Commenti 29 May 2020 21:00 CEST

La grandezza di Falcone: contro la mafia servono prove e non pregiudizi ideologici

Ancora oggi vanno in scena in tv falsificazioni storiche contro la Dc che invece per il giudice fu un partito impegnato contro la mafia

Il 28° anniversario dell’uccisione di Giovanni Falcone e della sua scorta è stato celebrato senza manifestazioni esterne con scarse e contestate trasmissioni televisive e qualche articolo sulla stampa più avveduta.

In una trasmissione di Rai 1 il procuratore della Repubblica di Palmi, Ottavio Sferlazza, ha constatato che le modalità delle indagini giudiziarie sono cambiate in questi lunghi anni, ma il rigore del metodo investigativo di Falcone resta un punto di riferimento insuperabile perché legato strettamente alla ricerca della prova, come base del processo.

La preoccupazione di Falcone infatti era che la lotta alla mafia venisse condotta con valutazioni politiche unilaterali o soltanto ideologiche. Falcone diceva che il pericolo “dopo tanti sforzi spesi per far conoscere i connotati dell’organizzazione mafiosa, è che si finisse per mescolare nel calderone di Cosa Nostra tutto ciò che può assomigliargli: è il modo in cui, se un pentito rivela che un candidato è stata aiutato dalla mafia per interessamento di un altro esponente del suo partito, che invece risulterebbe suo avversario, la rivelazione batte la logica e si va avanti lo stesso“. E’ esattamente quello che è successo in questi anni in particolare a tanti imputati politici e non politici vittime di pregiudizi ideologici o più banalmente di un accanimento giudiziario alimentato da un populismo penale punitivo. E aggiungo che Falcone aveva un’altra preoccupazione che i processi alla mafia e alle organizzazioni criminali determinassero una prevalenza della giurisprudenza sulla legge: cosa che si è puntualmente verificata. Falcone, immaginava una rilevanza del concorso esterno all’organizzazione mafiosa, ma “come passaggio di un processo nel quale si contestavano reati concreti di attività mafiose, un processo dunque tutto costruito, appunto, sul culto della prova”, e quindi per lui “il concorso era un corollario, non un presupposto del processo”. Posso dire che non gli sarebbe mai passato per la testa di arrivare a una tipizzazione penale autonoma del concorso esterno e non avrebbe mai incardinato un processo su questa unica ipotesi di reato!: proprio per questo ha sempre smentito l’esistenza del “terzo livello” sul quale la procura di Palermo ha fondato i processi di Andreotti, Mannino, Contrada e di tanti altri, dove non si è accertato il fatto ma si è andati alla ricerca del fatto.

Una commemorazione corretta di Falcone avrebbe dovuto metter in risalto la profonda differenza, come ha sottolineato Sferlazza tra il suo metodo di indagini processuale e il metodo seguito in questi anni. Il processo penale supera il “fatto“ da confermare attraverso la prova e diventa un processo etico che tende a colpire la mafia, la corruzione e la devianza in genere, al di là dei fatti concreti e appunto delle prove. Ormai anche nelle requisitorie o nelle sentenze è valsa l’abitudine di fare valutazioni non riferite all’indagato o all’imputato ma al “sistema” delle amministrazioni e della politica per cui la condanna è alla corruzione, alla devianza, e l’attività giurisdizionale è finalizzata, a far vincere il bene sul male! Falcone riteneva che un pregiudizio politico nelle indagini sulla mafia avrebbe incrinato l’indipendenza della magistratura per accentuare la sua “autonomia” e la sua “separatezza” e avrebbe avuto conseguenze sulla divisione dei poteri.

La conseguenza inevitabile è stata che l’azione penale ha perduto il rigore giuridico e si è affidata al consenso del popolo e quindi al dilagare del giustizialismo alimentato dalla propaganda e dalla stampa Il contatto diretto tra alcuni magistrati e l’opinione pubblica è infatti enfatizzato oltre misura dalla stampa e rischia di modificare profondamente il senso di giustizia nella nostra società, ricercato in piazza, fuori dalla mediazione della norma.

