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«I killer del giornalista Jamal Khashoggi vivono nel lusso a Riad»

Jamal Khashoggi
L'accusa arriva dal "Guardian": almeno tre dei killer di Jamal Khashoggi vivono una vita agiata nonostante le rassicurazioni della monarchia saudita
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Un compound di lusso, con tanto di palestra e visite senza limitazioni dei familiari, in una struttura governativa. È la condizione in cui vivono almeno tre dei killer di Jamal Khashoggi, nonostante le rassicurazioni fornite dalla monarchia saudita che i responsabili dell’omicidio del giornalista, massacrato nel consolato di Istanbul perché critico del regime, avrebbero subito una pena esemplare. L’accusa è stata lanciata da testimoni diretti, di cui il Guardian ha ottenuto un’esclusiva. E getta un’ulteriore ombra su Riad ed il suo controverso dominus, il principe ereditario Mohamed bin Salman. Ritenuto dagli 007 americani, e non solo, il mandante dell’operazione.

I testimoni citati dal quotidiano britannico, che hanno parlato con una fonte collegata ai piani alti dell’intelligence saudita, hanno identificato tre assassini di Khashoggi. Condannati da un tribunale saudita insieme con altri esecutori a pene fino all’ergastolo. Si tratta di Salah al-Tubaigy, lo scienziato forense che avrebbe fatto a pezzi il giornalista dissidente dopo le torture, all’interno del consolato saudita di Istanbul, il 2 ottobre 2018. Mustafa al-Madani, la controfigura utilizzata per simulare l’uscita del giornalista incolume dal consolato, e Mansour Abahussein, accusato di guidare l’operazione.

I tre sono stati visti «in alloggi a sette stelle» all’interno di un complesso di sicurezza gestito dal governo a Riad. Frequentato abitualmente da addetti alla ristorazione e giardinieri, ma anche dai familiari. Anche il loro capo, Abdul Aziz bin Mohammed Al-Howairini, è stato visto utilizzare la palestra della struttura. Una situazione di sostanziale relax, che alimenta i dubbi sulla reale volontà del regime saudita di faregiustizia per un delitto barbaro, che ha scatenato un’ondata di indignazione a livello internazionale.

Tutto questo mentre è riapparso, dopo tre anni di clandestinità, il consigliere più fidato di bin Salman, Saud al-Qahtani: assolto da qualsiasi coinvolgimento nell’assassinio di Khashoggi nonostante una valutazione dell’intelligence occidentale secondo cui sarebbe stato proprio lui a ideare il piano, seguendo le volontà del principe ereditario.

Sul caso Khashoggi c’è ancora molto da altro da chiarire. A partire dall’identità di un uomo arrestato dalla polizia francese all’inizio di dicembre: Khaled Aedh al-Otaibi, bloccato all’aeroporto Charles de Gaulle sulla base di un mandato emesso dalla Turchia. Inizialmente identificato come membro di una squadra di supporto degli assassini del giornalista, nemmeno 24 ore dopo fu rilasciato da Parigi, che parlò di uno scambio di persona.

Secondo l’intelligence turca, invece, si trattava dell’uomo giusto ed il suo rilascio fu deciso per motivi politici. Per fare cioè un favore ai sauditi, evitando un’estradizione e un processo in Turchia, che avrebbe reso pubblici ulteriori dettagli sull’omicidio. Il tutto avvenne all’indomani della visita di Emmanuel Macron a Jedda per incontrare bin Salman, la prima missione in Arabia Saudita di un leader occidentale a tre anni dal delitto Khashoggi.

Il presidente francese, in quell’occasione, chiese al principe di sostenere economicamente il Libano, storico alleato di Parigi, in bancarotta. Proprio dopo la liberazione dell’uomo arrestato allo Charles de Gaulle, nota il Guardian, i toni dei sauditi nei confronti dei libanesi, a dispetto dall’antica rivalità, si sono notevolmente ammorbiditi. (ANSA).

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