Commenti & Analisi 21 Jul 2020 19:00 CEST

Il fuoriclasse e saggio avvocato Anedda che detestava il politicamente corretto

Con pacatezza e tanta competenza smontava I tribuni che si affacciavano a Montecitorio, compreso anche chi si credeva fonte del diritto

Il 9 maggio 1996 si apre la XIII legislatura. E, come deputato di Alleanza nazionale, faccio il mio ingresso nell’aula di Montecitorio. Che, fino ad allora, avevo visto dall’alto delle tribune stampa. Deputato per caso. Fini si fa portare l’elenco dei costituzionalisti. E, pigro com’è, si ferma alla lettera A. A come Armaroli. Mi siedo al posto che mi è stato assegnato. Alla mia sinistra c’è Tonino Mazzocchi, un romano pieno di brio. Alla mia destra c’è Gian Franco Anedda, un personaggio fuori dal comune che ho scoperto poco alla volta.

E già, perché come il buon vino Gian Franco si assaporava a poco a poco.

Era talmente riservato da passare quasi inosservato. Ma poi non finiva mai di stupire. Per cominciare, un gran signore che metteva a proprio agio chiunque, anche le persone più umili. Un uomo di una generosità senza limiti, di raffinata cultura e d’impagabile ironia. Era un piacere ascoltarlo. E si doveva prestare la massima attenzione perché diceva ogni cosa con quella sua vocina pacata che ti faceva riflettere. Per cinque anni rinchiuso nelle segrete di Montecitorio, mi è stato di conforto avere per amico un uomo come l’onorevole Anedda, come l’avvocato Anedda.

Un finissimo avvocato penalista che al lessico teatrale preferiva la ferrea logica delle argomentazioni.

Sempre assieme. In commissione Affari costituzionali, egregiamente presieduta da Rosetta Jervolino, dove indegnamente ero il capogruppo e Anedda era il collega al quale mi rivolgevo per avere lumi su questioni ingarbugliate. In aula, dove commentavamo lo svolgimento delle sedute e il comportamento del presidente Luciano Violante, del quale mi atteggiavo ad angelo custode al fine di contrastare i suoi cattivi pensieri.

Ma, tutto sommato, è stato un buon presidente. Anche se ha fatto rivoltare nella tomba un giurista del calibro di Vezio Crisafulli, un Maestro in tema di fonti del diritto. Perché, modestia a parte, Violante a volte si credeva lui stesso fonte del diritto. Tant’è che all’occorrenza se ne inventava una che non stava scritta da nessuna parte. E dopo le fatiche parlamentari con Gianfranco andavamo spesso a cena assieme davanti a un buon piatto di pesce, del quale entrambi ghiotti.

Grazie a Dio, non mi è mai mancata la parlantina. Eppure preferivo che la sera parlasse lui, che con quel suo lessico misurato distillava pillole di saggezza e d’ironia. Non parlava mai male di nessuno, da quell’uomo profondamente buono che era.

Ma nessuno come lui sapeva scorticare con levità gli idola fori e gli idola tribus. Da quell’uomo libero che era, detestava il politicamente corretto. Corbellava coloro che si sentivano intellettuali perché leggevano il Corriere della Sera. E gli sarà dispiaciuto di essere stato preceduto nella scomparsa da Alfredo Biondi, il guardasigilli al quale, lui sottosegretario, voleva molto bene e sovente lo consigliava per il meglio. Da avvocato ad avvocato.

Deputato per quattro legislatura, capogruppo di An per qualche tempo, componente del Consiglio superiore della magistratura, non ci siamo mai persi di vista. Ci sentivamo spesso e quest’Italia, di anno in anno, ci piaceva sempre meno. E un Italiano come lui ne soffriva. Carissimo Gian Franco, ci manca la tua intelligenza, la tua onestà, la tua competenza di persona perbene.

Di uomo e galantuomo. Di deputato che ha lasciato il segno e di illustre avvocato fine interprete dell’ordinamento giuridico. Resta il tuo esempio, guida luminosa per chi ti ha voluto bene.

 

Commenti 3 Jul 2020 15:00 CEST

Magistrato o avvocato, la selezione è severa. Nei paesi del Nord la toga è una “religione”

Come si regolano inglesi e tedeschi, calvinisti o luterani che siano

La tesi di Max Weber su etica protestante e spirito capitalista ha fatto scrivere intere biblioteche . Potenza di un classico. E’ un accostamento geniale quello tra sfera religiosa e attività economica, due mondi che sembrano opposti , ma del resto se “la filosofia è la domenica della vita” come diceva un altro tedesco ( e per giunta protestante) come Hegel, occorre trovare un equivalente per gli altri giorni della settimana. Il diritto è sicuramente materia da giorno feriale ma risente anch’esso della concezione religiosa del popolo che lo esprime.