Il grido “vogliamo giustizia” che si ripete ricorrentemente anche nelle aule dei tribunali è il contrario della richiesta di applicare la legge e rivela una richiesta irrazionale di punizione, di vendetta di una comunità civile priva di solidarietà.

Siamo in presenza di un diritto penale totale, come è stato argomentato, che elimina l’identificazione tra diritto penale e legge.

Questo è il ricordo sincero e lineare di un servitore dello Stato che non aveva pregiudizi né ideologici nè culturali ed era preoccupato della deformazione dell’ordine giudiziario non più garanzia istituzionale.

Niente di tutto questo è stato detto nelle varie commemorazioni, ma in particolare la trasmissione televisiva “Atlantide” di “La 7” che si è occupata dell’attentato subito da Falcone e della presunta trattativa tra la mafia e lo stato, ha messo insieme sonore bugie senza fondamento, fatti completamente inventati e ingiurie al partito della DC che Falcone ha riconosciuto in tutte le sedi come l’unica forza politica in Sicilia che ha collaborato sul piano istituzionale e organizzativo e ha reso possibile il maxi processo, in particolare per l’opera dell’on. Calogero Mannino.

È scandaloso che dopo 28 anni, essendo nota a tutti la storia di Falcone e della DC, si pretenda di utilizzare la propaganda televisiva per insultare quel partito come negli anni del comunismo. Pensavamo che la DC non avesse più bisogno di difendere il suo passato e la sua storia e che fossimo al riparo dalle falsificazioni che tenevano in vita il comunismo e i comunisti , anche perché, proprio in materia di giustizia le affermazioni e le dichiarazioni di Falcone facevano riferimento alla DC come partito baluardo contro la mafia. Posso aggiungere un ricordo personale: quando per la decorrenza dei termini di custodia cautelare furono liberati alcuni pericolosi boss, il governo Andreotti nel 1989 fece un decreto legge per raddoppiare quei termini e Falcone venne da me come Presidente della commissione giustizia della Camera per spiegarmi il grande significato che quel decreto aveva per la lotta alla mafia. Le riserve sul piano costituzionale, che pure c’erano, le superammo per un messaggio chiaro dello Stato alla società civile. Il gruppo comunista non si fece convincere!: altro che attribuire alla DC tentativi per impedire le condanne del maxi processo. Come si può negare tutto questo?!

Lo scudo crociato deve tutelare in tutte le sedi la sua “ragione sociale” che è il rispetto della persona e della verità che si staglia in maniera solenne rispetto al populismo e alle miserie attuali.

Sferlazza dunque ha individuato la ragione vera per la quale Falcone ha segnato un punto di svolta nella magistratura, e al tempo stesso la ragione per la quale è stato osteggiato fortemente da tutta la magistratura anche la più aperta culturalmente, dal CSM e dal PCI dell’epoca. Tutti poi il giorno dopo l’assassinio lo hanno osannato!!

Falcone fu isolato e teorizzò che la nuova strategia giudiziaria per condannare la mafia doveva far riferimento ad una direzione nazionale antimafia per la quale fu scelto altro magistrato!, ma il Ministro Martelli con il consenso della DC gli affidò la direzione Generale degli affari penali per dargli un ruolo di indirizzo in materia.

La considerazione finale è questa: nel nostro paese gli uomini che possono determinare davvero un cambiamento sono sempre osteggiati da vivi e poi di conseguenza santificati da morti!

 

Commenti & Analisi 12 May 2020 17:00 CEST

Mafia, Antimafia, la Sicilia e il gesuitismo. Alle radici di una battaglia ideologica

Lo scontro tra il guardasigilli e il pm di Matteo rimanda a echi profondi nelle vicende isolane come tutte le guerre di religione, non conosce pietà

La polemica tra il Guardasigilli Alfonso Bonafede e il Pm Antonino Di Matteo mi ha fatto venire in mente tre personaggi della nostra storia politica.

