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Imporre il velo è lecito? Il legale di Salsabila: «Sui diritti non si negozia»

Salsabila
Parla Gennaro De Falco, difensore di Salsabila, la donna marocchina che ha denunciato il marito. «Mi opporrò alla richiesta di archiviazione»
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«Sui diritti non si può negoziare». E ribadire un principio così basilare non sembra tanto superfluo. Di certo non per l’avvocato Gennaro De Falco, difensore di Salsabila, la donna marocchina, residente in Italia, che dopo anni ha trovato il coraggio di denunciare il marito per maltrattamenti. Salvo poi leggere, nella richiesta di archiviazione della procura di Perugia, che quelli maltrattamenti non erano. A partire dall’obbligo di indossare il velo integrale, perché per il sostituto procuratore Franco Bettini, la condotta del marito, anche lui marocchino, «rientra, pur non condivisibile in ottica occidentale, nel quadro culturale dei soggetti interessati».

«Nelle aule di tribunale c’è scritto che la legge è uguale per tutti. A questo punto bisogna capire di quale legge parliamo: in questo caso si sembra legittimare un codice parallelo e diverso a seconda del soggetto interessato. Una cosa innovativa…», dice De Falco al Dubbio, spiegando che presenterà opposizione il 25 novembre, come gesto simbolico per la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. «La cultura è diversa, ma la legge è la stessa – ribadisce il legale – altrimenti prendiamo atto che ci sono diritti differenziati». E in questo caso «non parliamo di diritti di poco conto – sottolinea -. Dal diritto a disporre della propria libertà personale, a quello di uscire di casa, di lavorare, di scegliere cosa indossare…».

Per inquadrare la vicenda bisogna fare un passo indietro. E una premessa: Salsabila è una giovane donna che non parla una sola parola di italiano, proviene «da una realtà rurale», racconta ancora l’avvocato, le è stato impedito integrarsi con la comunità in cui viveva e non ha una rete di supporto. Se non quella della Onlus che l’ha ascoltata per prima, prima che la donna consegnasse agli agenti il suo racconto drammatico.

Costretta a sposarsi – «mi ha consigliato la mia famiglia», spiega – poi a vivere in Italia, e poi ancora a tornare in Marocco, Salsabila è riuscita a rientrare nel nostro Paese solo di recente. Ha tre figli e alle spalle – racconta – anni di abusi da parte del marito. «Mi imponeva il velo integrale, quando usciva di casa chiudeva la porta con le mandate portandosi le chiavi con sé… potevo uscire solo per andare in ospedale», si legge negli atti. Tutto questo nei quasi cinque anni di permanenza in Italia, una volta rientrati in Marocco le cose sono andate anche peggio: Salsabila è rimasta senza un soldo, le sono stati sequestrati i documenti. E poi ci sono le minacce, le offese, la violenza. «Mi ha aggredito fisicamente dandomi uno schiaffo solo in un’occasione», confessa agli agenti. Una sola volta, per «futili motivi», si legge nelle carte. Ma per la procura di Perugia «le evidenze emerse dalle indagini» non permettono di ritenere «configurabile o comunque sostenibile in termini probatori il reato» contestato. «Dalle dichiarazioni rese la donna non sarebbe mai stata minacciata di morte, né avrebbe subito aggressioni fisiche tali da costringerla alle cure sanitarie», scrive il pm che lo scorso 15 ottobre ha chiesto l’archiviazione del caso al gip.

Anche perché «il rapporto di coppia viene caratterizzato da forti influenze religiose- culturali alle quali la donna non sembra avere la forza o la volontà di ribellarsi». Una motivazione che ha fatto balzare dalla sedia l’avvocato De Falco: «Dobbiamo anche capire – protesta il legale – se la signora era in condizione di ribellarsi, se aveva qualcuno al quale affidarsi, che la potesse tutelare, senza considerare il timore di rimanere senza figli e senza mezzi di sussistenza». Inoltre, non tutti nel percorso di denuncia «hanno la stessa forza e la stessa energia, e lei anzi ne ha dimostrata parecchia», sottolinea l’avvocato. Ma De Falco non è il solo a storcere il naso.

Dopo il polverone mediatico che il caso ha suscitato, è lo stesso procuratore di Perugia, Raffaele Cantone, a prendere le distanze dalle parole del pm. «Premesso che non ero a conoscenza della vicenda, ritengo che non sia assolutamente condivisibile la posizione per la quale imporre il velo integrale sia un’idea culturalmente accettabile. Cioè questa non può essere considerata la voce della procura», spiega al Corriere della Sera Cantone. Che ora potrebbe avocare a sé le indagini. «Staremo a vedere – commenta il legale – il procuratore farà le sue valutazioni e io le mie. La via fisiologica è che io mi opponga a una decisione che però è già sconfessata dal capo dell’ufficio…».

Una situazione anomala, insomma, che per De Falco – il quale è pur sempre «rallegrato» dalla posizione espressa dalla procura – denuncia un «cedimento culturale» e in più in generale la difficoltà di districarsi in un ambito complicatissimo «per la mia esperienza tecnica», nel quale sono necessarie competenza, professionalità e sensibilità. «Non si sceglie da sé la legge da applicare – chiosa l’avvocato – altrimenti non servirebbe la legge, che per sua natura è un precetto impositivo».

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