Prendiamo un tema attualissimo, come la selezione dei magistrati e confrontiamo le differenti scelte di alcuni Paesi Europei. E’ singolare vedere come i criteri cambino a seconda della religione storicamente prevalente e della concezione del laico nella Chiesa. Il primo modello è quello dei Paesi anglosassoni, di cultura religiosa prevalentemente calvinista.

Qui i magistrati, esattamente come i pastori d’anime, non costituiscono una categoria a parte rispetto al laicato : vengono scelti , spesso su base elettorale, tra gli avvocati di maggiore età ed esperienza. Il magistrato non è il rivale dell’avvocato: è semplicemente un suo collega più anziano. Del resto il magistrato nei casi più importanti è solo un arbitro : a decidere la colpevolezza o l’innocenza nei processi più gravi è una giuria laica. Lo stesso avviene nelle Chiese riformate di tipo calvinista o metodista : il predicatore non ha un carisma diverso dai fedeli ; è semplicemente uno di loro che ha fatto uno studio teologico.

Il secondo modello è quello tedesco, dove notoriamente la religione prevalente è quella protestante luterana. L’errore di molti italiani è di fare dell’erba evangelica tutto un fascio e confondere calvinisti e luterani. Questi ultimi sono molto più vicini ai cattolici, tanto che il termine “protestanti” equivaleva a “cattolici dissidenti” almeno nei primi anni della loro esperienza.

Per i luterani il pastore ha un ruolo più spiccato e distinto dal popolo, pur facendone parte.

Infatti in Germania la formazione di magistrati e avvocati è la stessa : escono tutti dal severissimo “secondo esame di diritto “ ( non si può provare più di due volte) e hanno una solidissima formazione teorica comune che li rende sostanzialmente equiparati, anche nella disposizione dei banchi in aula.

E’ lo stesso sistema con cui in Germania si formano gli uomini di Chiesa: studi universitari selettivi e primato sul popolo fondato non sull’autorità o un carisma sopranaturale, ma sulla superiore conoscenza.

Hegel sul punto scrisse uno dei suoi ultimi discorsi , celebrando il trecentesimo anniversario della Confessione Augustana del 1530 che segnò l’inizio della Chiesa Luterana. Da noi i magistrati sono come i preti ( nessuno si risenta da ambo le parti dell’accostamento).

Prendono la toga ( o la tonaca) da giovani e tendenzialmente per tutta la vita, sono selezionati per studi e condotta e costituiscono un ordine chiuso e ben separato dai laici che hanno il compito di ammaestrare e ammonire. Ogni controllo esterno, specie da parte della componente del laicato più vivace e polemica ( come è in ambito giudiziario l’avvocatura) li irrita e sconcerta: reclamano con forza la necessità di controlli esclusivamente interni, in virtù e in ragione di un ministero e di un carisma che viene loro dall’alto. Curiosamente uno dei centri di formazione dei magistrati italiani era nei Castelli Romani a pochi chilometri dal bosco sacro di Ariccia dove Frazer ambienta il suo memorabile finale del “Ramo d’Oro “, il saggio sul rapporto tra sacerdozio e magia nelle civiltà di ogni tempo. Chi si illude con sorteggi e riforme di cambiare la magistratura italiana sappia che si muove all’interno di un bosco sacro, pieno di spiriti arcani.

 

Commenti & Analisi 18 Jun 2020 15:00 CEST

Due magistrati inventarono la matematica ma l’avvocato sa che la legge non ha formule

Fermat e Leibniz volevano trasformare l’equità in equazione. Ma la matematica non funziona con gli intrecci della vita e il dubbio

I due padri fondatori della matematica moderna sono due magistrati : Pierre Fermat e Gottfried Wilhelm Leibniz. Il fatto che due laureati in giurisprudenza, senza una formazione scientifica accademica abbiano inventato il calcolo delle probabilità e quello infinitesimale può essere spiegato a mio parere in tre modi : il primo è il richiamo al caso ( che in questa materia riveste un ruolo essenziale), il secondo è che alla loro epoca la scienza era in fase embrionale e non esistevano facoltà scientifiche al di fuori di medicina, il terzo è che esista un irresistibile tentazione dei giudici per la matematica.

