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«Serve più integrazione, il carcere va cambiato» La scossa di Mattarella

La lettera del presidente al capo dell’amministrazione penitenziaria
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Nel solco del predecessore Giorgio Napolitano, Sergio Mattarella prende una posizione netta sul tema carcere. Lo fa con un messaggio formalmente rivolto al capo dell’Amministrazione penitenziaria Santi Consolo che vale però come richiamo per l’intera politica: «La concreta realizzazione di un sistema rispettoso dell’articolo 27 della Costituzione sulla funzione rieducativa della pena, e sul senso di umanità cui devono corrispondere i relativi trattamenti, rimane obiettivo prioritario», dice il presidente. L’occasione è data dal 199esimo anniversario della Polizia penitenziaria: il Capo dello Stato la coglie per imprimere la prima forte spinta alla riforma dell’ordinamento penitenziario dopo gli Stati generali dell’esecuzione penale. Sono passati quasi due mesi dall’evento conclusivo del dibattito itinerante voluto dal guardasigilli Andrea Orlando e nulla si è ancora mosso sul piano legislativo. Presidente della Repubblica e ministro della Giustizia provano ad aprire almeno un varco nella sostanziale riluttanza opposta finora dal Parlamento sul dossier carceri.Mattarella fa esplicito riferimento al «nuovo senso delle pene che si va radicando nella cultura sociale e politica, emerso dai lavori degli Stati generali». E ricorda la strada segnata da «istruzione», «lavoro», «apertura alla società esterna» come opzione necessaria per «offrire ai detenuti la scelta del recupero e dell’integrazione». Un terreno su cui verrà messa alla prova la «capacità di innovazione» della polizia penitenziaria, dice il presidente nel suo messaggio. Orlando rilancia l’appello nel proprio intervento alle celebrazioni per i 199 anni del Corpo: «La detenzione non può più essere l’unica stella polare delle nostre politiche penali». Il punto di riferimento è nel «ritorno all’esterno», e per questo, come detto da Mattarella, servono «azioni legate alle politiche del lavoro, della casa, dei servizi alla persona». La svolta dev’essere innanzitutto culturale e deve riguardare l’opinione pubblica prima che la politica: «È giunto il tempo di abbattere la cortina di timore, reciproco silenzio e diffidenza che separa il carcere dal tessuto sociale esterno», scandisce il ministro.Posizioni coraggiose e contromano, quelle di Capo dello Stato e Guardasigilli, a cui non sarà semplice dare seguito in tempi brevi: la campagna referendaria rischia di congelare ogni iniziativa “di rottura” da parte del governo. Bisognerà quasi certamente attendere il voto sulla riforma costituzionale. D’altronde per dare ora un’accelerazione sulle misure alternative e sugli investimenti per il lavoro in carcere bisognerebbe stralciare la delega sulla riforma dell’ordinamento penzitenziario dal ddl sul processo penale. Inimmaginabile che il Senato assegni una corsia preferenziale a un tema controverso come il carcere. È comunque un indizio promettente la presa di posizione di un’altra figura centrale in questo settore, tra i dem, come il capogruppo in commissione Giustizia Walter Verini: «Sono molto giuste le parole del presidente Mattarella, che ha voluto ricordare il senso profondo dell’articolo 27 della nostra Costituzione sulla funzione rieducativa della pena e sul senso di umanità di ogni misura di restrizione della libertà», dice il deputato renziano. Che vede nel messaggio presidenziale l’indicazione del percorso lungo il quale «legislatore e operatori devono muoversi per andare incontro a un profondo rinnovamento del modello di detenzione». Urge la riforma: che lo dica una prima linea del Pd sulla giustizia è un buon segno. Verini ricorda il cuore del problema: la necessità di «una inversione culturale» che imponga «di considerare la pena e la certezza della pena non come vendetta». Basterebbe applicare la Costituzione.

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