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Kabul, cronaca di una disfatta annunciata…

In 20 anni di occupazione gli stranieri non hanno costruito nulla di utile e l’Afghanistan si è sbriciolato. A Kabul l'esercito nazionale si è arreso subito
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«Che orrore, che fallimento», «che imprevedibile stravolgimento!». Commenti sparsi sulla riconquista di Kabul da parte dei talebani e sebbene sia comprensibile lo stupore e lo smarrimento, non si può non sottolineare che il potere in Afghanistan era già di fatto nelle mani degli “studenti del Corano” e che la presa della capitale era più che prevedibile.

In questi vent’anni le forze straniere non hanno costruito nessun sistema alternativo di sostentamento e di governo per la popolazione.

C’è stato il controllo, c’è stato un tentativo di dare maggiore sicurezza alle varie etnie non maggioritarie, ma il castello ci carta poteva reggere finché sopravviveva una presenza straniera. Quando la presenza è diventata assenza cosa è restato agli afgani, che non hanno industrie, scambi commerciali, neanche giovani smanettoni dei videogame (che in Bielorussia e in Cina stanno tirando su una florido settore privato da casa loro).

Agli afgani resta l’industria più proficua del mondo, che è tutta in mano ai talebani: l’economia della guerra. Coltivazione dell’oppio, traffico di droga, estorsione, rapimento di personale straniero, commercio di armi che provengono da tutto il mondo, finanziamenti di ricchi magnati che hanno interesse a mantenere la violenza fuori dal loro paese, magari in uno stato limitrofo dove vadano a combattere tutti quei guerriglieri che stano perdendo il lavoro in Siria o che rischiano di perderlo in Libia.

Si stima che Talebani guadagnino da 300 milioni a un miliardo e mezzo dai loro traffici illegali all’anno. Un bel gruzzolo da quelle parti.

E l’esercito nazionale? Quello formato dalla Nato, quello su cui abbiamo tutti investito dollari e euro? L’esercito nazionale poteva esistere solo a Kabul, non certo nelle varie province dove l’ultima parola non può che spettare al signore della guerra locale. Accerchiati, hanno preferito arrendersi che andare incontro a una morte sicura. Anche perché, forse, questa volta, i talebani potrebbero essere i meno peggio.

In giro in Afghanistan ci sono diverse migliaia di militanti di al Qaida – con cui i talebani hanno buoni rapporti, ma non di identificano – e qualche migliaio in più di militanti dello stato islamico, uomini che non hanno più rifugio né storia, persone che vivono solo per combattere e guadagnare potere. I talebani, nei confronti della loro popolazione e anche nei confronti del mondo, vogliono apparire come quelli “buoni”.

Certo, non mancheranno le esecuzioni sommarie, le limitazioni alle donne, la sharia in senso stretto. Ma qualche concessione al buon senso, forse, si farà, per arginare chi vuole semplicemente distruzione e magari anche fanatica morigeratezza, che per i talebani 2.0 non è certo al primo punto dell’agenda.

Devono far sopravvivere uno Stato e quindi commerciare, e anche per i traffici illegali bisogna mantenere buoni rapporti con i vicini, senza esagerare con le efferatezze. Il vero grande errore degli americani, che a pensar male potrebbe non essere un errore, ma una deliberata volontà di gettare la patata bollente su Cina e India, è stato quello di non proseguire con i negoziati con i talebani. Con la loro base in Qatar, gli studenti del Corano già da ani intrattenevano rapporti con il governo afgano ufficiale e si erano detti disposti a formare un esecutivo di coalizione.

Non sarebbe stato certo il governo dei nostri sogni, ma meglio un pentapartito di un monocolore verde Corano. Invece da un paio di anni, complici campagna elettorali varie, complici le potenze regionali che non volevano l’accordo (come ad esempio il Pakistan) e complice la pandemia di Covid 19, il negoziato si arrestato. I talebani hanno preso le redini della situazione. E adesso la palla è in mano loro.

 

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