Il segreto dei numeri è la loro serialità, la ripetitività esatta e schematica, che consente ai chi li domina di condensare moltissimi pensieri in poche cifre e di riprodurre uno stesso ragionamento per un numero infinito di volte, senza sbagliare .

La soluzione dei problemi dei giudici sta esattamente in questo : poter decidere molti e diversi casi, applicando sempre lo stesso principio collaudato senza temere errori o incorrere in parzialità. Il Giudice ama la prevedibilità : ha scelto a bella posta una carriera che gli assicura uno stipendio garantito perché teme le incognite, che sono un altro termine matematico. La matematica scioglie e risolve le incognite, le rende esplicite e calcolabili.

Nella mente di un giudice di ogni tempo è quindi ideale poter sapere in anticipo e con sicurezza che valore dare alle X o alle Y che la vita professionale pone loro ; il sogno è trasformare l’equità in una equazione.

Non credo quindi che sia casuale che la mente eccelsa di Fermat e Leibniz si sia dedicata alla matematica : non vi cercavano una ricreazione o una seconda vocazione.

Volevano solo fare al meglio il loro lavoro.

Leibniz gettò anche le basi dell’informatica, del linguaggio formalizzato e astratto, depurato da ogni possibile sottinteso ed equivoco.

Negli stessi anni si occupava di razionalizzare il diritto romano, all’epoca diritto vigente in Germania : voleva trovare un sistema rapido di reperimento delle fonti normative e organizzarle in maniera rigorosa. La matematica quindi come trasformazione della giustizia bendata in una idea esatta, chiara e distinta delle cose e delle loro leggi.

Esiste anche un corollario: la matematica elimina gli avvocati e la dialettica e impedisce ai giudici di perdere tempo e calma dietro alle loro verbose affermazioni.

Gli avvocati in genere ( o almeno nel mio caso) non amano la matematica.

E’ una opposizione del tutto logica: l’avvocato non patrocina un caso dall’esito previsto o prevedibile; infatti si ricorre a lui quando si capisce di non potercela fare da soli.. L’avvocato inoltre non è a contatto con diretto con la legge , ma con le persone. E le persone hanno ognuna le loro parole, i loro dolori e le loro speranze, che non entrano mai nei quadretti dei quaderni di aritmetica.

L’avvocato non porta mai al giudice un fatto e non lo orienta mai verso la verità.

Gli porta il disordine vitale delle relazioni umane, l’intreccio dei loro discorsi e soprattutto gli insinua il dubbio.

Un dubbio, si badi, non solo metodico, ma metafisico: la sensazione che la soluzione giusta a ogni singolo caso non esista, ma che di vero ci siano solo gli intrecci della vita.

Deve essere consolante allora, per chi può farlo, saltare dal mondo agitato dei fascicoli giudiziari alle stelle fisse dei numeri infiniti e trovare nella quadratura del cerchio la soluzione alle vicende quotidiane.

E’ come giocare felici in una palazzina armoniosa costruita in mezzo a un giardino ordinato, come quella che, al tempo di Leibniz e Fermat, costruì Valadier a Roma o come quelle che adornano Versailles e le Tuilleries. Ma anche lì arrivò la rivoluzione e non era quella degli astri.

 

Commenti 10 Jun 2020 21:00 CEST

Professione avvocato: ora la riforma

L’intervento del segretario Anf Luigi Pansini: vanno sciolti i lacci che imbrigliano la nostra attività e che impediscono anche di rispondere a sfi…

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un intervento del segretario dell’Associazione nazionale forense.

Nessuno parla della riforma della professione di avvocato. In queste due ultime settimane, il presidente del Consiglio ha annunciato l’avvio degli Stati generali per far ripartire il Paese. Il ministro della Giustizia ha annunciato le riforme dell’ordinamento giudiziario, del processo civile e di quello penale e, da ultimo, economisti, giudici e avvocati insieme, hanno proposto misure d’impatto per ridurre i tempi della giustizia civile. Di tutto questo sicuramente si discuterà, ma del futuro degli avvocati nulla è dato sapere.

La nostra professione deve essere ridisegnata con un intervento del legislatore immediato, serio, di largo respiro.

