell'opera di Alessandro ManzoniIl giorno seguente, 30 di giugno, fu sottomesso il Mora a un nuovo esame; e non s'indovinerebbe mai come lo principiassero.Che dica per qual causa lui Constituto, nell'altro suo esame, mentre fu confrontato con Gulielmo Piazza Commissario della Sanità, ha negato a pena haver cognitione di lui, dicendo che mai fu in casa sua, cosa però che in contrario gli fu sostenuta in faccia; et pure, nel primo suo esame mostra d'havere piena sua cognitione, cosa che ancor depongono altri nel processo formato; il che ancora si conosce per vero dalla prontezza sua in offerirli, et apparecchiarli il vaso di preservatiuo, deposto nel suo precedente esame.Risponde:  è ben vero che detto Commissario passa da lì spesso dalla mia bottega; ma non ha prattica di casa mia, né di me.Replicano:  che non solo è contrario al suo primo esame, ma ancora alla depositione d'altri testimonij…Qui è superflua qualunque osservazione.Non osaron però di metterlo alla tortura sulla deposizion del Piazza, ma che fecero? ricorsero all'espediente degl'inverisimili; e, cosa da non credersi, uno fu il negar che faceva d'avere amicizia col Piazza, e che questo praticasse in casa sua; mentre asseriva d'avergli promesso il preservativo! L'altro che non rendesse un conto soddisfacente del perché aveva fatta in pezzi quella scrittura. Ché il Mora seguitava a dire d'averlo fatto senza badarci, e non credendo che una tal cosa potesse importare alla giustizia; o che temesse, povero infelice! d'aggravarsi confessando che l'aveva fatto per trafugar la prova d'una contravvenzione, o che infatti non sapesse ben render conto a sé stesso di ciò che aveva fatto in que' primi momenti di confusione e di spavento. Ma sia come si sia, que' pezzi gli avevano: e se credevano che in quella scrittura ci potesse esser qualche indizio del delitto, potevan rimetterla insieme, e leggerla come prima: il Mora stesso gliel aveva suggerito. Anzi, chi mai crederà che non l'avessero già fatto?Intimaron dunque al Mora, con minaccia della tortura, che dicesse la verità su que' due punti. Rispose:  già ho detto quello che passa intorno alla scrittura; et puole il Commissario dir quello che vole, perché dice un'infamità, perché io non gli ho dato niente.Credeva (e non doveva crederlo?) che questa fosse in ultimo la verità che volevan da lui; ma no signore; gli dicono che non se gli ricerca questa particolarità, perché sopra di essa non s'interroga, né si vole per adesso altra verità da lui, che di sapere il fine perché ha scarpato (stracciato) la detta scrittura, et perché ha negato et neghi che il detto Commissario sia stato alla bottega sua, mostrando quasi di non haver cognitione di lui.Non si troverebbe, m'immagino, così facilmente un altro esempio d'un così sfrontatamente bugiardo rispetto alle formalità legali. Essendo troppo manifestamente mancante il diritto d'ordinar la tortura per l'oggetto principale, anzi unico, dell'accusa, volevano far constare ch'era per altro. Ma il mantello dell'iniquità è corto; e non si può tirarlo per ricoprire una parte, senza scoprirne un'altra. Compariva così di più, che non avevano, per venire a quella violenza, altro che due iniquissimi pretesti: uno dichiarato tale in fatto da loro medesimi, col non voler chiarirsi di ciò che contenesse la scrittura; l'altro, dimostrato tale, e peggio, dalle testimonianze con cui avevan tentato di farlo diventare indizio legale.Ma si vuol di più? Quand'anche i testimoni avessero pienamente confermato il secondo detto del Piazza su quella circostanza particolare e accessoria; quand'anche non ci fosse stata di mezzo l'impunità; la deposizion di costui non poteva più somministrare nessun indizio legale. "Il complice che varia e si contradice nelle sue deposizioni, essendo perciò anche spergiuro, non può fare, contro i nominati, indizio alla tortura… anzi nemmeno all'inquisizione… e questa si può dire dottrina comunemente ricevuta dai dottori. "Il Mora fu messo alla tortura!L'infelice non aveva la robustezza del suo calunniatore. Per qualche tempo però, il dolore non gli tirò fuori altro che grida compassionevoli, e proteste d'aver detta la verità.  