Il primo è Pietro Nenni, al quale è attribuita la frase: «Attento a fare il puro, che poi arriva uno più puro che ti epura». Era la frizzante ironia del repubblicano e poi socialista romagnolo sulle purghe staliniane nei confronti dei «revisionisti controrivoluzionari», che può ben attagliarsi alla polemica odierna sulla lotta alla mafia, intesa come guerra di religione. Il secondo è Antonio Gramsci e la sua teoria del partito come moderno Principe, che con la forza del leone e l’astuzia della volpe prende il potere anche nella circostanze più ostili e con i metodi più spicci. Nel pensiero politico- giudiziario del comunismo italiano la Sicilia ha una importanza centrale ; fu lo sbarco degli americani in Sicilia e la rapida conquista “alleata” dell’isola a determinare per molti storici marxisti il destino politico dell’Italia del dopoguerra. In sostanza, secondo questa tesi, senza il beneplacito di Cosa Nostra De Gasperi non avrebbe sconfitto Togliatti nel 1948 e la vittoria del Fronte Popolare sarebbe stata certa senza la mano della mafia, resa evidente fin dalla strage di Portella della Ginestra. E’ una tesi che per anni è rimasta chiusa nei circoli accademici o nelle sezioni di partito e che non ha mai trovato spazio politico, nonostante il movimentismo del Pci siciliano, che non esitò a schierasi con la destra pur di mettere in minoranza la Dc. Sconfitta sul piano elettorale, questa tesi è riemersa prepotente dopo la Strage di Capaci e la fine della Prima Repubblica ed è diventata da ipotesi storiografica un teorema giudiziario.

Il Principe sconfitto sul piano politico ha sferrato la sua offensiva in toga. La Mafia non è stata più considerata un fenomeno criminale, una evoluzione del banditismo rurale della Sicilia Occidentale, ma una forza politica. Non contava più punire l’omicida o l’estorsore in sé e neppure l’organizzazione che stava alle loro spalle; contava colpire l’ambiente culturale e politico che la contornava. Il politico di successo, il parroco popolare, il notabile apprezzato, pur immuni da reati, sono diventati allora il vero obiettivo.

Per colpirli è stato creato un corpo “ad hoc”, la Procura Antimafia, una sorta di Compagnia del Gesù dei magistrati, legata da uno speciale voto : colpire il potere che si era appoggiato sulla Mafia per comandare in Sicilia e quindi in Italia.

Si è scatenata una guerra, combattuta con mezzi apparentemente giudiziari, ma sostanzialmente diversi, sul modello di quella che il corpo militare, sotto spoglie religiose, dei Gesuiti combatté contro i Protestanti. Come i gesuiti sanno bene ( il Pm Di Matteo è allievo dell’Istituto Gonzaga, il loro liceo a Palermo) se vuoi prendere un popolo, fatti amico o colpisci il suo Re. Il Principe gramsciano in toga nera simil gesuitica s’é scatenato contro i politici votati nelle campagne agrigentine e nelle fiere colline della Val di Mazzara e ha messo a ferro e fuoco come fece il conte Wallenstein in Boemia loro veri o presunti accoliti dediti al banditismo e alla delinquenza.

Come tutte le guerre di religione, è una battaglia che non conosce pietà e non si ferma neppure di fronte ai vecchi e ai malati. Chi ha pietà di loro diventa un loro complice, un eretico “in nuce”. A questo punto compare il terzo personaggio: Michele Amari. In un Paese smemorato come il nostro è un nome dimenticato. Invece fu patriota e ministro dell’Italia del Risorgimento ma soprattutto storico acutissimo della Sicilia, la sua terra.

