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Draghi come il Cav quando provò a “domare” il Senatur

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Il premier Mario Draghi dovrà adottare la tattica di Silvio Berlusconi grazie alla quale Lega e Forza Italia governarono a lungo insieme.
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Povero Draghi, viene voglia di dire con spirito solidale pur davanti alla foto gratificante, per lui e per l’Italia, di “commiato” a Palazzo Chigi dalla cancelliera tedesca Angela Merkel. Che gli avrebbe passato addirittura le consegne della leadership europea, secondo una certa rappresentazione mediatica, a dispetto o alla faccia del successore a Berlino, o di quei nostri un po’ supponenti cugini francesi. A Parigi, si sa, non hanno mai scherzato sul terreno della concorrenza politica e di affari con i governi di turno a Roma.

Povero Draghi, dicevo, perché anche lui, col suo curriculum internazionale, il suo indiscusso prestigio, la sua competenza ha dovuto pazientemente mettere la propria agenda a disposizione dell’intemperante di turno della maggioranza. Che in questo caso è stato naturalmente Matteo Salvini, cui dopo un’ora di incontro chiarificatore, pacificatore e quant’altro ha concesso l’impegno di una replica settimanale, fisica o soltanto telefonica, per prevenire o dissipare nuovi eventuali incidenti, equivoci o simili. E pazienza se, appena Salvini si è vantato di questa concessione servita quanto meno a “ristabilire nel partito – ha scritto Marco Galluzzo sul Corriere della Sera– una gerarchia di potere” compromessa dai ministri e dai governatori del Carroccio, Draghi ha dovuto assicurare i capi o capoccia degli altri partiti della maggioranza che consulterà settimanalmente anche loro.

Il tempo di queste ricorrenti consultazioni sarà probabilmente proporzionale alla consistenza parlamentare delle varie forze, con qualche eccezione forse per il tipo di problema sorto via via lungo il cammino, tanto per non condannare sempre, per esempio, un tipo come Maurizio Lupi ad un saluto e basta. Nelle elezioni comunali di Milano, cui pure aveva aspirato a concorrere come candidato sindaco del centrodestra, l’ex ministro ciellino ha preso gli ottomila voti soltanto appena rinfacciatigli con un certo sarcasmo da Gabriele Albertini.

Le circostanze o, peggio ancora, le pratiche, abitudini e quant’altro della politica hanno costretto Draghi a seguire l’esempio del suo buon amico ed estimatore, del resto, Silvio Berlusconi. Che nel 1994, appena diventato presidente del Consiglio, dovette fare uno strappo ai suoi gusti e stili acconciandosi in Sardegna alle canottiere di Umberto Bossi. Che vagava nell’isola già insofferente come alleato per nomine, preparazione del bilancio, interventi contro la carcerazione preventiva, tensioni con i sindacati sul tema delle pensioni e altro ancora.

Agli incontri in Sardegna con l’alleato in canottiera seguirono quelli ad Arcore, dove a Berlusconi capitò una volta di dover prestare anche il pigiama all’ospite trattenutosi pure di notte. Immagino il sollievo dei domestici dopo avere immaginato Bossi nudo fra le lenzuola non certo dozzinali della villa del Cavaliere.

A Berlusconi comunque non bastarono le cortesie da concavo o da convesso per evitare la clamorosa rottura col “senatur”, che gli procurò lo sfratto da Palazzo Chigi notificatogli dall’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro con la nomina di Lamberto Dini a presidente del Consiglio.

Riuscito dopo qualche anno a ricucire con Bossi come solo lui poteva fare con la sua ostinazione, e a tornare a Palazzo Chigi grazie alla ricostituzione del centrodestra, Berlusconi aggiornò i suoi metodi invitando sistematicamente a cena di lunedì il leader leghista ad Arcore per chiarire eventuali incomprensioni e definire insieme l’agenda della settimana di governo, prima che entrambi rientrassero a Roma.

La pratica continuò anche dopo le rimostranze di Pierferdinando Casini e soprattutto di Gianfranco Fini, cui non bastarono né il Ministero degli Esteri prima né la Presidenza della Camera poi per sopportare quel tipo di rapporto privilegiato fra Berlusconi e Bossi. Alla fine fu rottura. E che rottura, davvero rovinosa per il giovane erede di Giorgio Almirante, pur corteggiatissimo dalla sinistra per i problemi che aveva saputo e voluto creare all’odiato Cavaliere.

Di quelle cene dì lunedì ad Arcore ha ricordato nei giorni scorsi i benefici effetti politici l’ex ministro leghista della Giustizia Roberto Castelli – l’” ingegnere acustico”, come lo sfotteva a Milano Francesco Saverio Borrelli – evocando i tempi fortunati del centrodestra in occasione degli 80 anni compiuti da Bossi, ormai a riposo eppure rimpianto a volte dallo stesso Salvini, nonostante la difficile eredità ricevuta.

Non parliamo poi del vice di Salvini e capo della delegazione leghista al governo Giancarlo Giorgetti, a sentire il quale in una intervista alla Stampa Bossi dovrebbe essere richiamato in servizio per gestire a nome e per conto della Lega la intricatissima vicenda della successione quirinalizia a Sergio Mattarella. Chissà come l’avrà presa Salvini. E chissà se, giusto per cautelarsi, egli non ha cominciato già a parlarne con Draghi facendo breccia nel muro della cortesia, buona educazione e quant’altro verso il presidente ancora in carica opposto di solito all’argomento dal presidente del Consiglio, come anche da Silvio Berlusconi, da Enrico Letta e da Giuseppe Conte, come se davvero per parlarne rispettosamente bisognasse attendere quanto meno la convocazione delle Camere, all’inizio dell’anno nuovo, per l’apertura delle danze. Santa ingenuità, a dir poco.

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