Oh Dio mio; non ho cognitione di colui, né ho mai havuto pratica con lui, et per questo non posso dire… et per questo dice la bugia che sia praticato in casa mia, né che sia mai stato nella mia bottega. Son morto! misericordia, mio Signore! misericordia! Ho stracciato la scrittura, credendo fosse la ricetta del mio elettuario… perché volevo il guadagno io solamente.Questa non è causa sufficiente, gli dissero. Supplicò d'esser lasciato giù, che direbbe la verità! Fu lasciato giù, e disse:  La verità è che il Commissario non ha pratica alcuna meco. Fu ricominciato e accresciuto il tormento: alle spietate istanze degli esaminatori, l'infelice rispondeva:  V. S. veda quello che vole che dica, lo dirò: la risposta di Filota a chi lo faceva tormentare, per ordine d'Alessandro il grande, "il quale stava ascoltando pur anch'esso dietro ad un arazzo":  dic quid me velis dicere è la risposta di chi sa quant'altri infelici.Finalmente, potendo più lo spasimo che il ribrezzo di calunniar sé stesso, che il pensiero del supplizio, disse:  ho dato un vasetto pieno di brutto, cioè sterco, acciò imbrattasse le muraglie, al Commissario. V. S. mi lasci giù, che dirò la verità.Così eran riusciti a far confermare al Mora le congetture del birro, come al Piazza l'immaginazioni della donnicciola; ma in questo secondo caso con una tortura illegale, come nel primo con un'illegale impunità. L'armi eran prese dall'arsenale della giurisprudenza; ma i colpi eran dati ad arbitrio, e a tradimento.Vedendo che il dolore produceva l'effetto che avevan tanto sospirato, non esaudiron la supplica dell'infelice, di farlo almeno cessar subito. Gl'intimarono che cominci a dire.Disse:  era sterco humano, smojazzo  (ranno; ed ecco l'effetto di quella visita della caldaia, cominciata con tanto apparato, e troncata con tanta perfidia);  perché me lo domandò lui, cioè il Commissario, per imbrattare le case, et di quella materia che esce dalla bocca dei morti, che son sui carri.  E nemmen questo era un suo ritrovato. In un esame posteriore, interrogato dove ha imparato tal sua compositione, rispose: dicevano così in barbarìa, che si adoperava di quella materia che esce dalla bocca de' morti… et io m'ingegnai ad aggiongervi la liscivia et il sterco. Avrebbe potuto rispondere: da' miei assassini, ho imparato; da voi altri e dal pubblico.Ma c'è qui qualche altra cosa di molto strano. Come mai uscì fuori con una confessione che non gli avevan richiesta, che avevano anzi esclusa da quell'esame, dicendogli che non se gli ricerca questa particolarità, perché sopra di essa non s'interroga? Poiché il dolore lo strascinava a mentire, par naturale che la bugia dovesse stare almeno ne' limiti delle domande. Poteva dire d'essere amico intrinseco del commissario; poteva inventar qualche motivo colpevole, aggravante, dell'avere stracciata la scrittura; ma perché andar più in là di quello che lo spingevano? Forse, mentre era sopraffatto dallo spasimo, gli andavan suggerendo altri mezzi per farlo finire? gli facevano altre interrogazioni, che non furono scritte nel processo? Se fosse così, potremmo esserci ingannati noi a dir che avevano ingannato il governatore col lasciargli credere che il Piazza fosse stato interrogato sul delitto.Ma se allora non abbiam messo in campo il sospetto che la bugia fosse nel processo, piuttosto che nella lettera, fu perché i fatti non ce ne davano un motivo bastante. Ora è la difficoltà d’ammettere un fatto stranissimo, che ci sforza quasi a fare una supposizione atroce, in aggiunta di tante atrocità evidenti. Ci troviam, dico, tra il credere che il Mora s’accusasse, senza esserne interrogato, d’un delitto orribile, che non aveva commesso, che doveva procacciargli una morte spaventosa, e il congetturar che coloro, mentre riconoscevan col fatto di non avere un titolo sufficiente di tormentarlo per fargli confessar quel delitto, profittassero della tortura datagli con un altro pretesto, per cavargli di bocca una tal confessione. Veda il lettore quel che gli pare di dovere scegliere.L’interrogatorio che succedette alla tortura fu, dalla parte de’ giudici, com’era stato quello del commissario dopo la promessa d’impunità, un misto o, per dir meglio, un contrasto d’insensatezza e d’astuzia, un moltiplicar domande senza fondamento, e un ometter l’indagini più evidentemente indicate dalla causa, più imperiosamente prescritte dalla giurisprudenza.Posto il principio che "nessuno commette un delitto senza cagione"; riconosciuto il fatto che "molti deboli d’animo