Commenti 26 Jun 2020 21:00 CEST

Un solo Draghi non basta, ne servono due

I premier sono come Gulliver, legati e paralizzati in terra dai lacci e laccioli delle correnti. Serve stare super partes

Forse un Mario Draghi solo non basta. Forse, data la situazione dell’Italia e quello che si prospetta, di Draghi ce ne vorrebbero due. Con un crollo causa crisi da coronavirus del prodotto interno lordo che, man mano che avanzano le previsioni, da Banca d’Italia alla Ue, da Confindustria al Fondo Monetario, non fa altro che aumentare, non basterebbe infatti l’ex presidente della Bce. In autunno, oltre ai numeri della crisi di cui sopra il cui esito può concretizzarsi a seconda delle stime tra un milione e un milione e mezzo di ( ulteriori) disoccupati, arriveranno i voti che le agenzie di rating assegnano al debito pubblico di ogni Paese, e abbiamo ben imparato l’immediato riflesso sugli spread, sul differenziale tra i titoli del debito pubblico italiano e quello tedesco. Draghi: non a palazzo Chigi ma al Colle figura di garanzia e non in balìa dei partiti

Forse un Mario Draghi solo non basta. Forse, data la situazione dell’Italia e quello che si prospetta, di Draghi ce ne vorrebbero due. Con un crollo causa crisi da coronavirus del prodotto interno lordo che, man mano che avanzano le previsioni, da Banca d’Italia alla Ue, da Confindustria al Fondo Monetario, non fa altro che aumentare, non basterebbe infatti l’ex presidente della Bce. In autunno, oltre ai numeri della crisi di cui sopra il cui esito può concretizzarsi a seconda delle stime tra un milione e un milione e mezzo di ( ulteriori) disoccupati, arriveranno i voti che le agenzie di rating assegnano al debito pubblico di ogni Paese, e abbiamo ben imparato l’immediato riflesso sugli spread, sul differenziale tra i titoli del debito pubblico italiano e quello tedesco. È un Paese, l’Italia, nel quale la propaganda di una destra irresponsabile ( anche Fratelli d’Italia e vari esponenti di Forza Italia, non solo Salvini e la Lega) propala che va tutto benissimo, i titoli del mostruoso debito pubblico italiano ( il secondo al mondo dopo quello degli Stati Uniti che però, per varie ragioni, se lo possono in qualche modo permettere) si vendono alla grande: nascondono alla pubblica opinione che si vendono perché pur di collocarli lo Stato italiano, e cioè il contribuente italiano, paga interessi altissimi, semplicemente così spostando in avanti nel tempo il redde rationem.

Non solo, come da queste colonne abbiamo più volte scritto, proprio non sembra alle viste l’arrivo a Palazzo Chigi di un Draghi su bianco cavallo che ci tolga dagli impicci. Questa crisi, ancorché non asimmetrica come quella che portò alla caduta del governo Berlusconi nel 2011, squaderna tutti i guai, annosi e strutturali, dell’Italia: dal debito pubblico alla debolezza di politica e classi dirigenti, dai gorghi della pubblica amministrazione alle paludi delle burocrazie, dalle inefficienze centrali a quelle degli enti locali, fino all’incertezza del diritto. Siamo un Paese, probabilmente l’unico sul fronte Occidentale, che non solo naviga in una babele di leggi mal scritte – e che quindi offrono il fianco all’inerzia della burocrazia, ma anche inapplicabili: le leggi italiane sono, come si dice, non- autoapplicative, necessitano di appositi “decreti attuativi”. E forse, delle mille riforme che ci servono come l’aria, questa sarebbe cruciale. E dunque, al di là della disponibilità dell’interessato, non basta, nella situazione che purtroppo si prospetta per il prossimo autunno, un Mario Draghi in una soluzione alla Monti d’antan.

È naturalmente, e purtroppo, tutta italiana l’illusione che sia sufficiente un deus ex machina a ribaltare la peggiore delle situazione. Lo è perché nella storia politica italiana è già accaduto che un “uomo della provvidenza” si ergesse a garante della nazione, assicurando un pugno di mesi di buongoverno consentendo poi il proseguire del business as usual, e vale la pena di ricordare che s’è sempre trattato di un “tecnico”. Ma è già accaduto proprio perché nulla è mai davvero cambiato, nessuna riforma ha mai avuto la forza di incidere, nessun cambiamento reale nell’uso della cosa pubblica, nessun vero senso di responsabilità è intercorso.

Nel frattempo, mentre è impraticabile e avrebbe forse persino esito effimero l’avvento di Mario Draghi a Palazzo Chigi per le ragioni che abbiamo elencato, potrà invece forse rivelarsi indispensabile e cruciale per il Quirinale. Se infatti, nonostante l’attitudine da accentratore che in molti rimproverano a Giuseppe Conte, il governo è come un Gulliver inchiodato a terra da mille lacci e lacciuoli, e per destino ancorato a sempre traballanti maggioranze, il Colle è tutta la stabilità politica reale che c’è nella vita istituzionale italiana. E per ben 7 anni.

Oltretutto, se l’elezione al Colle è sempre una carambola e chiunque entri Papa finisce per uscirne da cardinale, stavolta lo stato dei rapporti politici è tale da consigliare vivamente di puntare – e per tempo, tessendo la tela- su una figura alla Mario Draghi. Una figura che – Draghi o non Draghi- sia perfettamente esterna ai giochi politici, che possa tentare la più larga condivisione possibile al momento di vararla. Per non lasciare l’elezione del Capo dello Stato in balía non dei partiti ma delle correnti dei partiti, come sta già accadendo. E per mettere in sicurezza l’ultima figura di garanzia della nazione che ci resta.

 

L’Ue: finanziamenti ma solo se la riforma del processo civile favorisce Adr e mediazioni

La risoluzione altervativa delle controversie favorisce la velocità dei giudizi anche grazie a convenienti incentivi fiscali

ADR e Next Generation EU. La Commissione Europea chiede all’Italia l’adozione di una serie di misure riformatrici per accedere alle somme previste dal Recovery Fund, così come indicato nel Next Generation EU, perché le provvidenze economiche consentano alle nuove generazioni di non essere schiacciate dalle pesanti conseguenze economiche della crisi pandemica. Tra le riforme invocate dalla Commissione Europea vi è quella che riguarda il processo civile, con particolare riferimento alla sua insostenibile durata. Da più parti si invoca, giustamente, l’utilizzo di importanti risorse finanziarie per investimenti in risorse umane ed infrastrutture per l’amministrazione della giustizia.

