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«Altro che dai giudici: i pm vanno separati dalla polizia giudiziaria…»

Intervista al consigliere laico del Csm, eletto in Parlamento con la Lega. «Grave danno d'immagine per la magistratura la vicenda dell'hotel Champagne. E Gratteri era il candidato migliore per la Dna»
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«Penso che sia giunto il momento per una seria riflessione sui rapporti e sui legami che si creano fra pubblici ministeri e polizia giudiziaria. È un argomento troppo spesso sottovalutato ma che invece avrebbe bisogno di un serio approfondimento». A dirlo è l’avvocato Stefano Cavanna, attuale componente del Consiglio superiore della magistratura. Prima di essere eletto nel 2018 al Csm in quota Lega, Cavanna svolgeva la professione forense a Genova, occupandosi principalmente di diritto societario, commerciale e del brokeraggio assicurativo.

Consigliere Cavanna, perché è importante affrontare il tema dei legami che si instaurano fra pm e pg?

Guardi, da molto tempo ci si concentra quasi esclusivamente sui rapporti fra pm e giudice. Si dice spesso che la comune appartenenza allo stesso ordine giudiziario determini un possibile condizionamento reciproco. E dunque il pm, pur essendo parte del processo come l’avvocato, non verrebbe messo dal giudice sullo stesso piano. Io personalmente ritengo che le criticità ci siano fra pm e pg. È storia degli ultimi anni: si creano dei legami fra pm e pg che vanno avanti per tutta la carriera di entrambi.

Cerchiamo di spiegare bene.

Senza ovviamente fare riferimento a casi specifici, ci sono pm che hanno una polizia giudiziaria di riferimento. Possono essere carabinieri, guardia di finanza, polizia di Stato, non fa differenza. Sono rapporti che si consolidano nel tempo. Un procuratore, ad esempio, può fare domanda di trasferimento per ricoprire lo stesso incarico in un’altra città. E anche il comandante del reparto di pg può essere trasferito e raggiungere la città dove il magistrato con cui lavorava è diventato procuratore. È innegabile che si possano allora creare dinamiche molto particolari.

Sarebbero le “cordate” di cui parla il dottor Nino Di Matteo nel suo libro?

Il termine “cordate” rende bene il concetto.

Comunque, per la cronaca, anche il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, il consigliere di Cassazione Giuseppe Santalucia, in una recente intervista ha fatto cenno alle “cordate” che si creano al di fuori delle correnti.

Ripeto, io credo che il vero punto sensibile sia quello.

Parliamo di referendum sulla giustizia. Un flop annunciato?

Avevo delle perplessità sui quesiti proposti, come quello sulla separazione delle funzioni.

Io credo al contrario che si debbano incentivare i passaggi tra una funzione e l’altra. Si potrebbe pensare un meccanismo che preveda, dopo un determinato periodo, un cambio di funzioni.

Una “rotazione”?

Sì. La rotazione degli incarichi è apprezzabile anche in chiave anti “cordate”. Da pm a giudice. Senza pg.

Le nomine al Csm sono da sempre terreno di scontro. Cosa può dire?

Eh già. I cv dei candidati si equivalgono tutti. Sono sempre eccellenti. Diventa così molto difficile fare una scelta. Io alcune volte mi astengo perché ho forti dubbi sul modo in cui sono state attribuite queste valutazioni eccelse.

Qui entrano in gioco le correnti della magistrature e la loro capacità di condizionamento…

Senza girarci tanto intorno, le correnti sono diventate dei centri di potere. Sono ormai delle associazioni dove ci si aiuta e si viene incontro alle esigenze dell’amico collega.

Come ci sente ad essere un componente del Csm?

Indubbiamente il consigliere laico parte penalizzato. Il togato sa come muoversi, conosce l’ambiente, ci sono i suoi colleghi. I magistrati poi non solo al Csm ma anche al ministero della Giustizia. Ed hanno un grande peso.

La consiliatura sta finendo. Ha qualche rammarico?

Premesso che i problemi della magistratura non si risolvono dall’oggi al domani, a me sarebbe piaciuto girare per gli uffici giudiziari per capire le varie realtà sui territori. Però è arrivato il Covid ed ha bloccato tutto.

Lei va spesso in minoranza in Plenum. Penso alla nomina di Carlo Renoldi al Dap, a quella di Giovanni Melillo a nuovo capo della Dna, all’archiviazione della pratica di incompatibilità ambientale per la giudice di Cassazione Donatella Ferranti.

Resto convinto delle mie scelte. Renoldi per le sue opinioni sul carcere era una figura divisiva, le costanti interlocuzioni di Ferranti con Luca Palamara hanno fatto tornare alla mente le vicende dell’hotel Champagne che determinarono un grave danno all’immagine della magistratura, e Nicola Gratteri, il procuratore di Catanzaro, era il candidato migliore quell’incarico. Non ho cambiato idea su nessuna di queste pratiche e resto fermamente convinto delle scelte fatte.

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