avevan confessato delitti che poi, dopo la condanna, e al momento del supplizio, avevan protestato di non aver commessi, e s’era trovato infatti, quando non era più tempo, che non gli avevan commessi", la giurisprudenza aveva stabilito che "la confessione non avesse valore, se non c’era espressa la cagione del delitto, e se questa cagione non era verisimile e grave, in proporzion del delitto medesimo". Ora, l’infelicissimo Mora, ridotto a improvvisar nuove favole, per confermar quella che doveva condurlo a un atroce supplizio, disse, in quell’interrogatorio, che la bava de’ morti di peste l’aveva avuta dal commissario, che questo gli aveva proposto il delitto, e che il motivo del fare e dell’accettare una proposta simile era che, ammalandosi, con quel mezzo, molte persone, avrebbero guadagnato molto tutt’e due: uno, nel suo posto di commissario; l’altro, con lo spaccio del preservativo. Non domanderemo al lettore se, tra l’enormità e i pericoli d’un tal delitto, e l’importanza di tali guadagni (ai quali, del resto, gli aiuti della natura non mancavan di certo), ci fosse proporzione. Ma se credesse che que’ giudici, per esser del secento, ce la trovassero, e che una tal cagione paresse loro verisimile, li sentirà essi medesimi dir di no, in un altro esame.Ma c’era di più: c’era contro la cagione addotta dal Mora una difficoltà più positiva, più materiale, se non più forte. Il lettore può rammentarsi che il commissario, accusando sé stesso, aveva addotta anche lui la cagione da cui era stato mosso al delitto; cioè che il barbiere gli aveva detto:  ungete… et poi venete da me, che haverete una mano, o come disse nel costituto seguente, una buona mano de danari. Ecco dunque due cagioni d’un solo delitto: due cagioni, non solo diverse, ma opposte e incompatibili. L’uomo stesso che, secondo una confessione, offre largamente danari per avere un complice; secondo l’altra, acconsente al delitto per la speranza d’un miserabile guadagno. Dimentichiamo quel che s’è visto fin qui: come sian venute fuori quelle due cagioni, con che mezzi si siano avute quelle due confessioni; prendiam le cose al punto dove sono arrivate. Cosa facevano, trovandosi a un tal punto, de’ giudici ai quali la passione non avesse pervertita, offuscata, istupidita la coscienza? Si spaventavano d’essere andati (foss’anche senza colpa) tanto avanti; si consolavano di non essere almeno andati fino all’ultimo, all’irreparabile affatto; si fermavano all’inciampo fortunato che gli aveva trattenuti dal precipizio; s’attaccavano a quella difficoltà, volevano scioglier quel nodo; qui adopravan tutta l’arte, tutta l’insistenza, tutti i rigiri dell’interrogazioni; qui ricorrevano ai confronti; non facevano un passo prima d’aver trovato (ed era forse cosa difficile?) qual de’ due mentisse, o se forse mentissero tutt’e due. I nostri esaminatori, avuta quella risposta del Mora:  perché lui haverebbe guadagnato assai, poiché si sarian ammalate delle persone assai, et io haverei guadagnato assai con il mio elettuario, passarono ad altro.Dopo ciò, basterà, se non è anche troppo, il toccar di fuga, e in parte, il rimanente di quel costituto.Interrogato,  se vi sono altri complici di questo negotio, risponde:  vi saranno li suoi compagni del Piazza, i quali non so chi siano. Gli si protesta che non è verisimile che non lo sappi.  Al suono di quella parola, terribile foriera della tortura, l’infelice afferma subito, nella forma più positiva:  sono li Foresari et il Baruello: quelli che gli erano stati nominati e così indicati, nel costituto antecedente.Dice che il veleno lo teneva nel fornello, cioè dove loro s’erano immaginati che potesse essere; dice come lo componeva, e conclude:  buttavo via il resto nella Vedra. Non possiam tenerci qui di non trascrivere una postilla del Verri. "E non avrebbe gettato nella Vetra il resto, dopo la prigionia del Piazza! "Risponde a caso ad altre domande che gli fanno su circostanze di luogo, di tempo e di cose simili, come se si trattasse d’un fatto chiaro e provato in sostanza, e non ci mancassero che delle particolarità; e finalmente, è messo di nuovo alla tortura, affinché la sua deposizione potesse valer contro i nominati, e segnatamente contro il commissario. Al quale avevan data la tortura per convalidare una deposizione opposta a questa in punti essenziali! Qui