Richiesta sacrosanta e sicuramente utile a ridurre i tempi di definizione delle cause, al pari e non di meno dei possibili effetti benefici sulla giustizia civile italiana che si produrrebbero con un maggior ricorso ai sistemi di risoluzione alternativa delle controversie, quali la mediazione, la negoziazione assistita e l’arbitrato, i cui tempi di definizione, che sono al massimo di tre mesi per la mediazione e di otto mesi per l’arbitrato, risulterebbero insuperabilmente competitivi con i tempi di emanazione di una sentenza definitiva.

Ed allora, nel mettere mente all’impiego delle risorse finanziarie per la riduzione dei tempi di definizione delle liti civili, il legislatore attento alle ragioni della giustizia e alle ragioni dell’economia non potrà non considerare l’assoluta bontà dell’idea di investire adeguate risorse nella Giustizia Complementare, come definita dal “Tavolo Tecnico Ministeriale in materia di ADR”, che ha raccolto ampio consenso nell’accademia, nella magistratura e nell’avvocatura.

Le occasioni per un rapido intervento in tal senso non mancano, sin da subito, come ad esempio nell’iter di conversione del decreto legge 28 del 30 aprile 2020, attraverso l’approvazione degli emendamenti elaborati dal citato Tavolo Tecnico Ministeriale e sostenuti dal Consiglio Nazionale Forense, che prevedono incentivi fiscali per le parti che ricorrono in mediazione per la risoluzione della lite.

Riconoscere un credito di imposta per le spese che il cittadino o l’impresa sostiene per il compenso all’Organismo di Mediazione e all’avvocato che li rappresenta o rendere esente dall’imposta di registro, almeno sino ad € 100.000,00, l’accordo di mediazione, riconoscere il gratuito patrocinio può costituire un forte stimolo per le parti a definire fuori dal tribunale la propria controversia.

I benefici finanziari per lo Stato sarebbero enormi in termini di risparmio di spesa, di buon andamento dell’economia e di appetibilità territoriale per gli investimenti.

Tali misure, con uguali ritorni economici per le finanze pubbliche, andrebbero estese anche alla negoziazione assistita e all’arbitrato, così da creare un effettivo ed esteso supporto all’amministrazione della giustizia, in questo particolare momento di difficoltà nella ripresa della normale attività giudiziaria, da cui deriverà inevitabilmente ulteriore arretrato ed ulteriore dilatazione dei tempi di decisione delle cause.

Con l’auspicio che una sana valutazione del rapporto costi/ benefici possa portare il legislatore a dare attuazione alla raccomandazione della Commissione Europea per l’efficienza della giustizia civile anche con misure fiscali di favore per le A. D. R.

* Consigliere CNF – Coordinatore Commissione ADR

 

Una Ue unita, fedele alla Nato ma anche aperta verso Mosca scavalcando i populisti

Difesa delle libertà e della pace ma coesione economica e apertura ai mercati per non restare schiacciati dalla Cina

Le difficoltà crescenti dell’Europa a riconoscersi in un ruolo comune probabilmente dipendono anche da conti sempre rinviati. Uno è indubbiamente il valore della Nato in un mondo multipolare, immerso nelle varie fasi della globalizzazione, incalzato dalla nuova “dottrina” Trump che non esita ad usare l’arma delle guerre commerciali in nome di First America.

L’altro è molto più antico, rivoluzionato dopo la caduta del muro di Berlino: il rapporto con la Russia.

Finora questa importante questione è stata affrontata fra mille titubanze, convenienze geopolitiche come dimostra l’atteggiamento della Germania, genuflessioni opportunistiche. Inutile dire che una certa aggressività della Russia di Putin potrebbe trovare origine proprio dal fatto che questa volta potrebbe essere l’Europa il vero enigma. Un mondo multipolare è per sua definizione un mondo in continuo movimento. La Russia sarà pure una potenza calante ma sta in questo gioco nel quale è entrata prepotentemente anche la Cina e via via giocano ruoli più o meno indecifrabili altri Stati di ogni dimensione, dall’India all’Iran, alla Turchia all’Egitto ed altri ancora.

L’Europa ha perso invece, paralizzata come è al suo interno dalla incapacità a ritrovare un suo percorso comune ed una strategia efficace sul terreno della sicurezza che la faccia rispettare, gran parte della sua autorevolezza per confrontarsi alla pari con i mutamenti in atto. E rischia di diventare preda di interessi e di calcoli da parte in particolare di quegli Stati che debbono giocoforza misurarsi con gli Stati Uniti.

Eppure, ad esempio nella tradizione italiana, ci sono stati periodi nei quali politici di valore come Pietro Nenni avevano compreso il valore della multipolarità tanto da battersi per far entrare la Cina di Mao nell’Onu. E realtà economiche rilevanti come l’Iri e la Fiat erano riuscite a stabilire rapporti e dialogo costruttivi con la Russia. Per non parlare del nostro ruolo nel Mediterraneo. Questo saper uscire da ambiti domestici, provinciali, è stata una delle migliori qualità dell’Italia di ieri, che ci ha portato ad essere considerati sul piano internazionale. Oggi noi ci siamo seduti sulla pseudocultura delle tifoserie, l’Europa dal canto suo appare condannata ad un impotente letargo. Eppure l’evoluzione del mondo continua ad andare avanti: la Russia ce la troveremo comunque di fronte e probabilmente incardinata in un asse di interessi che, con la “via della seta”, partono da Shanghai. Anche se legami forti resteranno ancora per decenni, il vecchio Continente dovrà sbrigarsela sempre più da solo se vuole restare una entità unita e indipendente. Ed allora perché non andare oltre questa fase di ostilità reciproche che anche in questi giorni spingono la Merkel ad accusare Putin? La Russia si è pur sempre sentita parte di quella Europa cristiana che si soleva dire andasse da Lisbona a Vladivostok. La stessa Chiesa di Roma non ha cessato di mantenere rapporti con essa, proprio in una visione di cultura cristiana da preservare e ravvivare per quel che è possibile. Certo, negli ultimi tempi lo sguardo si è rivolto più verso la Cina, la potenza emergente.