Amari seppe leggere la storia siciliana in modo allora inconsueto, valorizzando l’eredità, celata ma tenace, dei Mussulmani che la tennero e popolarono per lunghi secoli. Il suo nome sarebbe andato perduto se non lo avesse ricordato Leonardo Sciascia che con il suo lucido sguardo colse la fallacia delle battaglie dei Paladini di ieri e di oggi. Le giravolte, le ambiguità, l’indecifrabilità di alcuni comportamenti non sono frutto di congiure politiche o di complicità manifeste ( ah, l’araba fenice del concorso esterno in reato associativo…), ma sono la conseguenza di un’oppressione millenaria, di uno sradicamento mai sanato dalla propria matrice araba. Castelvetrano, Caltagirone, Agira e Corleone furono riempite di chiese e monasteri, attorniate di colonie lombarde e greco- albanesi; ma nel meriggio ancora fino a pochi anni fa sotto il sole splendevano come Medine. Nell’aria muta la nostalgia del richiamo alla preghiera dal Minareto.

 

Così il governo ha messo la Costituzione nelle mani dei pm anti mafia

Le toghe schierate contro i giudici di sorveglianza, loro colleghi, sanno benissimo che noi tutti siamo più forti dei mafiosi proprio grazie ai dirit…

Premesso che tutti detestiamo le mafie e che ciascuno di noi le combatte secondo le proprie possibilità e nel proprio ambito, e che non esistono persone anti mafia o pro mafia (ad eccezione dei mafiosi, ovviamente) dobbiamo, purtroppo e ancora una volta, ricordare che anche le guerre più cruente hanno le loro regole, e che la guerra alla mafia, in uno Stato di diritto, si combatte secondo i principii dell’ordinamento giuridico a cui sono soggetti tutti i cittadini.

A quei principii sono soggetti anche i Magistrati come correttamente affermato dai Magistrati di sorveglianza nel comunicato Conams – sottoscritto dalla dottoressa Fiorillo nonché dal consigliere del Csm Dal Moro, che ha stigmatizzato i toni violenti e impropri che hanno caratterizzato le polemiche all’indomani di alcune scarcerazioni di detenuti in regime di cosiddetto carcere duro.

Le indignazioni dell’opinione pubblica, sempre prontamente disorientata nonché nutrita di odio e rabbia da alcune arene televisive, si sono generate dopo le pubbliche esternazioni di alcuni esponenti della Magistratura antimafia che, contrariamente all’opinione pubblica, ben conosce i meccanismi delle procedure ex articolo 147 c.p. che si svolgono innanzi alla magistratura di sorveglianza nonché, con ogni probabilità, i contenuti delle specifiche procedure che hanno determinato le “scandalose“ scarcerazioni.

Immaginiamo, infatti, che i Magistrati manifestanti le loro preoccupazioni sapessero come Pasquale Zagaria fosse stato già ritenuto soggetto non socialmente pericoloso dalla Corte di appello di Napoli (infatti bisognerebbe in realtà capire come mai fosse ancora in regime ex art. 41 bis o.p.) e che Bonura, che ha ottenuto un differimento dell’esecuzione della pena in regime di detenzione domiciliare umanitaria, aveva in realtà un residuo pena di pochi mesi e condizioni di salute che rendevano impossibile la protrazione della detenzione in carcere.

Immaginiamo, in sostanza, che i magistrati preoccupati sapessero bene che nessuna violazione delle regole giuridiche era stata commessa da parte dei loro Colleghi della sorveglianza e che le scarcerazioni erano state determinate da situazioni eccezionali. Nonostante queste conoscenze che attribuiamo ai magistrati preoccupati, si è ritenuto comunque opportuno provocare allarme sociale urlando attraverso i più disparati media che decine e decine di mafiosi pericolosissimi stavano per lasciare le patrie galere per andare a seminare di nuovo terrore in giro per il Paese. Ovviamente nessun contraddittorio e nessuna spiegazione tecnica ai telespettatori di trasmissioni e telegiornali urlanti.

