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Prigioni storiche in vendita e detenuti in periferia

La proposta ha sollevato un coro di no: dalle Camere penali locali ai Radicali e ad alcuni sindacati di polizia penitenziaria
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Vendere il carcere milanese di San Vittore, quello romano di Regina Coeli e quello napoletano di Poggioreale per costruirne delle nuove nelle periferie. Sarebbe questo il nuovo piano carcere proposto dalla Cassa Depositi e Prestiti e recepito con entusiasmo dal ministro della giustizia Andrea Orlando.Spiega il Guardasigilli: «Il progetto comincia a prendere forma adesso e dopo le amministrative credo ci saranno anche le condizioni politiche per un confronto con le prossime amministrazioni locali. Non appena i nuovi sindaci si saranno insediati partiranno i colloqui». Come è nata l’idea del progetto? È fin troppo evidente che carceri assai antiche – San Vittore risale al 1879 e allora fu previsto in una zona periferica rispetto al centro di Milano; Regina Coeli era originariamente un convento costruito a metà del 1600 e diventò carcere solo nel 1881; più “moderno” Poggioreale realizzato nel 1914 – non possono rispondere alle attuali esigenze di una detenzione conforme ai parametri di legge. Nonostante lavori interni e migliorie, che pure ci sono stati in questi anni, le mura rimangono quelle. Mura invece molto preziose dal punto di vista urbanistico, perché ormai in zone centrali, tali da consentire una trasformazione e un riutilizzo per altre destinazioni economicamente molto vantaggiose. Una valorizzazione commerciale che va dalle residenze per i privati, agli spazi collettivi, agli alberghi.Già nel 2006 – con un protocollo di intesa tra il comune di Milano e il ministero della Giustizia – si era ipotizzato lo spostamento del carcere e la costruzione di una “cittadella giudiziaria” nell’estrema periferia. Ma c’era stato un problema: per vendere il carcere di San Vittore bisognava comunque ristrutturarlo e servivano circa 2,5 milioni di euro. Soldi mai trovati. Adesso ci si riprova con modalità diverse. Il ministro Orlando, che ha puntato molto della sua gestione ministeriale sul carcere dal volto umano, sulla “decarcerizzazione” ottenuta con pene alternative alla galera, ha già realizzato l’obiettivo di ridimensionare numericamente la popolazione carceraria – anche se ora di nuovo in aumento – e con essa la spina del sovraffollamento, per cui l’Italia ha rischiato una multa molto pesante dalla Corte di Strasburgo.Spiega il ministro della Giustizia: «Nuove strutture ci devono consentire di superare l’attuale modello italiano, sui generis a livello europeo, perché segnato dalla dicotomia del dentro-fuori. Il detenuto o sta dentro oppure non ci sta. Non esiste, come in Germania o in Spagna una zona grigia, un carcere cosiddetto “di transizione”, in cui dentro si comincia a scontare una pena dura, ma poi si passa a una pena attenuata, anche lavorando». E qui l’esigenza di Orlando si può saldare con l’esperienza della Cassa Depositi e Prestiti. Il ministero potrebbe cedere le tre strutture, in cambio sottoscriverebbe il contratto per la costruzione di nuove carceri che verrebbero realizzate dalla Cassa e diventerebbero di proprietà del demanio. In questo modo la Cdp – alla quale andrebbe l’utile della messa sul mercato delle vecchie strutture dopo un’adeguata progettazione d’intesa con i comuni e la conseguente ristrutturazione – potrebbe occuparsi della manutenzione, sempre sotto il controllo del ministero della Giustizia. Ovviamente tutto questo, dal punto di vista economico, sarebbe possibile perché in cambio la Cassa diventerebbe proprietaria delle carceri storiche. Orlando comunque riassicura chi sospetta aria di privatizzazioni: «È del tutto avveniristico in Italia pensare a carceri di proprietà dei privati e gestite dai privati, come avviene negli Usa, dove il business ha avuto come effetti l’aumento del numero dei detenuti. Io sono contrario alla privatizzazione, credo che ci siano anche dei vincoli costituzionali, l’esecuzione della pena non può essere delegata a un altro soggetto. Nel nostro Paese poi, con la criminalità mafiosa, sarebbe addirittura inquietante».La proposta di spostare le carceri in periferia ha sollevato un coro di no passando dalle Camere penali locali, i Radicali, fino ad alcuni sindacati di polizia penitenziaria. «Il carcere in centro è un valore per i detenuti, per gli operatori e per tutta la città», spiega Francesco Spadaro, candidato per la lista radicale milanese di Marco Cappato. Le carceri non sono, o non dovrebbero essere, un qualcosa di estraneo alla società. La storia ci racconta che l’avvicinamento delle prigioni nei centri cittadini ha costituito un momento significativo anche per l’evoluzione della disciplina legale. E infatti Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, ha commentato il nuovo piano carceri: «Bisogna usare cautela nello spostare un carcere dal centro della città alla periferia, perché spesso è successo di creare carceri-ghetto, abbandonate, mal servite, dove familiari e volontari vanno con difficoltà e si mettono a rischio i diritti delle persone».

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