non potremmo allegar testi di leggi, né opinioni di dottori; perché in verità la giurisprudenza non aveva preveduto un caso simile.La confessione fatta nella tortura non valeva, se non era ratificata senza tortura, e in un altro luogo, di dove non si potesse vedere l’orribile strumento, e non nello stesso giorno. Eran ritrovati della scienza, per rendere, se fosse stato possibile, spontanea una confessione forzata, e soddisfare insieme al buon senso, il quale diceva troppo chiaro che la parola estorta dal dolore non può meritar fede, e alla legge romana che consacrava la tortura. Anzi la ragione di quelle precauzioni, la ricavavano gl’interpreti dalla legge medesima, cioè da quelle strane parole: "La tortura è cosa fragile e pericolosa e soggetta a ingannare; giacché molti, per forza d’animo o di corpo, curan così poco i tormenti, che non si può, con un tal mezzo, aver da loro la verità; altri sono così intolleranti del dolore, che dicon qualunque falsità, piuttosto che sopportare i tormenti". Dico: strane parole, in una legge che manteneva la tortura; e per intendere come non ne cavasse altra conseguenza, se non che "ai tormenti non si deve creder sempre", bisogna rammentarsi che quella legge era fatta in origine per gli schiavi, i quali, nell’abiezione e nella perversità del gentilesimo, poterono esser considerati come cose e non persone, e sui quali si credeva quindi lecito qualunque esperimento, a segno che si tormentavano per iscoprire i delitti degli altri. De’ nuovi interessi di nuovi legislatori la fecero poi applicare anche alle persone libere; e la forza dell’autorità la fece durar tanti secoli più del gentilesimo: esempio non raro, ma notabile, di quanto una legge, avviata che sia, possa estendersi al di là del suo principio, e sopravvivergli.Per adempir dunque una tale formalità, chiamarono il Mora a un nuovo esame, il giorno seguente. Ma siccome in tutto dovevan metter qualcosa d’insidioso, d’avvantaggioso, di suggestivo, così, in vece di domandargli se intendeva di ratificar la sua confessione, gli domandarono se ha cosa alcuna d’aggiongere all’esame et confessione sua, che fece hieri, doppo che fu ommesso di tormentare.  Escludevano il dubbio: la giurisprudenza voleva che la confessione della tortura fosse rimessa in questione; essi la davan per ferma, e chiedevan soltanto che fosse accresciuta.Ma in quell’ore (direm noi di riposo?) il sentimento dell’innocenza, l’orror del supplizio, il pensiero della moglie, de’ figli, avevan forse data al povero Mora la speranza d’esser più forte contro nuovi tormenti; e rispose:  Signor no, che non ho cosa d’aggiongervi, et ho più presto cosa da sminuire.  Dovettero pure domandargli,  che cosa ha da sminuire.  Rispose più apertamente, e come prendendo coraggio:  quell’unguento che ho detto, non ne ho fatto minga (mica), et quello che ho detto, l’ho detto per i tormenti.  Gli minacciaron subito la rinnovazion della tortura; e ciò (lasciando da parte tutte l’altre violente irregolarità) senza aver messe in chiaro le contradizioni tra lui e il commissario, cioè senza poter dire essi medesimi se quella nuova tortura gliel’avrebbero data sulla sua confessione, o sulla deposizion dell’altro; se come a complice, o come a reo principale; se per un delitto commesso ad istigazione altrui, o del quale era stato l’istigatore; se per un delitto che lui aveva voluto pagar generosamente, o dal quale aveva sperato un miserabile guadagno.A quella minaccia, rispose ancora:  replico che quello che dissi hieri non è vero niente, et lo dissi per li tormenti. Poi riprese:  V. S. mi lasci un puoco dire un’Ave Maria, et poi farò quello che il Signore me inspirarà; e si mise in ginocchio davanti a un’immagine del Crocifisso, cioè di Quello che doveva un giorno giudicare i suoi giudici. Alzatosi dopo qualche momento, e stimolato a confermar la sua confessione, disse:  in conscienza mia, non è vero niente. Condotto subito nella stanza della tortura, e legato, con quella crudele aggiunta del canapo, l’infelicissimo disse:  V. S. non mi stij a dar più tormenti, che la verità che ho deposto, la voglio mantenere. Slegato e ricondotto nella stanza dell’esame, disse di nuovo:  non è vero niente. Di nuovo alla tortura, dove di nuovo disse quello che volevano; e avendogli il dolore consumato fino all’ultimo quel poco resto