Al di là dei tecnicismi basterebbe spiegare che lo Stato dimostra la propria forza e autorevolezza quando non abdica al rispetto dei principi fondamentali su cui si fonda e che la Giustizia non è – e non deve essere – vendetta e soprattutto che la legge è uguale per tutti, anche per i peggiori criminali, perché solo così la comunità e la civiltà sono veramente tutelate e solo così si rispettano il preminente diritto alla salute ex articolo 32 Cost. e l’umanità della pena ex art. 27 Cost.

Ci rendiamo conto che parlare di diritto è noioso e non fa audience ma, in realtà, pensiamo che la scelta di non fornire alcuna spiegazione e la manifestazione della preoccupazione con la conseguente indignazione avevano una loro utilità: determinare i presupposti dell’attacco all’odiato ordinamento penitenziario in cui il protagonista, almeno in teoria, è il detenuto e, specificamente, il suo percorso all’interno del sistema dell’esecuzione penale in cui la Procura resta un osservatore di questo percorso “sorvegliato” dalla tanto vituperata Magistratura di Sorveglianza.

Creata la sensazione della necessità e dell’urgenza di intervenire per evitare il “liberi tutti”, rischio neanche lontanamente corso, il decretificio ha potuto produrre l’attacco all’ordinamento penitenziario, ultimamente troppo umanizzato dalla Corte Costituzionale, per cui, a colpi di ennesimo decreto (decreto n° 28 del 30 aprile 2020), per affrontare “l’emergenza”, sono state apportate modifiche ad alcune norme che, come abbiamo imparato bene, resteranno nel nostro sistema a prescindere dall’emergenza e ben oltre la stessa.

Per alcuni detenuti, quelli condannati per i reati ex art. 51 commi 3 bis e 3 quater c.p.p. nonché per quelli sottoposti al regime del 41 bis o.p., sarà possibile avere permessi di necessità, quelli che si concedono in casi di imminente pericolo di vita di un familiare o di un convivente, solo dopo aver atteso il parere della Procura ed anche della DNA che, in tal modo, possono porre una sorta di veto alla Magistratura di sorveglianza che, in caso di decisione favorevole al permesso, deve esporre una motivazione rinforzata.

Analogamente per quel che riguarda la cosiddetta detenzione domiciliare in deroga o “umanitaria”, i detenuti condannati per i reati prima indicati nonché quelli sottoposti al regime ex art. 41 bis o.p., potranno vedersi concessa tale particolare detenzione solo dopo che rispettivamente la Procura e la Dna abbiano espresso il loro parere circa la pericolosità del recluso che si trova in condizioni di grave infermità fisica (ora anche psichica) e che non può essere più curato in carcere.

Per i detenuti in regime di carcere duro, la Magistratura di sorveglianza non potrà decidere se non dopo che siano decorsi 15 giorni dalla richiesta del parere.

Tali modifiche – che introducono la necessità di richiedere i pareri alle Procure – non apportano innovazioni di sorta nel senso che ovviamente i Magistrati di Sorveglianza chiedono normalmente informazioni sulla pericolosità dei detenuti, tuttavia è abbastanza intuitivo che in caso di “imminente pericolo di vita di un familiare” o in caso di impossibilità di protrarre le cure e le terapie in carcere, aspettare rispettivamente 24 ore e 15 giorni può fare la differenza, determinando anche l’inutilità del provvedimento richiesto e, di solito, già lungamente atteso.

Con queste modifiche legislative si è voluto affermare che anche per “questioni umanitarie” non si può e non si deve prescindere dall’autorità dell’Antimafia, si è voluto affermare che nel bilanciamento degli interessi in contrapposizione, la bilancia deve pendere dal lato della Procura: deve essere lei, ora, a “consentire” che la pena non sia contraria al senso di umanità.

Con quest’affermazione ci pare che i principi costituzionali si affievoliscano notevolmente e che si ritenga opportuno che la pena – sempre più – tenda innanzitutto alla punizione, anche alla punizione del congiunto in imminente pericolo di vita che per salutare il figlio, il padre o la madre reclusi deve attendere il rapido benestare della Procura.

Il Carcere possibile onlus