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«Oggi rinasco dopo 5 anni in carcere da innocente. Ma mi hanno distrutto la vita»

Rocco Femia, ex sindaco di Gioiosa Marina, è stato arrestato nel 2011 con l'accusa di essere uno 'ndranghetista. Dopo 10 anni di processo e più di 1800 giorni in cella è stato assolto «perché il fatto non sussiste»
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«Rinato. Dopo la sentenza di ieri mi sento di essere rinato». Ha un sorriso piegato dall’amarezza Rocco Femia, l’ex sindaco di Gioiosa Marina arrestato la notte del 3 maggio del 2011 con la pesantissima accusa di essere parte integrante della cosca dei Mazzaferro, e scagionato mercoledì dalla seconda sezione della corte d’Appello di Reggio Calabria che lo ha mandato assolto al termine del processo bis, «perché il fatto non sussiste».

Una sentenza arrivata dopo cinque anni di carcere preventivo e due condanne – in primo e secondo grado – a dieci anni di reclusione. Poi, nel 2017, la sentenza dei giudici di Cassazione che ha smontano punto per punto l’ipotesi investigativa della distrettuale antimafia dello Stretto e ieri, dopo il nuovo processo in Appello, la tanto attesa sentenza di assoluzione. Un calvario giudiziario durato 10 anni, cinque dei quali trascorsi tra il carcere di Reggio e quello di Palermo. «I giornali, o almeno quelli che ne hanno parlato, visto che in tanti dopo avermi massacrato in occasione dell’arresto neanche hanno riportato la notizia della mia assoluzione, raccontando la mia storia parlavano di 5 anni di carcere. E invece no: sono 5 anni e 9 giorni; i nove giorni sono quelli che sono pesati di più».

Dal comune al carcere

Consigliere dal 1988, poi assessore e candidato alla Provincia, quella di Rocco Femia per la politica è una fissa antica. L’ex sindaco si fa tutta la gavetta amministrativa prima di vincere le elezioni comunali nel 2008 alla guida di una lista civica che verrà poi smontata dall’operazione “circolo formato” che nel 2011, oltre al sindaco, arresta anche tre assessori della sua giunta, anche loro assolti a distanza di anni dai giudici del Palazzaccio perché il fatto non sussiste. «Quando sono stato scarcerato, Gioiosa Marina era completamente diversa da come l’avevo lasciata – racconta Femia seduto a un tavolino del bar gestito dalla moglie dove, all’indomani della sentenza di assoluzione, fanno capolino amici e semplici cittadini per un saluto o per una stretta di mano – Il paese allora era riuscito a ritagliarsi un posto importante nel panorama turistico regionale. Tutte le sere sul nostro lungomare c’erano almeno 10 mila persone a passeggiare o a gustarsi uno degli innumerevoli spettacoli gratuiti che avevamo organizzato. Stavamo lavorando bene, lo dicono i cittadini che a distanza di tanti anni si ricordano con fierezza dell’amministrazione di Rocco Femia. Guardi ora in che condizioni si trova il paese». Poi gli arresti, lo scioglimento dell’amministrazione per infiltrazioni mafiose e il lungo commissariamento prefettizio che cambiano completamente la situazione. «Davamo gli appalti alla Suap ( la stazione unica appaltante, ndr) prima ancora che diventasse obbligatorio farlo. Abbiamo abbattuto strutture abusive, alcune delle quali appartenenti proprio ai Mazzaferro e poi mi dite che faccio parte del clan? Ma che state dicendo? Tra tutte le pratiche che gli inquirenti hanno passato al setaccio, non hanno trovato niente di irregolare, niente di associabile agli interessi della ‘ndrangheta. Mi sono sentito spesso un capro espiatorio. Ho sempre amministrato con la massima trasparenza, si vede che a qualcuno non andava bene. E ora la mia comunità chi la risarcisce? Chi risarcirà i danni per questa splendida comunità che ha subito per anni l’onta della mafia?».

Una vita distrutta

Ex calciatore, professore di educazione fisica in un liceo della zona e molto attivo nell’associazionismo, l’arresto del 2011 stravolge completamente la vita di Femia. «La mia è una famiglia di sportivi, ma quale ‘ndrangheta? La ‘ndrangheta non è mai entrata nella mia famiglia e non ci entrerà mai. Io ho quattro figli – racconta indicando uno di loro che lavora dietro il bancone del bar – uno di loro giocava a calcio a Livorno. Dopo il mio arresto la sua carriera è finita ad appena 17 anni. Un altro dei miei figli invece voleva fare carriera nelle forze armate. Intendeva entrare in Marina ma non gli hanno consentito di partecipare al concorso perché suo padre era in carcere con l’accusa di essere un mafioso. Ora hanno superato l’età per i loro sogni. Ma i giudici non ci pensano, ti sbattono in galera perché devono occupare le prime pagine, devono dimostrare che hanno fatto 100, 200, 300, 400 arresti. E poi diamo anche le medaglie a queste persone». La famiglia dell’ex amministratore, nonostante la situazione, si compatta nel momento più buio, stringendosi ancora di più attorno a Femia. «L’unica nota positiva di questa storia è la mia famiglia; mi ha dato la serenità necessaria a superare tutto questo. Non mi ha mai fatto mancare il suo sostegno, la sua presenza. Mia moglie non ha mai mancato un colloquio, è stata sempre presente. E anche i ragazzi, non hanno saltato un udienza. Molti in carcere non hanno avuto la mia stessa fortuna e sono caduti in depressione».

Mai stato in silenzio

Filo comune di tutto il calvario giudiziario resta la voglia e la necessità di chiarire la situazione e in più di un’occasione, sia durante le indagini preliminari sia poi all’interno del dibattimento, ha chiesto di essere ascoltato dai magistrati. «Io non sono mai stato in silenzio. Mai. Ho chiesto innumerevoli volte di essere interrogato da Gratteri (all’epoca dei fatti Procuratore aggiunto dell’ufficio retto da Giuseppe Pignatone, poi divenuto capo della Procura di Roma, ndr) che non mi ha mai ascoltato, e mi ha mandato una sua collaboratrice. Avrei voluto chiedergli i motivi per cui ero finito in carcere, ma non è stato possibile, non ha voluto ascoltarmi, diceva di essere sempre impegnato. Anche durante il processo ( assistito dagli avvocati Eugenio Minniti e Marco Martino, ndr), ho fatto quasi due ore e mezzo di dichiarazioni spontanee rispondendo alle tante domande che mi faceva il presidente della Corte. Non mi sono mai tirato indietro, io non sono un mafioso. Ma non è servito a niente, visto che prima della pronuncia della Cassazione ero stato condannato sia in primo che in secondo grado». Sentenze che hanno dell’incredibile alla luce delle ultime decisioni del Tribunale. Un ribaltamento che però non è bastato a ricucire lo strappo profondo che si è creato tra lui e il sistema giustizia: «Ho grande rabbia, sono rimasto traumatizzato da tutto quello che è successo. Uno che passa tutto quello che ho passato io, come può avere ancora fiducia nella giustizia?»

 

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