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Orsina: «Quella di Meloni è una Manovra di chi pensa di durare cinque anni…»

Orsina Manovra Meloni
Il direttore della LUISS- School of Government, intervistato dal Dubbio, commenta le ultime decisioni in materia economica assunte dal Governo guidato dalla leader di Fratelli d'Italia
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Giovanni Orsina, direttore della LUISS- School of Government, definisce quella del governo Meloni «è una manovra molto cauta e responsabile: la manovra di un governo che pensa di poter durare cinque anni e che quindi non ha fretta» ma spiega anche che sul reddito di cittadinanza l’esecutivo «è stato imprudente». Sui rapporti con l’Ue è chiaro: «il governo continuerà a non cercare risse, perché non ne ha alcun interesse – dice – e continuerà invece a partecipare in maniera costruttiva ai tavoli europei, perché ne ha tutto l’interesse».

Professor Orsina, come giudica la prima manovra del governo Meloni?

Si poteva fare abbastanza poco, tenendo conto non soltanto del fatto che era una manovra per lo più vincolata dall’emergenza energetica, ma anche del fatto che il governo aveva tempi strettissimi. Certo, si può obiettare che avrebbero potuto prepararsi in anticipo, poiché era ovvio che avrebbero vinto, ma anche questo è vero fino a un certo punto: c’era una squadra di governo da mettere insieme e impegni internazionali da rispettare. L’unica cosa che forse si poteva fare era mettere tutte le risorse aggiuntive in un solo capitolo di spesa, ad esempio nel taglio del cuneo fiscale, invece di disperderle.

È anche vero che ha diverse promesse elettorali da mantenere: crede che il governo le abbia mantenute?

Diciamo che invece di realizzare per un 10 per cento ciascuna tre o quattro promesse elettorali, se ne poteva realizzare una per il 40 per cento, dando un segnale più forte. Ma sempre e comunque di margini si sarebbe trattato. Il dato politico significativo è che è una manovra molto cauta e responsabile: la manovra di un governo che pensa di poter durare cinque anni e che quindi non ha fretta.

In conferenza stampa Gincarlo Giorgetti ha mandato frecciatine a Matteo Salvini: crede che ci siano divergenze in maggioranza?

Delle divergenze nella maggioranza ci sono sicuramente. Salvini sembra meno sensibile ai vincoli esterni e di più alle pressioni elettorali. Ma in un momento come questo era impossibile fare una manovra più espansiva. La possibilità di mettere in fibrillazioni gli investitori era reale, visti i tassi di interesse che crescono e le previsioni non esaltanti per il 2023.

Tra le misure prese c’è anche l’abolizione dal 2024 del reddito di cittadinanza, con modifiche già dal 2023. Come giudica il provvedimento?

Non ricordo chi ha detto che preannunciare la revisione del reddito di cittadinanza senza chiarire da subito come sarà fatta non è una mossa scaltra, perché mette in fibrillazione i percettori del reddito che sanno che rischiano di perderlo ma non sanno in che modo e quanto alto sia il rischio. Mi pare un’obiezione pertinente. Rivedere il reddito è nel programma elettorale, e ha senso che il governo lo faccia. Ha senso pure che lo riveda progressivamente per evitare disagi sociali. Ma il combinato fra queste due ragioni produce incertezza, e l’incertezza può dare vita a delle “piazze preventive”. Il governo, insomma, è stato imprudente.

A questo le opposizioni hanno reagito in modi differenti. Riusciranno a trovare un terreno comune?

Abbiamo tre posizioni molto diverse. Il Movimento Cinque Stelle in campagna elettorale è diventato un partito quasi monotematico, e nel momento in cui viene toccato il reddito è ovvio che alzi le barricate. Poi c’è il centrosinistra calendiano che, non da ora, dà segnali diversi sul modo di fare opposizione, basti vedere la crisi dei migranti con la Francia. Infine abbiamo un Pd che non si capisce cosa voglia fare, visto che ha bruciato il M5S nella decisione di manifestare contro la manovra, ma finisce per manifestare contro l’abolizione di una misura – il reddito di cittadinanza, appunto – alla quale a suo tempo si è opposto. Insomma: il Pd anticipa il M5S formalmente ma di fatto lo insegue, perché si fa dettare l’agenda dal desiderio di scavalcarlo.

A proposito di Pd, pensa che il tentavo di Stefano Bonaccini di prenderne le redini senza il sostegno delle correnti andrà a buon fine?

Non sono un esperto di Partito democratico e non so se ci sia un modo per scardinare il meccanismo correntizio. Quel che è certo è che nessuno c’è riuscito, nemmeno Renzi, che pure aveva un certo piglio. Ci sono stati momenti in cui le correnti si sono fatte sentire di meno, come durante il governo Draghi, ma l’impressione è quella di un partito la cui struttura politica è molto difficile da modificare.

Come giudica le prime uscite a livello internazionale della presidente del Consiglio e del governo?

Tutta l’operazione “esterno” è stata fatta in maniera intelligente, con un solo macroscopico problema, cioè il conflitto con la Francia, che poteva e doveva essere evitato. Sia chiaro: Parigi ci ha messo molto del suo e ha commesso degli errori madornali. Però è chiaro che c’è stata una scivolata diplomatica da parte del governo italiano. Tranne questa scivolata – non piccola, certo –, sia il primo viaggio a Bruxelles che i bilaterali del G20 sono stati condotti bene.

Dunque non crede che le crepe con l’Ue, ad esempio sulle migrazioni, possano in futuro diventare fratture?

Credo che il governo continuerà a non cercare risse, perché non ne ha alcun interesse, e continuerà invece a partecipare in maniera costruttiva ai tavoli europei, perché ne ha tutto l’interesse. Anche perché c’è una partita più grande da giocare che riguarda a legittimazione dei conservatori. Se Meloni si consolida nel contesto europeo e magari l’anno prossimo l’alleanza di centro destra vince in Spagna, con le elezioni europee del 2024 i conservatori possono immaginare di spostare a destra gli equilibri nel Parlamento europeo. Ed è chiaro che questa partita è molto più interessante che infilare un dito nell’occhio una tantum a qualche partner pur di fare un dispetto a Bruxelles.

Che pure non riesce a trovare una quadra sul cosiddetto meccanismo di solidarietà nel ricollocamento dei migranti. Che ne pensa?

Diciamo che l’Europa dura gran fatica a trovare soluzioni su una serie di terreni cruciali, dalla crisi energetica ai migranti. L’Unione si muove in maniera elefantiaca, e nulla esclude che di fronte a certi atteggiamenti europei l’Italia cerchi alla fine di fare da sola. Ma forse il governo ha capito che, anche quando ci si muove da soli, le cose vanno fatte con un po’ di criterio. Ad esempio evitando di alzare un polverone su quattro navi con qualche centinaio di persone a bordo.

 

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