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«La Francia di Macron continua a giocare con il Ciad, come all’epoca delle colonie»

Lo scrittore Koulsy Lamko parla del presente e del futuro del paese africano dopo l'omicidio del Presidente Idriss Déby Itno
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«La Francafrica ha tutto il tempo per svolgere le sue reti ed è probabile che il Ciad sarà sponsorizzato da un altro Paese francafricano come il Niger o il Togo, che aiuterà a rafforzare il regime di Déby figlio. Non sarebbe la prima volta; già suo padre, durante i primi anni di potere, era stato patrocinato dai buoni e leali servizi dei « missionari » di Blaise Compaoré del Burkina Faso. In Francafrica, spesso la storia mormora…».

Lo scrittore e docente universitario Koulsy Lamko non nasconde una comprensibile apprensione riguardo le sorti del proprio Paese natale, il Ciad, di recente interessato da una successione autoritaria di potere fra l’ex Presidente Idriss Déby Itno, morto il 20 aprile in combattimento contro una colonna di ribelli, e il generale Mahamat Idriss Déby Itno, suo figlio.

Lamko, a suo avviso quali responsabilità si nascondono dietro la morte di Idriss Déby?

La responsabilità principale è dello stesso Idriss Déby. Qualunque cosa si dica, la morte non assolve il tiranno che ha tenuto per trent’anni il suo popolo in una violenta e completa indigenza. A mio avviso, tutto rientra nella motivazione originaria che attiene alla presa di potere e alle alleanze che si annodano per arrivarci. Solo la volontà del popolo dovrebbe legittimare il fatto che lo si mantenga così a lungo. Viviamo in un’epoca in cui il politico è castrato, espiantato; sono i poteri della finanza a insediare la maggior parte dei dirigenti e dei leader politici. La defezione, la disobbedienza degli ordini e delle ingiunzioni dei poteri occulti che hanno insediato e legittimato l’occupante di palazzo – anche attraverso una farsa elettorale – equivale a firmare la sua condanna a morte. Succo d’arancia spremuto, buccia d’arancia gettata. Riferendoci ai discorsi di Idriss Déby poco prima della sua morte, vi ritroviamo un tono premonitore. Poi, per quanto concerne le varie versioni che circolano in rete e nelle fucine diplomatiche, non sono a parte né dei segreti degli dei, né di quelli dei servizi segreti per poter dipanare la pellicola degli eventi. Tra il fattuale, il probabile e l’ipotetico esistono solo versioni meno credibili di altre. Forse non sapremo mai la verità. Dopo più di trent’anni stiamo ancora cercando di sapere qualcosa di più sui mandanti dell’assassinio di Thomas Sankara.

Secondo quanto previsto dalla Costituzione del Ciad, in caso di vuoto di potere è il presidente dell’assemblea nazionale a dover assumere il controllo, non il capo della guardia presidenziale. Si potrebbe parlare, in questo caso, di “colpo di Stato”?

Si tratta chiaramente di un colpo di Stato, dal momento che il Consiglio Militare di Transizione scioglie l’Assemblea e il governo, ignorando tutte le disposizioni di legge. Si brandiva l’indisponibilità del Presidente dell’Assemblea, accusandolo di non aver voluto assicurare l’interim e, così, giustificando la presa di potere da parte dei generali. La Costituzione ha previsto che, in caso di impedimento del Presidente dell’Assemblea, è il primo vice-presidente ad assicurare l’interim. Il trucco è farci credere che vi sia assolutamente bisogno di un militare alla guida del Paese, perché i ribelli attaccano, piuttosto di un Presidente civile che avrebbe potuto avviare consultazioni con la controparte. Ad ogni modo, per il popolo del Ciad, segni premonitori presagivano una successione dinastica di un figlio di Déby che garantisse gli interessi dell’oligarchia del clan; la sola domanda che ci ponevamo era come sarebbe andata a finire, dato che, trattandosi di un militare, non rientrava nel quadro costituzionale. L’occasione era troppo allettante. Sfida il buon senso il fatto che di tutta la folle pletora di generali – più di 450, di cui alcuni molto esperti – si scelga il più giovane, manifestamente non molto ferrato in affari di Stato, per dirigere un Paese la cui Costituzione non comtempla candidati con meno di 45 anni. Cosa ci si può aspettare quando lo stesso Idriss Déby e il suo regime si sono costantemente abbandonati a violazioni della Costituzione da quando essa esiste? Non si possono dimenticare le sue stesse parole, per legittimare le frodi elettorali: «Sono arrivato al potere per mezzo delle armi, colui che vorrà prendere il mio posto dovrà fare lo stesso». Quanto all’attuale governo, non è altro che un remake, un agglomerato di buoni servitori del sistema Déby, ministri “plurirecidivi”, gli uni dal regime di Hissene Habré, gli altri non aventi altra legittimazione che quella delle armi o di essere « figli di papà ». È polvere negli occhi: una sorta di pegno che dimostri buone intenzioni di fronte alle probabili velleità di sanzioni da parte dell’Unione africana o delle istituzioni finanziarie « erogatrici di fondi », ma un pegno molto poco convincente. Il loro intento non dichiarato sarà di insediare in modo duraturo il figlio di Idriss Déby, perpetuare il sistema di clan per continuare a nuotare in acque torbide e mantenere i propri interessi di classe!

