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“Abolire il carcere”, il pamphlet illuminista rilancia la sfida

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Il saggio di Manconi, Anastasia, Calderone e Resta, è ora in edizione aggiornata con il racconto della detenzione nell’emergenza Covid
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Non c’è niente in questo libro di ciò che c’è nella maggior parte dei saggi italiani che circolano oggigiorno. Al posto delle dispute di scuola, l’osservazione diretta della realtà di cui si scrive. Al posto delle descrizioni scorate e orfane di pars costruens un decalogo di proposte cui manca solo la buona volontà per essere applicate. Al posto di una sola voce, e gravata dai dettagli biografici, quattro autori che si avvicendano nei diversi capitoli in modo indistinguibile ma contribuendo ognuno con un’ottica e una professionalità sue alla tesi condivisa. Questo carattere anomalo di “Abolire il carcere” viene fuori proprio dall’anomalo genere di cui questo libro è esempio.

ra il saggio filosofico e il racconto storico, tra il reportage e il manuale d’istruzioni, tra la monografia giuridica e il libello polemico, sono tanti i fili che si possono tirare da questa lettura. E tutti quei fili precipitano intorno alla tesi, perentoria fin dal titolo, che il carcere si possa e si debba abolire. Una tesi che si scontra con l’abito mentale dell’ineluttibilità della prigione innanzitutto dimostrando una verità tanto evidente quanto misconosciuta: il carcere così com’è non funziona allo scopo che si prefigge. Con le loro parole: “il carcere non costituisce un efficace strumento di punizione, dal momento che quanti vi si trovano reclusi sono destinati in una percentuale elevatissima, più del 68 per cento, a commettere nuovi delitti”. E per dimostrare quanto e come il carcere sia inutile, i quattro autori procedono con una strategia argomentativa da illuministi.

Prima sfatano il mito che il carcere sia sempre esistito, indagando la storicità della pena detentiva. Poi confrontano i principi costituzionali che reggono il nostro sistema delle pene con le condizioni concrete della vita negli istituti penitenziari: con le carenze strutturali degli edifici, con la mancanza di operatori qualificati e di attività risocializzanti, con la scarsità di opportunità formative e lavorative, con l’assenza di una reale presa in carico da parte dei servizi sul territorio e di percorsi individuali, con la composizione della popolazione carceraria rappresentata, per la maggior parte, da poveri, tossicomani, stranieri. E infine, stendono il loro programma minimo di modifiche al sistema penale e penitenziario. Dieci cose da fare subito, dieci presupposti per un percorso di avvicinamento all’abolizione del carcere, dieci proposte concretissime che vanno dal superamento dell’ergastolo alla riduzione della carcerazione preventiva, dalle misure alternative alla soppressione della detenzione minorile.

Ma non solo. Il libro, in questa nuova edizione aggiornata, contiene anche il racconto del carcere durante la pandemia. Si racconta della “mattanza della settimana santa”, nome dell’indagine scaturita dalle prime denunce della violenza massiccia e organizzata a opera di centinaia di agenti e funzionari di polizia penitenziaria ai danni dei detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vedere il 6 aprile 2020. E si racconta di Stefano Cucchi, dei fatti di Asti, della vicenda di Rachid Assarag. È qui che il tono del libro cambia. È qui che le buone ragioni per l’abolizione ordinate fino a questo punto svelano l’urgenza etica degli autori. Che scrivono perché vogliono rispondere alla sofferenza altrui, svelandone l’assurdità e limitandola, come possono.

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