Commenti 19 Mar 2020 18:00 CET

Vigilanza preventiva sul post-coronavirus. La mafia ha sempre lucrato sull’emergenza

Quando si fanno affari arrivano I prestanomi e la criminalità organizzata si arricchisce alle nostre spalle

Le mafie sono pronte a lucrare sull’emergenza coronavirus in Italia. Non ho alcun dubbio, a tal proposito, nello scrivere che dovremmo avere come esempio le ferite ancora aperte delle varie emergenze che si sono succedute nel nostro Paese. Non ne esiste una dove le mafie non si siano in qualche modo infiltrate e abbiano lucrato.

Per impedire alle organizzazioni mafiose e agli imprenditori senza scrupoli di fare un brindisi sul dolore altrui è necessario che l’emergenza non sia un affare ma un valore per cui vale la pena lottare. Il post emergenza coronavirus è la fase da tenere sotto stretta sorveglianza. Potranno speculazioni e infiltrazioni mafiose restare fuori da questa tragedia che stiamo attraversando? Si riuscirà a non lucrare sulla morte e sul dolore di tanta gente?

Mi auguro che serva a qualcosa l’esperienza avuta sulle precedenti emergenze per evitare che si rifacciano sempre gli stessi errori. Queste nuove vittime non dovranno servire a sostenere loschi affari e nuovi appetiti per le mafie e i mafiosi e per i politici e gli imprenditori corrotti. Questa tragedia che ha colpito quasi in tutto il mondo servirà questa volta all’Italia invertire la tendenza criminogena e attingere dall’esperienza fatta dopo le ultime emergenze nazionali. Abbiamo vissuto il dolore inflitto da imprenditori indegni di tale nome e da organizzazioni criminali che su queste tragedie non hanno visto la morte come sofferenza, ma come un motivo per fare affari e per arricchirsi.

Gli atti giudiziari dei vari tribunali italiani ci dicono, senza timore di smentita, che le ultime ricostruzioni post sisma, i crolli dei ponti in varie parti d’Italia, l’Expo a Milano e lo scandalo del Mose a Venezia ci hanno trasmesso non solo sofferenza e dolore, ma soprattutto mafie e corruzione. Le mafie si sono scaraventate sulle macerie delle zone distrutte come fossero lingotti d’oro da razziare a tutti i costi e con tutti i mezzi criminali possibili e immaginabili. I mezzi legali per evitare le infiltrazioni mafiose sono stati numerosi, purtroppo, pochissimi hanno funzionato, gli altri sono stati semplicemente inutili e facilmente eludibili.

Come dico sempre ai miei studenti americani – che a differenza di quello che possiamo credere conoscono la mafia –  dove ci sono affari da fare e circola molto denaro i mafiosi trovano sempre prestanomi o imprese regolari che in nome e per conto loro mettono le mani su tutto ciò che ruota intorno alle attività economiche di un’emergenza. Mi auguro che non saremo costretti ancora una volta ad assistere a un’Italia criminale che si contrappone alla grande solidarietà che questo Paese è capace di offrire a chi ne ha bisogno.

In questo periodo in me è venuto anche qualche dubbio sul ruolo dell’Europa e ho pensato che per rifondarla bisognerebbe partire proprio dall’emergenza del coronavirus e dalla lotta alle infiltrazioni mafiose. L’esperienza quindi ci dice che il grande business legato all’attuale emergenza non sarà ignorato dalla criminalità organizzata, e per questo motivo occorre attuare in anticipo tutti gli strumenti necessari per evitare le infiltrazioni mafiose. Su questo tipo di emergenza, dove lo Stato è in difficoltà e non riesce a far fronte comune, è più facile che le organizzazioni mafiose trovino spazi e modi per infiltrarsi e speculare. Non dimentichiamoci che mafia e corruzione sono sempre più intrecciate tra loro.

Il mio amico Franco Roberti, già procuratore nazionale antimafia, in un convegno mi disse che le mafie usano un sistema che ha funzionato per gli appalti post terremoto in Campania e che vede un intreccio complice tra mafia, politica e imprenditoria. La caratteristica della criminalità mafiosa delle nuove generazioni è di essere camaleontica e di vivere nella cosiddetta area grigia. Le mafie e la corruzione, in Italia, non si manifestano solo nella pratica illecita messa in atto da politici e funzionari disonesti, questi mali ormai hanno assunto le sembianze di una metastasi che non risparmia nessuna categoria sociale ( banchieri, giornalisti, alti burocrati dello Stato, magistrati, avvocati, docenti universitari, industriali).