Il Primo ministro francese Macron ha inizialmente sostenuto la successione al governo del generale Mahamat Idriss Déby per poi prenderne le distanze. Cosa pensa al riguardo?

Un secolo dopo, la politica coloniale della Francia in Ciad non ha quasi subito sostanziali variazioni. Il Ciad rappresenta l’essenza del dispositivo militare francafricano. Questo immenso Paese al centro del continente, al crocevia fra popoli di cultura arabo-islamica e africana, costituisce una manna dal cielo sul piano geo-strategico. Dal Ciad si può tenere sotto controllo l’Africa da est a ovest, dal nord al sud del Sahara. Se ne è fatto un campo militare dell’ « Esagono ». Il Paese è posto sotto lo sguardo permanente del Ministero francese della Difesa e dei servizi segreti francesi della DGSE, ai quali si sono recentemente aggiunti altri, come MOSSAD e CIA. Come i suoi predecessori alla guida dello Stato francese, Emmanuel Macron s’inscrive nella continuità del sistema francafricano, con uno stile più giovane, più disinibito, ma ugualmente cinico. Le decisioni prese a questo livello sono state preparate a lungo e in precedenza. Macron ha dato carta bianca al Consiglio militare di transizione, ma ha anche fornito aiuti militari e logistici per decimare la colonna di ribelli e preservare quello che definisce la stabilità e l’integrità del Ciad. L’ha promesso durante il suo discorso d’addio a Déby. Invocare con determinazione, meno di una settimana dopo, « una transizione pacifica, democratica, inclusiva e – non più – un piano di successione » non inganna nessuno. Ci si è abituati ai discorsi ipocriti e contradditori dei responsabili francesi. Dietro le quinte, i suoi servizi diplomatici lavorano per dividere l’opposizione e indebolire le organizzazioni che rifiutano l’imposizione del Consiglio militare di transizione.

La società civile del Ciad ha manifestato nella capitale N’Djamena e a Moundou, nel Sud del Paese. Il popolo del Ciad, finora escluso, sta cercando di riappropriarsi della propria voce?

Le libertà del popolo del Ciad sono state confiscate molto presto, solo pochi anni dopo l’indipendenza, con l’imposizione e la promozione del partito unico. Tutti i regimi che si sono succeduti hanno regnato attraverso il terrore e il silenziamento delle masse popolari. Il regime di  Hissene Habré ne è stato il culmine, con 40.000 morti e dispersi nelle sue carceri sinistre e altrove in tutto il territorio. La paura suscitata dalla polizia politica e dalle forze d’intervento militari ha mantenuto il popolo in un mutismo cronico e favorito una carenza di cultura e coscienza politica, permettendo di conservare quei riflessi tribali che i diversi responsabili sanno manipolare quando necessario. Tuttavia, non bisogna minimizzare le lunghe lotte dei sindacati per i loro interessi corporativi. Ma ciò riguarda solo una minima parte di una popolazione prevalentemente rurale, in cui potenziali rivendicazioni di agricoltori e allevatori non saranno mai prese in considerazione. L’apparente apertura democratica del regime di Déby, con la sua pletora di partiti politici, agli ordini e agli organi di stampa non è che l’applicazione dell’altro principio della dittatura: « perché, abbaia sempre, la carovana passa ». Ciò non ha impedito nemmeno le controversie nei rapporti fra i cittadini e lo Stato, poiché una parola libera viene facilmente interpretata come un delitto e numerosi giornalisti hanno conosciuto l’autocensura, la prigione e pagato multe pesanti. L’autocensura è praticata in seno ai partiti politici d’opposizione, alcuni sono talvolta obbligati dal regime che dà loro prebende. Dall’avvento del partito dei « Trasformatori » e il rilancio dei movimenti per i diritti dell’uomo, l’espressione delle rivendicazioni è diventata più presente, in ogni caso fuori dagli schemi degli elogiatori del partito di Déby.

Come le appare oggi il suo Ciad?

Un popolo formidabile che ha esaurito le sue capacità di resilienza e vuole finalmente iniziare a vivere libero e con dignità. La nazione non è ancora nata, i manghi e le palme da dattero sono in fiore; bisognerà costruirla. Per questo occorrerà sedersi tutti, per dirci la verità senza paura, giudicare, se necessario, ladri e criminali, inventarsi un nuovo modello di gestione politica ispirato dalle necessità e dalla voglia di vivere insieme, di rompere con i demoni del colonialismo e la Francafrica. A volte capita di sognare che ciò sia possibile. Altre volte, si vede librarsi come un’ombra pesante lo spettro della rassegnazione e del caos, di cui si scorgono le avvisaglie nelle repressioni violente attuate dal Consiglio militare di transizione e dal suo governo contro i manifestanti pacifici, le imprecisioni ambigue e conniventi che ritardano i rapporti dell’Unione africana, le visite affrettate dei tentacoli della piovra neocoloniale.

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