Ma non va dimenticato che Cina e India sono i veri baluardi per la Chiesa di Roma che possono contenere l’avanzata dell’Islam, in particolare dell’estremismo islamico. Eppure l’Europa qualcosa deve fare: non può subire la Russia, trovarsi ovunque annidati gli interessi cinesi, e non reagire in modo tale da dimostrare che non sta ritornando ad essere solo un’area geografica. Si potrà obiettare che ci si trova di fronte ad un regime oligarchico come quello di Putin. Vero, ma oggi appare velleitario ragionare solo con chi è democratico quanto te o è disponibile ad esserlo come te. Se questo fosse l’unico criterio probabilmente avremmo venti di guerra alle porte. La difesa delle libertà resta un obiettivo ineliminabile ma non può dimenticare un inevitabile realismo politico. Anche perché noi abbiamo già il nostro bel da fare in casa nostra, in Italia ed in Europa a puntellare e rinnovare le regole delle nostre democrazie, insidiate da nazionalismi ed autoritarismi. Anche sul terreno della pace un protagonismo europeo sarebbe molto importante per l’intrecciarsi di alleanze e convenienze in tutto lo scacchiere mondiale con i rischi di sempre maggiori tensioni e tentazioni di ricorso alla forza delle armi. In realtà l’Europa deve ricominciare da se stessa: specie in questi drammatici momenti ritrovare vera coesione, una comune politica economica, la forza di riproporre un cammino da Stati Uniti d’Europa, unire stabilmente le proprie capacità di difesa, agire per ridurre insieme i gap tecnologici. Ma senza trascurare il tema di confronti costruttivi con quanto vi è intorno ad essa. Senza dimenticare il legame atlantico, ma provando a testare la disponibilità della Russia a prove di cooperazione. Cesserebbero in tal modo anche le astuzie dei vari populismi che la Russia di Putin blandisce per avere un’Europa divisa non più come un tempo ma pur sempre balcanizzata in interessi diversi. Uno schema di tal fatta non fa bene alla stabilità mondiale, non aiuta l’Europa a rialzarsi, non può esser una buona notizia neppure per l’Italia che ha bisogno invece di ritrovare la sua vocazione di Paese che sa lavorare e bene per la pace, per una migliore comprensione fra Stati, per una identità culturale che è partita proprio da essa tanti secoli fa.

 

Commenti 8 May 2020 21:00 CEST

La Bce continuerà col bazooka di Draghi, così l’Europa avrà anche una politica economica

Basterebbe inserire nello statuto della banca la stabilità dei prezzi e questo toglierebbe potere alla Germania rigorista

La recente decisione della Corte costituzionale tedesca, molto critica ma non ostativa a che la Banca Centrale Europea continui a immettere liquidità nell’eurozona, potrebbe essere una straordinaria opportunità da cogliere, per l’Europa stessa. La decisione della Corte di Karlsruhe non può e non potrà impedire le operazioni di quantitative easing disposte da Christine Lagarde, come è evidente dato che la Bce opera in piena autonomia, essendo tra l’altro l’unica istituzione comunitaria dotata di veri e pieni poteri, come tradizionale per la politica monetaria che nella sua lunga storia ha solo recentemente “aperto” ad alcune forme di accountability ( il dover render conto).

E gli alti magistrati tedeschi ne sono pienamente consapevoli. Perché già una precedente sentenza, con la quale si tentó di ostacolare il QE di Mario Draghi, fu impugnata dalla Corte europea: i giudici di Karlsruhe dovettero prenderne atto, e quell’accettazione – per giunta in identica materia- è un punto che sembra smentire chi teme ( tra gli altri un grande esperto di politiche europee come Enrico Letta) che Karlsruhe stavolta possa ribellarsi, e questo sì ( è proprio il pericolo che l’ex presidente del Consiglio italiano paventa) potrebbe minare le istituzioni di Bruxelles, e la fiducia in esse.

Soprattutto, i giudici costituzionali tedeschi sembrano essere consapevoli del limite europeo: nel comunicare la loro sentenza hanno non solo dato il loro pleonastico via libera al QE di Lagarde ( memori, dunque, delle bacchettate della Corte Ue che bloccó la sentenza contraria al QE di Draghi), ma si sono anche “scusati”: noi dobbiamo applicare la Costituzione tedesca, hanno detto. La quale Costituzione è molto diversa dalle altre Carte europee: fu di fatto scritta dagli americani nell’immediato dopoguerra ( come proprio dalle pagine del Dubbio ha recentemente ricordato il giudice costituzionale italiano Giuliano Amato), prevede il voto e la dissenting opinion ( cioè le decisioni non sono responsabilità collegiale, ma frutto di dialettica e voto tra minoranza e maggioranza).

Soprattutto la Corte tedesca agisce, come quella americana, su ricorsi diretti. E in questo caso il ricorso avverso alla Bce era stato presentato – tra gli altri- anche dalla nuova destra xenofoba e post- nazista dell’AFD. Ma appunto, la sostanza della critica che Karlsruhe muove stavolta alla Bce è cruciale, e se venissero risposte concrete sarebbe uno straordinario passo avanti per la costruzione europea.

Dicono infatti i giudici che la politica del QE è nei fatti politica economica. E non hanno tutti i torti, anzi: con il suo “bazooka” impugnato nell’emergenza della crisi asimmetrica del 2008- 2011 che rischiava di far saltare l’euro Mario Draghi supplì alla carenza di politica fiscale comune. Fece nei fatti politica economica. E questa non rientra nel mandato della Bce. Ecco, se invece si decidesse di ampliare il mandato, sul modello ad esempio della Federal Reserve americana, si sanerebbe una vistosa zoppìa ( come la chiamava Carlo Azeglio Ciampi): avere una moneta comune, avere una politica monetaria, ma non una comune politica economica.