Nessuno parla della riforma della nostra professione. In queste due ultime settimane, il presidente del Consiglio ha annunciato l’avvio degli “stati generali” per far ripartire il paese Italia, il ministro della Giustizia ha annunciato le riforme dell’ordinamento giudiziario, del processo civile e di quello penale e, da ultimo, economisti, giudici e avvocati insieme, sulle pagine di un quotidiano nazionale, hanno proposto misure d’impatto per ridurre i tempi della giustizia civile. Di tutto questo sicuramente si discuterà, ma del futuro degli avvocati nulla è dato sapere.

Certo, è stato riproposto il tema dell’Avvocato in Costituzione, ma più per rispondere alla crisi della magistratura e del Csm che per una reale volontà di riformare strutturalmente la professione. Riconoscere agli avvocati, sia pure tra mille discussioni e superate ipocrisie ( su tutte, la nozione europea di “professione” quale “servizio”), il reddito di ultima istanza e le altre misure contenute nella legislazione emergenziale del Covid- 19 ha significato unicamente alleviare gli effetti della mancanza di un assetto e di un’organizzazione moderna della professione, per i quali la legge ordinamentale del 2012 – anche nel periodo dell’emergenza – si è rivelata ancora una volta inadeguata.

Il presente ed il futuro necessitano di prospettive e di una visione della professione che tenga conto di quanto accaduto nel recente passato e che non si esaurisca nelle ricette dell’equo compenso e dei minimi tariffari. In altre parole, la nostra professione deve essere ridisegnata con un intervento del legislatore immediato, serio, di largo respiro.

Inoltre, le difficoltà che sono emerse nel periodo di lockdown, i numeri dell’Avvocatura al 31.12.2019, i dati sugli oneri dichiarativi e contributivi e quelli delle domande per il reddito da ultima istanza evidenziano la necessità che la riforma strutturale della professione investa anche l’aspetto previdenziale. Non si può più far finta di niente rispetto ai 19.800 “colleghi” che nel 2019, per l’anno 2018, non hanno nemmeno inviato il Mod. 5 e ai 15.600 “colleghi” che hanno dichiarato reddito zero: è una questione che, come tante altre, va affrontata di petto e senza timori.

E allora, oggi più che mai occorre: 1. disciplinare la figura dell’avvocato dipendente da altro avvocato e le collaborazioni tra un avvocato e altro avvocato ( per questi ultimi, anche con un “Accordo Collettivo Nazionale Forense sulla disciplina del lavoro Autonomo”, da allegarsi al Ccnl per gli Studi Professionali, che ne disciplini il trattamento economico, i requisiti di forma e le fattispecie ritenute di maggiore rilevanza), con garanzie minime per tutti; 2. armonizzare tutte le norme oggi esistenti, dal punto di vista sostanziale ( L. 4/ 2013, L. 247/ 12, L. 183/ 11) e fiscale ( qualificare i redditi prodotti dalle società quali redditi di lavoro autonomo, estendere il regime forfettario alle aggregazioni), per agevolare le aggregazioni multidisciplinari professionali; 3. riconoscere rilevanza esterna alle “reti pure” tra professionisti con un adeguato sistema di pubblicità presso le Camere di Commercio; 4. riformare il sistema di accesso alla professione ( università, pratica ed esame di abilitazione); 5. introdurre un’idea di specializzazione realmente rispondente alle esigenze della società e degli avvocati e che si caratterizzi per la libertà di formazione e aggiornamento; 6. rivedere integralmente il regime delle incompatibilità con l’esercizio della professione; 7. incentivare i modelli di organizzazione e innovazione tecnologica degli studi; 8. ripensare il modello previdenziale forense interrogandoci se ancora convenga mantenere quello attuale o se sia opportuno ricorrere al modello contributivo o a modelli differenti per tipologie diverse di avvocatura; 9. ripensare l’obbligatorietà dell’iscrizione a Cassa Forense e le modalità di iscrizione all’albo e agli albi; 10. interrogarsi sulla possibilità che possano coesistere, come avviene per esempio in Inghilterra, diverse “figure” di avvocato; 11. riformare la legge ordinamentale del 31.12.2012, n. 247.

Molti di questi sono temi a noi cari e di essi si è discusso e si discute troppo poco, altri si sono imposti per le contraddizioni non più sostenibili; la novità oggi consiste nell’urgenza di approfondirli tutti e di intervenire con coraggio per evitare che la professione rimanga a lungo impantanata in limiti, lacci e lacciuoli che non le permettono di crescere in termini di autorevolezza, credibilità, prestazioni e redditi e di reagire efficacemente nei momenti di crisi e difficoltà.

* Segretario generale Anf – Associazione Nazionale Forense