Oggi manca purtroppo il sentimento di ripudio sociale verso questo tipo di criminalità, fatto che invece accadde nella migliore stagione di lotta alla mafia. Speriamo che questa emergenza unisca il popolo italiano perché se continuerà questo immobilismo su questioni così importanti, temo il prezzo lo pagheremo tutti e in primis i nostri figli.

 

Pure in Val d’Aosta il voto di scambio che inquina le urne e uccide la democrazia

Paghi mafia o ’ ndrangheta e ricevi un pacchetto di voti, acquistati con ricariche smartphone, buoni benzina, bollette luce e gas

Le mafie fanno eleggere i loro candidati poiché una fetta consistente di voti è direttamente controllata da loro. E’ inutile nascondercelo, siamo in un sistema che ha tutti gli anticorpi per rimanere immutabile. Per restare sempre uguale a se stesso. Per auto conservarsi. Oggi in Italia esistono due tipi di voto di scambio. Un voto di scambio “mafioso puro” e un voto di scambio “pseudo mafioso”.

In un paese in forte deficit democratico come il nostro che orami ha compromesso i meccanismi istituzionali basilari, la politica diventa una sorta di “mi manda Picone”, un modo per ottenere ciò che altrimenti sarebbe difficile, se non impossibile raggiungere. Ci si rivolge al politico di turno per elemosinare favori spesso a discapito dei più meritevoli. Inginocchiarsi e pregare per avere spesso un diritto dovuto.

Non si vota più un politico per il suo progetto, perché si condividono i suoi orientamenti, perché si crede in lui, ma lo si elegge per scopi personali, clientelari e nepotistici. I programmi e i dibattiti, spesso sono solo specchietti per le allodole e servono a poco se non a nulla. Si vota chi promette qualcosa o a chi ha già fatto a sé o alla propria famiglia un favore. E questo coinvolge tutti i politici di qualsiasi schieramento o ideologia, nessuno escluso. Ogni partito conserva i suoi preziosi rapporti clientelari.

Un ruolo di primaria importanza lo svolgono gli amministratori locali ( Regioni, Province e Comuni) poiché sono loro quelli che possono distribuire immediatamente lavoro. È nel sottobosco che si decidono le partite decisive, che si fanno largo i politici spregiudicati, quelli che risolvono i problemi spinosi, permettendo a chi siede in Parlamento di evitare di sporcarsi le mani. E qui si arriva al voto di scambio mafioso che segue però logiche diverse da quelle poco fa messe in evidenza. Le organizzazioni criminali, nel corso degli anni, hanno cambiato profondamente il meccanismo dello scambio elettorale.

In passato non c’era politico che non andasse da loro a chiedere sostegno perché quel determinato candidato potesse ottenere una quantità enorme di voti. Oggi, la maggior parte delle organizzazioni criminali sostiene anche candidati non utili ai loro affari, semplici candidati che hanno difficoltà a essere eletti. Loro vendono un servizio. Vai, paghi e mettono a tua disposizione un pacchetto di voti.

Questo significa che puoi anche non essere eletto le organizzazioni ti garantiscono solo un numero di voti. In alcuni casi, quando il loro interesse è alto, candidano direttamente dei loro uomini, in questo caso in cambio avranno accesso alle informazioni sugli appalti, avranno capacità di condizionare piani regolatori, spostare finanziamenti in settori a loro sensibili, far aprire cantieri, entrare nel circuito dei rifiuti dalla raccolta alle bonifiche delle terre contaminate e tanto altro ancora. I mezzi corruttivi di solito sono i proventi del traffico e del commercio di stupefacenti.

Con un pacco da cento di smartphone si ottengono anche duecento voti. Vi sono poi strumenti corruttivi che vanno dalle spese pagate ai supermercati per qualche settimana fino agli sconti sulla benzina, dalle bollette luce, gas, telefono pagate fino alle ricariche dei telefonini. Migliaia di voti sono raccolte proprio con uno scambio di questo tipo. Può sembrare un livello di corruzione “grezzo” ma non lo è per nulla poiché è difficilissimo da dimostrare giacché chi promette, è raramente in contatto diretto con il politico.