Basterebbe inserire nello Statuto della Bce il mandato preciso per la stabilità dei prezzi, e la possibilità di acquistare direttamente all’emissione i titoli degli Stati solvibili. E addirittura arrivare a permetterle, come è per la Fed americana, di comprare direttamente azioni delle imprese. Riformare la Bce in senso “americano” La servirebbe anche, in economie a produzioni e distribuzione fortemente integrate quali sono quelle europee, a stemperare la leadership che la Germania esercita, direttamente e anche attraverso le istituzioni europee, nelle impostazioni di politica economica continentali. A stemperare il rigorismo. Ecco, se la sfida lanciata da Karlsruhe venisse raccolta dai capi di Stato e di governo riuniti a Bruxelles, sarebbe il miglior esempio di eterogenesi dei fini.

Commenti 22 Apr 2020 21:00 CEST

I soldi della Ue arriveranno. Il punto è come li spenderemo

Arriverà una forte iniezione di risorse destinate all’economia reale poi toccherà a noi combattere I rischi di povertà, puntando sulla crescita

Circola un moderato ottimismo in ordine all’esito del Consiglio europeo di domani con il probabile accordo circa un importante arsenale di strumenti variamente strutturati e finalizzati, anche se sono ancora da definire con precisione la provenienza delle risorse, le modalità di distribuzione, le destinazioni.

Proviamo a cercare di capire come si è arrivati ad esito che qualche settimana fa non sembrava scontato. In primo luogo, è evidente che la crisi epidemica, che pur ha assunto dimensioni mondiali, ha colpito in primo luogo l’Europa. Per quanto i dati debbano essere maneggiati con cura e prudenza e con tutti i caveat ( i dati russi e cinesi, così come quelli africani e indiani, non sono per ragioni diverse totalmente credibili), nei 27 paesi membri c’è più di un terzo dei contagiati e quasi la metà dei decessi a livello mondiale. Ue, alla fine i finanziamenti arriveranno Il problema è evitare che si disperdano

Circola un moderato ottimismo in ordine all’esito del Consiglio europeo di domani con il probabile accordo circa un importante arsenale di strumenti variamente strutturati e finalizzati, anche se sono ancora da definire con precisione la provenienza delle risorse, le modalità di distribuzione, le destinazioni.

Proviamo a cercare di capire come si è arrivati ad esito che qualche settimana fa non sembrava scontato. In primo luogo, è evidente che la crisi epidemica, che pur ha assunto dimensioni mondiali, ha colpito in primo luogo l’Europa. Per quanto i dati debbano essere maneggiati con cura e prudenza e con tutti i caveat ( i dati russi e cinesi, così come quelli africani e indiani, non sono per ragioni diverse totalmente credibili), nei 27 paesi membri c’è più di un terzo dei contagiati e quasi la metà dei decessi a livello mondiale. Le economie UE sono totalmente interconnesse ( per tutti gli Stati membri l’interscambio merci intra Ue è ampiamente superiore a quello extra ue, che assommavano in totale nel 2018 a 3.518 miliardi di Euro, ossia superiori dell’ 80% al livello delle esportazioni dell’EU- 28 verso paesi terzi, pari a 1.956 miliardi di euro). La crisi, infine, ci dice il FMI, colpirà in maniera quasi omogenea tutti i paesi europei, con una riduzione media del PIL di oltre 7,5 punti.

In secondo luogo, è evidente che in questi ultimi mesi si è creata una sfera pubblica, una Öffentlichkeit europea, che ha superato le sfere di discussioni strettamente nazionali: prese di posizioni trasversali di leader politici, di intellettuali, di rappresentanti dei settori produttivi, interviste incrociate del leader di uno Stato su quotidiani di altri paesi, attenzione continua al dibattito interno di ogni paese. Il voto del Parlamento europeo del 17 aprile ha infine approvato a larghissima maggioranza misure per svariati miliardi di euro del bilancio 2020, auspicando interventi ulteriori da parte della Commissione e del Consiglio europeo.

A questo risultato non si sarebbe riusciti ad arrivare attraverso il solo intervento della Commissione e delle altre strutture istituzionali europee comuni, in primo luogo la BCE. E ciò per la semplice ragione che le decisioni da assumere in questa fase sono rigorosamente politiche, e non burocratiche: e la politica è, e non può che essere, dove c’è la rappresentanza popolare, del popolo europeo, e quindi nel Parlamento, e dei popoli degli Stati membri, e quindi – ancorché ambiguamente – nel Consiglio europeo. Occorreva, e ancora dobbiamo sperare che ciò avvenga, mettere tutta la forza e l’abilità di ogni governo nazionale ( e finora l’Italia, grazie ad una squadra europea di alto livello, si sta comportando bene) per giungere ad una sintesi capace di superare gli egoismi nazionali.

D’altra parte, quello che succede nell’Unione non è molto diverso da quello che sta succedendo in Italia, dove un governo, fondato su di una alleanza innaturale ( sarà pur l’unica possibile, ma a forza di evocare il principio di realtà si rischia di legittimare ogni incertezza e ogni sbandamento), e costretto continuamente a mediare fra quelli che oggi appaiono i veri titolari dell’indirizzo politico, vale a dire i Presidenti delle Regioni legittimati direttamente ( e spesso alla ricerca di conferma), rappresentativi delle due forze che oggi costituiscono rispettivamente l’asse della maggioranza ( i Presidenti Pd, uno dei quali segretario del partito) e della opposizione ( i Presidenti leghisti, insediati nel Nord del Paese), nella debolezza culturale e prospettica della forza che ancora è maggioranza relativa in Parlamento.

Arriverà una massiccia iniezione di risorse finanziarie, dell’ordine di migliaia di miliardi di euro, questa volta destinate in larga misura all’economia reale, e all’Italia ne spetterà una parte importante.

Poi toccherà a noi, con una direzione politica che dovrà essere forte e autorevole, combattere i rischi di povertà, evitando però distribuzioni a pioggia, finalizzare le risorse alla crescita, semplificare al massimo il sistema burocratico e dei controlli.

