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Macron, presidente della Francia
Lunedì 8 settembre, il redde rationem di Bayrou. Il primo ministro francese, infatti, ha posto, con procedura costituzionalmente prevista ( art. 49.1), ma non certo usuale, di porre la fiducia sulla legge finanziaria di austerità ( previsti tagli per 44 miliardi) che intende proporre al Parlamento. Il quale Parlamento, eletto a Luglio 2024, è grosso modo equamente tripartito tra centro, sinistra e destra.
Il Governo Bayrou, di minoranza ( la Costituzione francese non impone voto di fiducia alla nascita, ma prevede, nel caso, la mozione di sfiducia successiva) entrò in carica a dicembre, coi voti favorevoli del centro, in sostituzione del governo Barnier, anch’esso di minoranza.
In questi mesi Bayrou ha retto grazie ad astensioni della sinistra o della destra, ma entrambe hanno già annunciato, per lunedì 8 settembre, voto contrario, e il perché non è poi così difficile da comprendere. In Francia le elezioni che contano veramente sono quelle presidenziali, previste per i primi mesi del 2027, e quindi già tra un anno si troveranno, di fatto, in campagna elettorale. Né sinistra né destra intendono quindi presentarsi al voto presidenziale con la nomea di aver appoggiato una finanziaria di austerità che colpisce tasche e vita dei francesi; anche la vita quotidiana, infatti, perché, tra le misure proposte da Bayrou, c’è la soppressione di due festività da convertire a giornate lavorative.
Salvo improbabili sorprese delle prossime ore, quindi, il governo Bayrou cadrà, ed è assolutamente incerto cosa succederà dopo: nuovo governo? Nuove elezioni, un anno dopo le precedenti? Quale espediente provvisorio o balneare si escogiterà per arrivare alle presidenziali di inizio 2027? Peraltro, da destra, si avanza il suggerimento di dimissioni di Macron, con anticipo delle presidenziali.
I cugini francesi, insomma, dopo averci preso in giro per decenni, stanno scoprendo le gioie dell’instabilità politica all’italiana: se venisse formato un nuovo governo, infatti, sarebbe il quarto in un anno, visto che, prima dell’attuale, Attal si dimise a settembre 2024 e Barnier a dicembre. Ma la cuginanza non si ferma al solo caos politico, in questo caso è molto più profonda. Vien da chiedersi: ma perché Bayrou, a poco più di un anno dalle presidenziali, propone una finanziaria di austerità? La risposta, per noi assai familiare, è nell’economia e, in particolare, nelle finanze pubbliche.
La Francia ha molti primati, quasi tutti invidiabili, ma per uno non è affatto invidiata, ed è la pressione fiscale. Tra i Paesi OCSE ( cioè le economie di mercato o occidentali) la Francia svetta, da anni e senza rivali, con un 43,8% del PIL nel 2023 che va in entrate fiscali ( noi siamo, a seconda degli anni, tra il terzo e il quinto posto).
Lo Stato francese, quindi, incamera moltissimo, ma spende ancora di più, visto che il deficit ( differenza tra entrate e uscite) è stabilmente sopra il 5%, con prospettive di rimanere là inchiodato anche i prossimi anni. Di conseguenza, com’è ovvio, cresce il debito, che già viene proiettato, nel 2027, a valori molto italiens, vale a dire sopra il 120%.
Non sorprende, quindi, che il rating sia stato abbassato negli ultimi mesi; rimane nella fascia alta, quella della doppia A, ma è all’ultimo livello della doppia A. Come se non bastasse, la maggioranza delle agenzie di rating, constatando i problemi politici, ha espresso outlook negativo, vale a dire la previsione che la situazione, già declassata rispetto al passato, possa ulteriormente peggiorare. Ultimo dato: lo spread, che ormai è veramente nei pressi del nostro con pochi centesimi a separarci quando, sino a qualche anno fa, erano interi punti percentuali.
Il problema di Bayrou ci è quindi assai familiare. Nel caso di deficit si può agire, in linea teorica, o aumentando le entrate ( tasse, per semplicità) o diminuendo le uscite ( spesa pubblica). Se però parti da una situazione nella quale le tue tasse sono già le più elevate al mondo, non puoi sperare di continuare su quella strada.
A dir la verità, qualcuno, gli economisti Piketty e Zucman, ripresi dalla sinistra, propone di farlo, imponendo un’extra patrimoniale del 2% sulle grandi ricchezze. Ma i diretti interessati, cioè gli industriali del Medef tramite il loro presidente, però, fanno notare che così facendo si aumenterebbero i casi di trasferimento di patrimoni all’estero, soprattutto i finanziari. Un po’ quello che successe anni fa, quando Hollande portò al 75% l’aliquota massima sui redditi: dopo due anni la ritirò perché cominciò a temere ( nonché a verificare) la fuga dei grandi redditieri.
In ogni caso, esclusa quindi la possibilità di quadrare il deficit con aumento significativo delle entrate, visto che già sono a livelli record, rimane l’altra strada, e cioè la riduzione delle spese. Il che vuol dire congelamento dell’adeguamento delle pensioni all’inflazione e tagli alla Sanità e ovunque sia possibile, compresi i due giorni festivi. Il tutto, nel paese dei gilet jaunes, trova ben pochi che, a poco più di un anno dalle presidenziali, siano disposti a dare voto favorevole al piano.
E quindi? E quindi, salvo sorprese, si vivacchierà per un anno e mezzo, in attesa delle fatidiche presidenziali. Anche questo, il vivacchiare, già visto molte volte qua nello Stivale anche se, a dir la verità, contro certi muri, quali il contenimento delle spese, abbiamo sbattuto già molti anni fa. Bienvenue, chers cousins.