Quindi anche se il mediatore è scoperto, questi dirà che era sua iniziativa personale per meglio comparire agli occhi del politico aiutato escludendolo quindi da ogni responsabilità nel voto di scambio. L’allarme consistente il voto di scambio in queste ore è in Valle d’Aosta, dove secondo le indagini della Procura della Repubblica di Torino la politica avrebbe cercato – e trovato – l’appoggio dei clan mafiosi della cosca “locale” di ‘ ndrangheta.

L’ipotesi di reato è quella del 416 ter del codice penale. Il pubblico ministero scrive testualmente: “Il sodalizio mafioso di matrice ‘ ndranghetista capeggiato dai fratelli Marco e Roberto Di Donato è riuscito a influenzare le elezioni per il rinnovo del Consiglio regionale della Valle d’Aosta del 20 maggio 2018. Infatti, è riuscito a condizionare le scelte elettorali di una parte degli elettori al fine di soddisfare gli interessi o le esigenze del sodalizio”.

A conferma di quanto abbiamo scritto in precedenza, “Sono tre gli ex presidenti della Regione Valle d’Aosta che nel corso della campagna elettorale s’incontrano o cercano di incontrare proprio i fratelli Di Donato, quindi coloro che durante l’indagine è emerso essere ai vertici locali della ‘ ndrangheta di Aosta”.

Sembra che qui la ndrangheta sia capace di catalizzare numerose preferenze elettorali condizionando addirittura la vittoria o meno di un partito. Nonostante tutto ciò a oggi nessuno schieramento politico ha affrontato seriamente il tema del voto di scambio. A questo punto una domanda sorge spontanea: voto di scambio, terribile nemico o straordinario alleato?

 

Commenti & Analisi 10 Oct 2019 12:21 CEST

Ma la mafia è ancora un’emergenza che giustifica la sospensione dei diritti?

Il regime duro aveva una via d’uscita per i mafiosi, era una norma a tempo, destinata a scadere e da rinnovare di volta in volta

Le citazioni giuridiche sono noiose lo sappiamo. Figurarsi quando si pretende di fare anche un po’ di storia. Alla noia segue quasi sempre una certa apprensione. Però nella storia del regime speciale di detenzione ( il cd. 41- bis) è avvolto un pezzo di storia del Paese e tutto non si può ridurre ai lai delle solite vestali.

Era il 1986 quando, nel mezzo delle turbolenze penitenziarie in gran parte collegate alla cattura di numerosi terroristi, si decise di introdurre l’articolo 41- bis nell’Ordinamento penitenziario con il fine specifico di contrastare «casi eccezionali di rivolta» o «altre gravi situazioni di emergenza» nelle carceri. Una norma quasi mai applicata che concedeva ai ministri della Giustizia la facoltà di sospendere per un periodo molto circoscritto «l’applicazione delle normali regole di trattamento dei detenuti». Uno spazio limitato e un tempo limitato. Quanto bastava, insomma, per ripristinare l’ordine carcerario messo in fibrillazione in un certo istituto.

Era il 1992, dopo quella terribile estate di stragi e di sangue, e il governo Andreotti- Martelli decise di stringere le maglie aggiungendo all’articolo 41- bis un secondo comma del tutto inedito: «quando ricorrano gravi motivi di ordine e di sicurezza pubblica» il ministro ha «la facoltà di sospendere, in tutto o in parte, nei confronti dei detenuti per taluno dei delitti» più gravi «l’applicazione delle regole di trattamento e degli istituti previsti» dall’Ordinamento penitenziario «che possano porsi in concreto contrasto con le esigenze di ordine e di sicurezza».

Insieme a questo il drastico irrigidimento del divieto di benefici penitenziari già previsto, nel 1991, con il nuovo articolo 4- bis: mitezza solo per chi collabora con la giustizia. L’epicentro del regime duro fletteva, così, dai luoghi ( le carceri) alle persone ( i detenuti) che si trovavano ristretti per gravi reati, in primo luogo mafia e terrorismo. Non c’erano più rivolte da sedare, ma si doveva proteggere la sicurezza e l’ordine pubblico fuori dalle carceri. Bisognava impedire ai detenuti di proiettare all’esterno delle mura capacità criminali, visioni strategiche e soprattutto uno scellerato dominio. Era un cambio di passo impressionante che, per la prima volta, individuava classi di detenuti ritenuti pericolosi in ragione del loro ruolo nelle associazioni, della loro posizione apicale in esse il tutto a prescindere dal comportamento inframurario.