 

Commenti 14 Apr 2020 21:00 CEST

Ue, l’anatema di Croce sugli “spropositi patriottardi” non passa

Abbiamo fatto l’euro ma non la carta costituzionale che la Francia bocciò nel 2005. Di fronte alla pandemia ci vorrebbe l’unione delle borse

Se si dà uno sguardo alla quarta edizione della fortunata Storia d’Europa dal 1945 a oggi ( Laterza) di Giuseppe Mammarella, che uscì nel 2006, si scoprirà che gli ultimi capitoli sono intitolati “Gli anni della crisi”. Lo scorrere tumultuoso e veloce degli avvenimenti nell’era di Internet ci impedisce di riflettere sui fatti e sulle vicende con un minimo di spessore storico. La cronaca uccide, ormai, la storia in un flusso comunicativo che investe tutti i media, compresa la carta stampata.

Tanto è vero che, di fatto, i libri di storia più diffusi non sono quelli degli storici di professione, ma dei giornalisti, fra l ’ altro in molti casi bravi. Forse, però il problema non sta nei libri, ma nel come e quanto si leggono. Cioè sempre di meno e solo se scritti da personaggi del circo mediatico. Del caso di cui vorremmo parlare cioè della crisi della UE, si scrivono fiumi di parole, ma sono anni, anzi decenni, che, se crisi è, non si è più fermata. Allora bisognerà capire da quando è cominciata la crisi discendente delle “magnifiche sorti progressive”, di quella che è stata definita, la più grande creatura di successo del secondo dopoguerra. Specialmente oggi che siamo in guerra, sebbene contro un virus, bisognerà capire le origini di questa crisi che ha impedito e impedisce di affrontare la situazione con l’unione delle Borse. Oggi più che mai necessaria per affrontare una pandemia che rischia di avere sul piano economico e sociale, ma anche delle istituzioni, un effetto ancor più grave di una guerra.

Tanto più che la “lunga crisi” di cui dicevamo ha alimentato, anche per validi motivi una ondata di euroscetticismo che ha gonfiato le vele ai partiti, candidati e ai movimenti populisti e “sovranisti”. Vorrei ricorrere, per andare al cuore del problema all’aiuto di un grande filosofo del ‘ 900 europeo, Benedetto Croce. La Grande Guerra era appena cominciata, ma il Belgio era stato già invaso dalla Germania violandone la neutralità, e si era già capito che l’idea della guerra breve e circoscritta rischiava di dilagare.

Così il 3 ottobre del 1914, il filosofo prese la penna per scrivere sul Corriere della Sera di Luigi Albertini, una frase che spiega bene la situazione di oggi: «Credo – scrisse – che a guerra finita, si giudicherà che il suolo d’Europa non solo ha tremato per più mesi o per più anni sotto il peso delle armi, ma anche sotto quello degli spropositi». E gli spropositi, i giudizi avventati, le retoriche patriottarde, gli stereotipi sui tedeschi o sugli italiani o sui francesi o gli olandesi abbondano sino alla nausea. Sono “spropositi” pericolosi, molto pericolosi.

Lo erano ai tempi di Benedetto Croce e lo sono ancora oggi. Si vide con ciò che successe dopo la guerra e coi regimi totalitari che si formarono dal comunismo al fascismo, e poi al nazismo. Purtroppo, il dopo virus potrebbe provocare oggi, la crisi ancor più grave se non finale della UE con effetti non secondari nella vita di tutti noi, noi europei. Per capire i rinvii e le indecisioni, i conflitti e i veti che paralizzano ora più che mai le istituzioni decisionali e principalmente il Consiglio Europeo dei capi di Stato e di governo, bisogna fare marcia indietro e non indugiare sugli “spropositi” di stampo nazionalistico di cui parlava Benedetto Croce. Il combinato disposto del trattato di Maastricht prevedeva una sorta di percorso di avvicinamento progressivo fatto di compatibilità di bilancio e di altri parametri, per arrivare all’adozione combinata della moneta unica e di un Trattato Comune Costituzionale.

Senza indagare sul perché e il per come questo appuntamento “saltò” sia nei modi che negli esiti, nel 1999 fu adottato l’Euro, ma per la Costituzione il percorso fu più lungo e tormentato sino al referendum francese del 29 maggio 2005, che per l’Unione non fu per nulla radioso. I francesi con un margine di 55% a 45% respinsero il testo costituzionale, elaborato da una commissione presieduta da Giscard d’Estaing. Così l’UE rimase dal punto di vista istituzionale un “ircocervo” con una moneta unica, per coloro che la adottarono, come espressione di un sistema federale in fieri, e con tutte le istituzioni, commissione, consiglio, eurogruppo, dove ci si comportava con il diritto di veto, tipica espressione dei sistemi confederali. Ecco spiegata l’origine delle enormi difficoltà che oggi si manifestano nell’Unione Europea che sempre di più si mostra come un gigante dai piedi d’argilla. Se oggi si riuscirà a trovare un compromesso per andare avanti con i piani finanziari per uscire dalla guerra del coronavirus, sarà già qualcosa. Tuttavia, non si potrà tirare avanti con trattative lunghissime, come quelle sui modi per affrontare la pandemia, che vanno avanti dal 20 febbraio del 2020, quando la riunione speciale del Consiglio Europeo dei capi di Stato e di governo non riuscì a stabilire l’ammontare del Quadro finanziario pluriennale, in piena crisi del coronavirus. Il problema è l’unanimità e il diritto di veto, come vediamo oggi a tre mesi di distanza.

 

Analisi 10 Mar 2020 20:00 CET

Sforare il deficit non basterà, con la Ue rivedere gli indici di crescita economica

Se negli scorsi decenni la misurazione del prodotto nazionale avesse tenuto conto anche di fattori immateriali forse ora saremmo ben più attrezzati n…

Caro Direttore “Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni… Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago…” ( Bob Kennedy – Università del Kansas – 18 marzo del 1968).

Dopo decenni di crescita contraddittoria, squilibrata e instabile, condizionata da un’idea avida e materialista dell’economia, un’epidemia globale ci costringe a verificare che, misurando la ricchezza di un Paese solo in base fattori immediatamente tangibili, si finisce col fare scelte che ci lasciano sguarniti davanti ad un’emergenza sanitaria. Aver tagliato negli anni le spese della sanità, in ragione di un equilibrio da mantenere tra PIL e spesa pubblica oggi si rivela infatti una scelta improvvida.

