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«Ikea spiava i suoi dipendenti». Parte il processo in Francia

La multinazionale svedese è accusata di aver messo in piedi un sistema di sorveglianza con cui avrebbe controllato lavoratori e clienti fin dagli anni duemila
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Si è aperto oggi, presso il tribunale di Versailles, un processo che potrebbe inaugurare una nuova era per quanto riguarda il controllo delle super multinazionali. Alla sbarra infatti c’è Ikea, l’azienda svedese fondata nel 1943 che vende mobili e accessori pronti per il montaggio in circa 400 negozi di tutto il mondo. In particolare la filiale francese accusata di aver messo in piedi un capillare sistema di sorveglianza ai danni di dipendenti (soprattutto coloro in procinto di essere assunti) e clienti. Un’azione di vero e proprio spionaggio emersa nel 2012 grazie ad un insider che rivelò tutto ai periodici investigativi Le Canard Enchaîné e Mediapart.

La magistratura francese ha poi cominciato a indagare anche grazie alla denuncia avanzata dal sindacato Force Ouvrière. Secondo quanto raccolto dagli inquirenti Ikea France spiava fin dall’inizio degli anni duemila. Un decennio di dossier su centinaia di persone ottenuti anche grazie ad alcune complicità tra i funzionari di polizia. Davanti ai giudici infatti compariranno nei prossimi giorni anche 4 agenti parigini che avrebbero fornito informazioni (sulla vita privata dei sorvegliati) comprese quelle riservate contenute nei casellari giudiziari. Gli accusati al centro del procedimento sono nel complesso una quindicina, tra di essi (oltre ai poliziotti) alcuni investigatori privati ed alti ex dirigenti. Dopo lo scandalo scoppiato nel 2012, la società ha licenziato quattro manager di alto rango, ma Ikea France, che impiega complessivamente 10mila persone, deve comunque ancora pagare una multa che ammonta fino a 3,75 milioni di euro in sede civile.

I maggiori imputati sono ex direttori di negozi e dirigenti come l’ex CEO Stefan Vanoverbeke e il suo predecessore, Jean-Louis Baillot. Entrambi erano presenti in aula ma hanno rifiutato di commentare gli avvenimenti davanti i giornalisti assiepati nel tribunale. In concreto le accuse includono la raccolta illegale di informazioni personali, la ricezione di dati raccolti illegalmente e la violazione della riservatezza professionale, se provati questi reati comportano una pena detentiva massima di 10 anni. Secondo l’inchiesta al centro del complesso schema di sorveglianza c’era presumibilmente Jean-François Paris, l’ex direttore della gestione del rischio di Ikea France. Secondo i pubblici ministeri, avrebbe inviato regolarmente elenchi di nomi agli 007 privati, un’attività dispendiosa che si aggirerebbe sui 600mila euro, almeno da quanto riportato da France Press.

Tanto per dare un esempio di come agiva l’azienda, all’esame dei magistrati c’è un caso simbolo come quello descritto nella documentazione portata nel processo. Si tratta di «un impiegato modello, diventato improvvisamente un manifestante». Molto probabilmente un lavoratore che si era sindacalizzato; tanto è bastato per far scattare il controllo e la compilazione di un dossier. A verbale infatti c’è un’e-mail inviata da Paris che recita testualmente: «Vogliamo sapere come è avvenuto questo cambiamento», adombrando poi l’ipotesi che costituisse «un rischio di eco-terrorismo». In un altro caso, Paris voleva invece sapere come un altro dipendente poteva permettersi di guidare una nuova BMW decappottabile. Tali messaggi di solito andavano a Jean-Pierre Fources, il capo della società di sorveglianza Eirpace che sguinzagliava i suoi segugi i quali a loro volta inviavano le le informazioni raccolte dal database della polizia STIC.Ikea France, al di là dell’esito del processo, si trova comunque in una posizione molto scomoda, l’avvocato difensore Emmanuel Daoud ha parlato solo di «debolezze organizzative» che sarebbero state ormai superate con un nuovo piano d’azione, incluso un completo rinnovamento delle procedure di assunzione. «Qualunque siano conclusioni del tribunale – ha detto il legale – la società è già stata punita molto severamente in termini di reputazione».

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