di coraggio, mantenne il suo detto, si dichiarò pronto a ratificar la sua confessione; non voleva nemmeno che gliela leggessero. A questo non acconsentirono: scrupolosi nell’osservare una formalità ormai inconcludente, mentre violavan le prescrizioni più importanti e più positive. Lettogli l’esame, disse:  è la verità tutto.Dopo di ciò, perseveranti nel metodo di non proseguir le ricerche, di non affrontar le difficoltà, se non dopo i tormenti (ciò che la legge medesima aveva creduto di dover vietare espressamente, ciò che Diocleziano e Massimiano avevan voluto impedire!, pensaron finalmente a domandargli se non aveva avuto altro fine che di guadagnar con la vendita del suo elettuario. Rispose:  che sappia mi, quanto a me,  non ho altro fine.Che sappia mi!  Chi, se non lui, poteva sapere cosa fosse passato nel suo interno? Eppure quelle così strane parole erano adattate alla circostanza: lo sventurato non avrebbe potuto trovarne altre che significassero meglio a che segno aveva, in quel momento, abdicato, per dir così, sé medesimo, e acconsentiva a affermare, a negare, a sapere quello soltanto, e tutto quello che fosse piaciuto a coloro che disponevan della tortura.Vanno avanti, e gli dicono:  che ha molto dell’inverisimile che, solamente per haver occasione il Commissario di lavorare assai, et lui Constituto di vendere il suo elettuario habbino procurato, con l’imbrattamento delle porte, la destruttione et morte della gente; perciò dica a che fine, et per che rispetto si sono mossi loro duoi a così fare, per un interesse così legiero.Ora vien fuori quest’inverisimiglianza? Gli avevan dunque minacciata e data a più riprese la tortura per fargli ratificare una confessione inverisimile! L’osservazione era giusta, ma veniva tardi, diremo anche qui; giacché il rinnovarsi delle circostanze medesime, ci sforza quasi a usar le medesime parole. Come non s’erano accorti che ci fosse inverisimiglianza nella deposizione del Piazza, se non quando ebbero, su quella deposizione, carcerato il Mora; così ora non s’accorgono che ci sia inverisimiglianza nella confession di questo, se non dopo avergli estorta una ratificazione che, in mano loro, diventa un mezzo sufficiente per condannarlo. Vogliam supporre che realmente non se n’accorgessero che in questo momento? Come spiegheremo allora, come qualificheremo il ritener valida una tal confessione, dopo una tale osservazione? Forse il Mora diede una risposta più soddisfacente che non fosse stata quella del Piazza? La risposta del Mora fu questa:  se il Commissario non lo sa lui, io non lo so; et bisogna che lui lo sappia, et da lui V. S. lo saprà, per essere stato lui l’inuentore. E si vede che questo rovesciarsi l’uno sull’altro la colpa principale, non era tanto per diminuire ognuno la sua, quanto per sottrarsi all’impegno di spiegar cose che non erano spiegabili.E dopo una risposta simile, g’intimarono che per haver lui Constituto fatto la suddetta compositione et unguento, di concerto del detto Commissario, et a lui doppo dato per ontare le muraglie delle case, nel modo et forma da lui Constituto et dal detto Commissario, deposto, a fine di far morire la gente, si come il detto Commissario ha confessato d’havere per tal fine eseguito, esso Constituto si fa reo d’haver procurato in tal modo la morte della gente, et che per haver così fatto, sij incorso nelle pene imposte dalle leggi a chi procura et tenta di così fare.Ricapitoliamo. I giudici dicono al Mora: come è possibile che vi siate determinati a commettere un tal delitto, per un tal interesse? Il Mora risponde: il commissario lo deve sapere, per sé, e per me: domandatene a lui. Li rimette a un altro, per la spiegazione d’un fatto dell’animo suo, perché possan chiarirsi come un motivo sia stato sufficiente a produrre in lui una deliberazione. E a qual altro? A uno che non ammetteva un tal motivo, poiché attribuiva il delitto a tutt’altra cagione. E i giudici trovano che la difficoltà è sciolta, che il delitto confessato dal Mora è diventato verisimile; tanto che ne lo costituiscono reo.Non poteva esser l’ignoranza quella che faceva loro vedere inverisimiglianza in un tal motivo; non era la giurisprudenza quella che li portava a fare un tal conto delle condizioni trovate e imposte dalla giurisprudenza.

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