Se negli scorsi decenni la misurazione del prodotto nazionale avesse tenuto conto anche di fattori immateriali, cioè dello sviluppo culturale, della tutela ambientale, della salute, del benessere delle persone e della società, contabilizzati, al contrario, come gravosi fattori di assorbimento del PIL, forse ora saremmo ben più attrezzati nella difesa della vita delle persone davanti alla minaccia del virus. E il paradosso è che il timore di inadeguatezza delle strutture sanitarie costringe a provvedimenti che distruggono proprio la ricchezza materiale. Borse, imprese manifatturiere e commerciali, società di trasporti, attività turistiche e ricreative sono travolte da un terremoto i cui effetti, per entità e rapidità, sono paragonabili a quelli di una guerra: i primi a soffrirne saranno i lavoratori ma stavolta non da soli. E risultano potenzialmente a rischio di essere travolte anche le relazioni sociali, i modelli di coesione e convivenza della gente. L’isolamento, la sospensione della mobilità, la chiusura dei luoghi di aggregazione, il distanziamento delle persone, determineranno, se protratti a lungo, effetti anche sul piano sociologico.

Nel frattempo le delocalizzazioni delle manifatture, scelte solo per abbattere il costo del lavoro, con il rallentamento dei traffici internazionali, lasciano sguarnite intere catene di produzione, dimostrando tutti i rischi di una globalizzazione dello sfruttamento, anziché dei diritti. Di avvisi, ne avevamo avuti molti altri, ma tutti minimizzati, perché riguardavano alcuni ma non tutti. Per esempio la crisi finanziaria che ha impoverito molti ma arricchito altri. Oppure la crisi ambientale, rinviata a problema delle generazioni future.

O le tante situazioni di crisi aziendali, per le quali ognuno pensa che sia sufficiente non trovarsi proprio lì…

Il coronavirus, invece, è universale. Nessuno può sentirsi al riparo anche se assistiamo a una deplorevole competizione tra Stati, o perfino tra regioni, ognuno nella speranza di “reggere” meglio degli altri, salvo poi accorgersi che stavolta siamo tutti sullo stesso gommone. E anche gli assalti ai supermercati altro non sono che gli ultimi disperati tentativi di ricercare soluzioni individuali in una società che, invece, potrà rinascere e risanarsi solo se saprà rivalutare le soluzioni che guardano al benessere collettivo.

La lezione della pandemia è questa e, mentre gli scienziati si affannano a trovare un antidoto al virus, il dovere della classe dirigente oggi è quello di assumerla come guida per rivedere i criteri di misurazione del PIL. Limitarsi a sforare il deficit per sostenere le spese necessarie a fronteggiare l’emergenza sarebbe sbagliato: occorre aprire una trattativa internazionale per la revisione degli indici di crescita economica e, su queste nuove basi, costruire la futura contabilità dei Paesi. Ora siamo certi che rivedere i fattori che compongono il prodotto delle nostre comunità consentirà di mantenere più forti e stabili anche gli elementi di crescita materiale a cui l’economia resta pur sempre legata.

* Segretario Confederale Cisl Responsabile politiche credito

 

Commenti 6 Mar 2020 21:00 CET

Cari Sassoli e Gentiloni, difendeteci: l’Ue dà dati sbagliati sul nostro welfare

E’ giusto che il Governo faccia chiarezza in sede europea a fronte di un giudizio superficiale e ingiustificato che attacca la sostenibilità del nost…

Questo è un appello rivolto in particolare al Commissario europeo per l’economia, Paolo Gentiloni e al Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, affinché, se ritengono attendibili i dati riportati, tutelino adeguatamente gli interessi dell’Italia e il welfare degli italiani in sede europea.

Si tratta di un passo necessario se si vuole finalmente disegnare uno Stato sociale in Europa, non solo degno della nostra migliore tradizione, ma capace di difendere nuovamente gli ultimi. Veniamo ai fatti. Il Country Report 2020 sul nostro Paese, approvato nei giorni scorsi dalla Commissione europea, boccia ancora una volta la nostra spesa pensionistica, giudicata troppo onerosa rispetto a quella degli altri Paesi del vecchio continente. Si tratta di una bugia che l’Italia dovrebbe smentire perchè, sulla base di questa argomentazione infondata, il rischio è che si voglia preparare il terreno per un nuovo giro di vite sulla previdenza o impedire il definitivo superamento della legge Fornero del quale, l’attuale Governo, sta discutendo con i sindacati.

Il parere della Commissione richiama una impostazione di vecchio stampo, liberista e rigorista, ormai superata dai fatti. Una minestra riscaldata che non vuole trarre insegnamento dagli errori commessi nel recente passato, a partire dalla scarsa considerazione sull’aumento delle diseguaglianze sociali e dalla crudeltà di alcune riforme pensionistiche, come quella voluta dall’Europa e attuata da Monti, che vengono addirittura portate come esempio dagli alti burocrati europei.

Prima bugia: l’incidenza della nostra spesa pensionistica non e’ del 15% perche’ questa percentuale incorpora le spese per l’assistenza e le tasse pagate dai pensionati sui loro assegni ( 50 miliardi di euro all’anno): lo ha anche ricordato di recente il Presidente dell’Inps Tridico. Se si fanno le opportune correzioni la spesa scende al 12%, in perfetto allineamento con gli altri Paesi europei.

Seconda bugia: non e’ vero che la legge Fornero mantiene, da sola, i conti in equilibrio. Secondo un’autorevole fonte, il Documento di Economia e Finanza elaborato dal Governo per il 2016, le riforme che vanno dal 2004 al 2011 ( Maroni, Damiano, Sacconi e Fornero), cumulativamente determinano una minore incidenza della spesa pensionistica in rapporto al PIL pari a “circa 60 punti percentuali fino al 2050”. Tradotto, circa 900 miliardi di euro di risparmio in 46 anni. Se poi si vuole entrare piu’ nel dettaglio, nello stesso documento del Ministero dell’Economia e delle Finanze e’ scritto che tale minore incidenza “è da ascrivere, per circa 1/ 3 alla riforma introdotta con la legge n. 214/ 2011 ( Fornero) e, per circa 2/ 3, ai precedenti interventi” ( Maroni, Damiano, Sacconi). Questi dati, a loro volta, sono stati ricavati dal Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica della Corte dei Conti del 2016.