Il mito del mafioso “detenuto esemplare” e dell’Hotel Ucciardone, dove entravano donne e champagne, si schiantava. I boss capirono di aver a che fare con un’arma nuova, micidiale e imprevista. La peggiore. I suicidi in cella aumentarono vertiginosamente, le isole più temute riaprirono le gabbie, un’imprevista segregazione colpiva i capi mafia impreparati al pugno di ferro. E’ la storia, ancora non del tutto scritta, del papello di Ciancimino, delle revoche dei decreti di 41- bis da parte del ministro Conso, del processo sulla Trattativa in corso a Palermo.

Il regime duro aveva, infatti, una via d’uscita per i mafiosi, era una norma a tempo, destinata a scadere e da rinnovare di volta in volta. Un barlume per trattare, un varco per brigare con la politica collusa. Un progetto infrantosi, però, con la definitiva stabilizzazione del 41- bis imposta alla vigilia di Natale del 2002 dal Governo Berlusconi. Questo all’incirca quanto accaduto tra un nugolo di sentenze della Corte costituzionale ( l’ultima del 2018 ha cancellato di divieto di «cuocere cibi» in cella per i boss), della Cassazione ( il caso Riina in punto di morte) e, ora, della Corte di Strasburgo. Superati noia e fastidio di una storia ricostruita a spanne si impongono alcune riflessioni.

Il regime di carcere duro era, come visto, un protocollo carcerario per sua definizione temporaneo. La logica era evidente, in periodi di eccezionale pericolo per la sicurezza collettiva è legittimo privare i detenuti per gravissimi reati di ogni capacità di manovra all’interno delle carceri e, come detto, verso l’esterno. L’aver reso, tuttavia, questo statuto della detenzione speciale la regola in relazione, si badi bene, a determinate classi di reati ha finito per attirare a sé il faro della giurisdizione di Strasburgo che ora ha imposto all’Italia di modificare il regime duro con una modifica dei divieti di cui all’articolo 4- bis e l’ammissione anche di questi detenuti ai benefici penitenziari sinora interdetti loro per legge, salvo l’ipotesi della collaborazione con la giustizia.

Si tocca, come visto, un ganglio vitale della percezione delle mafie. Per poter prendere una posizione serena e scevra da condizionamenti, non sempre disinteressati, occorrerebbe interrogarsi seriamente su quale sia l’effettiva condizione delle mafie nella società italiana. Una domanda di per sé scomoda e che irrita tanti addetti ai lavori e una certa industria mediatica la quale, tuttavia, non poche volte non è la parte più disinteressata a questo genere di dibattiti. Senza scomodare discussioni che hanno bruciato e spaccato la pubblica opinione già trenta anni or sono ( la presunta querelle tra Sciascia e Falcone che, invece, quest’ultimo ossequiò citandolo in esergo al suo libro più bello), parrebbe evidente che manchi una ricognizione approfondita e rigorosamente documentate circa lo stato di operatività delle principali associazioni mafiose del Paese che hanno subito colpi durissimi dalle stragi del 1992 a oggi.

Come nel 1989 i Vopos della DDR sul muro di Berlino alla sua caduta, i mafiosi potrebbero sparare, ma non possono sparare perché obiettivamente privi di una struttura in grado di resistere ai violentissimi colpi dello Stato. Per dire nel gennaio del 1943, dopo Stalingrado, Hitler aveva perso la guerra, ma ci sono voluti purtroppo altri due anni e mezzo per venirne a capo. La stagione dell’egemonia mafiosa su pezzi significativi della società potrebbe essere trascorsa, ma per stabilirlo sarebbe necessario un approccio laico, privo di propaganda, scevro da carrierismi e capace di tracciare un serio bilancio sui successi ottenuti e su quanto resta da fare.

Il fatto che parecchi invochino lo stato d’eccezione contro la criminalità mafiosa, ma rifiutino di indicare con serietà al Paese entro quando intendano distruggere questa cancrena suscita inevitabili riserve. Forse qui si annida il motivo per cui il Governo italiano non è riuscito a persuadere i giudici di Strasburgo delle proprie ragioni in favore della prosecuzione all’infinito di un regime che, obiettivamente, viola il principio di personalizzazione e di rieducazione della pena e sottopone i detenuti a costrizioni solo in ragione dei reati di cui rispondono. Una maggiore flessibilità, l’abbandono di automatismi e una maggior fiducia verso la magistratura di sorveglianza che presiede alla legalità costituzionale della pena sono possibili solo a questa condizione. Fine pena mai solo se la mafia non avrà mai fine.. Quanto ci mancano Falcone e la sua speranza: spes contra spem.