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Dati protetti, iPhone batte gli inquirenti

Gli smartphone dei terroristi rimangono bloccati
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C’è una mela che proprio non si riesce a bacare. I sistemi di sicurezza dell’Iphone hanno bloccato gli inquirenti che hanno scoperto la presunta cellula dell’Isis attiva tra Bari e Milano. Impossibile violare il telefono sequestrato a Mansoor Ahmadzai, uno degli indagati. Sei mesi fa era stato l’Fbi, dopo la strage di San Bernardino, in California, a denunciare l’impenetrabilità del cellulare di Syed Farook. Difficile contemperare la tutela della privacy con gli interessi di una collettività già provata dall’allarme terrorismo. Grazie a un software, i Carabinieri hanno analizzato il contenuto della memoria interna dei Samsung Galaxy di Qari Khesta Mir Ahmadzai e Surgul Ahmadzai e della memory card supplementare di Hakim Nasiri. Nei dispositivi foto e video dei sopralluoghi effettuati dal presunto gruppo jihadista, il materiale di propaganda jihadista e le immagini degli arrestati con fucili d’assalto in mano. Impossibile violare invece l’iPhone 6 plus di Mansoor, protetto da password. Dopo una serie di tentativi falliti di comporre il pin Cupertino ha previsto d’altronde l’auto-distruzione dei dati. Il caso divenne anche giudiziario, con l’Fbi che si appellò alla Corte Federale e all’amministratore delegato Tim Cook, chiedendo un codice per sbloccare i dati, ritenuti indispensabili per l’inchiesta. Secco il rifiuto della compagnia fondata da Steve Jobs, sia per principi etico-giuridici che di marketing, dal momento che la vulnerabilità dei sistemi di protezione sarebbe stato un autogol nei confronti di una clientela globale. Alla fine l’ingiunzione legale fu ritirata, anche perchè gli esperti interpellati dagli agenti federali riuscirono da soli a decriptarne i contenuti. Ai Carabinieri l’arduo compito di provare a imitarli. Anche perchè il cellulare di Mansoor potrebbe contenere indicazioni sulla preparazione degli attentati e sul nascondiglio in cui il gruppo avrebbe celato le mitragliatrici.

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