E’ giusto che il Governo faccia chiarezza in sede europea a fronte di un giudizio superficiale e ingiustificato che attacca la sostenibilità del nostro sistema pensionistico. Continuare a far cassa sul Welfare è una impostazione che appartiene al passato e che, purtroppo, ha fatto morti e feriti. Spetta al PD, se vuole essere un partito autenticamente di sinistra con una chiara identità di riformismo radicale, farsi carico di questi problemi che hanno a che vedere con il benessere dei cittadini e, quindi, con un sano principio di uguaglianza sociale.

 

Commenti 3 Mar 2020 21:00 CET

Coesione sociale vo’ cercando

Ue, il virus e noi. Che dire di quei dirigenti politici che non hanno sotterrato l’ascia di guerra nemmeno di fronte ad una emergenza nazionale che …

È sufficiente ascoltare gli avventori di un qualsiasi bar della Capitale affollato nelle ore canoniche della colazione mattutina e della pausa pranzo, per scoprire che la preoccupazione per gli effetti del coronavirus è aumentata nelle ultime ore. Ovviamente ci si continua ad interrogare sui rischi per la propria salute, se il virus misterioso sia solo una influenza aggressiva o la peste del XXI secolo; se tutto finirà presto o meno, se le misure adottate siano state giuste o no… Naturalmente ognuno dice la sua, come è normale che sia in un rapido chiacchiericcio da bar.

Da ieri il più preoccupato ‘ e mo’ che succede? ‘ non è però riferito al numero degli infetti e dei morti, alle imprese di alcuni settori strategici della nostra economia messe in ginocchio, all immagine nel mondo dell Italia, divenuta in una settimana sinonimo di lazzaretto. Ora l’interrogativo che maggiormente angustia i nostri vicini al bancone del bar, occasionali o tradizionali che siano, riguarda la sorte del campionato di calcio. Si discute di quando e con quali modalità si giocheranno le partite rinviate; di quale squadra ne trarrà vantaggio e quale sarà più danneggiata; degli interessi occulti e dei veri motivi che hanno portato alle decisioni prese… E basta scorrere i quotidiani o navigare sul web per scoprire che il fenomeno non si è manifestato solo nei bar romani, sta interessando tutta la Penisola, è notizia da prima pagina ovunque.

Forse è normale che sia così, visto che il calcio è lo sport nazionale per antonomasia, fa soffrire e gioire milioni di connazionali di ogni età e muove giganteschi interessi economici.

C è comunque di che riflettere perché quando le istituzioni perdono credibilità e cala la fiducia nella loro azione, i cittadini prima o poi le… archiviano, ne fanno volentieri a meno, cercano vie nuove per essere rappresentati o almeno sentirsi tali. E’ proprio ciò che, a causa del Coronavirus, può accadere ad istituzioni assai più importanti per l’Italia della Federazione gioco calcio : il Parlamento, il governo, le regioni, la protezione civile, il servizio sanitario nazionale…

È ancora presto per dire quale sarà la credibilità delle nostre istituzioni, e quindi se gli italiani avranno ancora fiducia nel loro operato, quando saremo usciti dal tunnel della preoccupazione e della paura collettive. Lo potremo capire solo quando il trauma, purtroppo non solo psicologico, dell’emergenza sarà assorbito e la situazione sarà tornata alla normalità. Solo allora sarà possibile, necessario e giusto giudicare l’azione delle istituzioni, attribuire meriti ed indicare eventuali colpe. Chi fin da adesso lancia a destra e a manca accuse di incapacità se non addirittura di tradimento dell’interesse nazionale , non fa altro che alimentare la paura ed indebolire la indispensabile coesione della società di fronte ad una dura prova collettiva. È deplorevole che lo facciano i leoni da tastiera che, vigliaccamente coperti dall’anonimato, sputano sentenze e lanciano accuse infamanti. È deplorevole ma è il rovescio della medaglia della rete.

Ma che dire di quei dirigenti politici che non hanno sotterrato l’ascia di guerra nemmeno di fronte ad una emergenza nazionale che non ha precedenti nel dopoguerra? Identica domanda bisogna porsi anche per coloro che sembrano preoccuparsi solo della propria immagine, quelli che decidono pensando ai sondaggi sul gradimento delle misure adottate e non alle conseguenze reali realmente prodotte.

Di certo gli esponenti politici di entrambe le specie non avranno motivo di lamentarsi se domani, quando sarà passata la bufera, saranno giudicati degli irresponsabili e come tali trattati dagli italiani.

Appunto, solo da domani sarà giusto giudicare i nostri rappresentanti ad ogni livello. Ora è il tempo di tenere i nervi saldi e di fare tutto ciò che serve per vincere una sfida infinitamente più importante del campionato di calcio.

P. S. È spiacevole dirlo, ma se quanto sopra ha un senso non si può estendere il concetto a tutte le istituzioni che regolano la vita degli italiani. Di fronte al Coronavirus le istituzioni europee sono state finora totalmente assenti, come se non esistessero. Certo la sanità è materia di competenza esclusiva degli Stati nazionali. E altrettanto certamente l Italia potrà spendere almeno 3,6 miliardi di euro in più rispetto ai rigidi vincoli comunitari di bilancio. Ma davvero nei giorni scorsi a Bruxelles nessuno poteva fare qualcosa per aiutare l’Italia, per non lasciarla sola? È difficile crederlo anche per i più convinti europeisti. Molte capitali hanno fatto sentire la loro voce, non sempre amichevole. Dai vertici delle UE non si è sentita nemmeno una parola. Purtroppo.

 

Commenti & Analisi 27 Feb 2020 20:00 CET

Brexit non vale per la Corte Ue dei diritti. E per le madri surrogate arrivano novità

Nessuno ne parla ma, prima o poi, capiterà un caso che farà discutere. Il Regno Unito è fuori, ma non del tutto

Il 2019 per la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo è stato un anno importante. Nel maggio è cessata la Presidenza di Guido Raimondi, che per nove anni aveva retto la Corte con grande maestria facendole avere sempre più un ruolo importante nel sistema europeo delle Corti. La Corte, da quest’anno, avrà una funzione ancora più importante e particolare.

È infatti l’ultimo aggancio del Regno Unito all’Europa. Come si sa, il Regno Unito è uscito dall’Unione Europea, ma non ha disdettato ( e come avrebbe potuto farlo…) la Convenzione europea dei diritti umani.

Oggi, quindi, abbiamo una situazione particolare: da un lato il Regno Unito è fuori dall’Unione Europea ma, dall’altro, la Corte di Strasburgo estende la sua giurisdizione anche sul Regno Unito e le sue sentenze possono “giudicare” anche le sentenze della Corte Suprema britannica.

Nessuno ne parla ma, prima o poi, capiterà un caso che farà discutere. Il Regno Unito è fuori, ma non del tutto. Questo è un bene per chi crede che l’Europa abbia bisogno anche delle tradizioni e della cultura anglosassone, soprattutto in campo legale dove i principi di Common Law nella loro praticità possono aiutare i sistemi di Civil Law a diventare più efficienti e più attenti al principio dello “stare decisis” per avere una giurisprudenza uniforme.

Alla Presidenza italiana di Raimondi è subentrato Linos- Alexandre Sicilianos, giudice greco. L’Europa del Sud è molto sensibile al tema dei diritti umani, mentre l’Europa del nord è più attenta al business.

Oltre al cambio alla guida della Corte, il 2019, in tema di giurisprudenza, ha anche significato due importanti novità. È stato depositato il primo Avis Consultatif ( Demande n° P16- 2018- 001) in data 10 aprile 2019. Come si sa, questo nuovo strumento processuale è stato previsto dal protocollo 16, ed è costruito come il più noto rinvio pregiudiziale di fronte alla Corte dell’Unione Europea ( art. 267 TFUE).

In questo caso è stata la Corte di Cassazione francese che ha chiesto lumi in tema di riconoscimento nel diritto interno di un legame di filiazione fra un bambino nato da una gestazione surrogata praticata all’estero in California e la mère d’intention. La Corte ha così deciso: «Nella situazione in cui, come nell’ipotesi formulata nelle domande della Corte di cassazione, un bambino è nato all’estero per gestazione per altro ed è derivato dai gameti del padre d’intenzione e di una terza donatrice, e in cui il legame di parentela tra il minore e il père d’intention è stato riconosciuto in diritto interno.

Il diritto al rispetto della vita privata del minore, ai sensi dell’art. 8 della Convenzione, prevede che il diritto interno offra la possibilità di riconoscimento di un legame di parentela tra tale figlio e la mère d’intention indicata nel certificato di nascita legalmente stabilito all’estero come madre legale; e quest’articolo non richiede che tale riconoscimento avvenga attraverso la trascrizione sui registri dello stato civile del certificato di nascita legalmente residente all’estero. Essa può essere effettuata per altre vie, quali: l’adozione del minore da parte della mère d’intention, a condizione che le modalità previste dal diritto interno garantiscono l’effettività e la sua rapida attuazione, conformemente all’interesse superiore del bambino». Una seconda pronuncia è anch’essa una novità. Si tratta di un ricorso per infrazione, anche esso formulato come quello previsto dal Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea ( art. 260). La Convenzione lo prevede all’articolo 46, primo paragrafo.

Lo ha subito l’Azerbaijan, condannata con sentenza del 29 maggio 2019, su richiesta del Comitato dei Ministri ( requete n. 15172/ 13). La Grande Chambre ha concluso che l’Azerbaijan è venuta meno alle sue obbligazioni di conformarsi alla Sentenza resa dalla Corte nel 2014 nella causa Mammadou. Il caso è eclatante perché si tratta della prima procedura in assoluto di infrazione deliberata dalla Corte, e la Corte per questo ha preso anche lo spunto per definire i propri poteri. Oltre a queste nuove e importanti pronunce, la Corte ha svolto la sua normale attività: ha pronunciato 884 sentenze e ha però respinto 33 480 ricorsi che sono stati dichiarati irricevibili. Fra gli altri, nel 2019 spiccano per il numero di ricorsi quelli contro la Federazione Russa, la Turchia e l’Ucraina. I numeri sono impietosi: al 31 dicembre 2019, la maggior parte dei casi pendenti concerneva la Federazione Russa ( 25,2%), seguita dalla Turchia ( 15,5%), l’Ucraina ( 14,8%), la Romania ( 13,2%), e purtroppo l’Italia ( 5,1%).

Nel 2019, si è anche intensificato il dialogo fra le Corti. Incontri sono stati organizzati. Si è sempre più intensificata la rete di scambio con le Corti superiori di 39 Paesi e, infine, è stato organizzato un incontro fra la Corte africana, quella sudamericana e l’europea in tema di diritti dell’uomo. Molti casi importanti degni di nota. Fra tutti, il caso Viola c/ Italia, in caso di ergastolo ostativo ed inoltre: nel 2019 la Grande Camera ha pronunciato quattordici sentenze. Essa ha definito gli obblighi che incombono agli Stati nei confronti della convenzione in materia di incidenti stradali ( Nicolae Virgiliu Tanase c. Roumanie), di controllo dei malati mentali ospedalizzati a rischio di suicidio ( Fernandes de Oliveira c. Portugal) e di trattamento terapeutico dei detenuti in istituto psichiatrico ( Rooman c. Belgique).

Essa si è pronunciata sul caso specifico delle indagini penali a dimensione transnazionale che comportano un obbligo di cooperazione tra Stati ( Güzelyurtlu et autres c. Chypre et Turquie). Per quanto riguarda i richiedenti asilo, la Grande Chambre ha sviluppato la giurisprudenza in due casi: il loro mantenimento in una zona di transito situata alla frontiera terrestre tra due Stati membri del Consiglio d’Europa seguita dalla loro espulsione verso uno Stato diverso dal loro paese d’origine ( Ilias et Ahmed c. Hongrie), o il loro trattenimento in una zona di transito aeroportuale ( Z. A. et autres c. Russie).