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«Io non sono il difensore della donna Fiorella. Io sono l’accusatore di un certo modo di fare processi per stupro»

Tina Lagostena Bassi ha spiegato agli italiani e ai giudici che la vittima di violenza non è l'imputato...
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«Se invece che quattro oggetti d’oro, l’oggetto del reato è una donna in carne ed ossa, perché ci si permette di fare un processo alla ragazza? E questa è una prassi costante: il processo alla donna. La vera imputata è la donna. Perché solo se la donna viene trasformata in un’imputata si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale. Io sono l’accusatore di un certo modo di fare processi per violenza ».

Tribunale di Latina, 1978. Tina Lagostena Bassi ha lo sguardo duro e deciso di chi sa che si sta battendo non per la causa di un singolo, ma per tutti quanti. Indossa la sua toga come i colleghi uomini che difendono i quattro accusati dello stupro di Fiorella, la giovane che Lagostena Bassi rappresenta in aula. Ma le assegna un significato diverso, puntando il dito contro quella pratica, all’epoca di uso comune anche nei tribunali, di spostare la vittima sul banco degli imputati, di scavare nella sua vita privata per trovare una ragione, una giustificazione allo stupro subito. Se non fosse per il bianco e nero, la grafica incerta, la pellicola rovinata, forse certe scene – rappresentate nel documentario “Processo per stupro”, andato in onda il 26 aprile del 1979, e realizzato da sei giovani programmiste, filmaker e registe non sembrerebbero così lontane nel tempo. Il processo alla vittima avviene ogni giorno, sui social, nei salotti tv, ad opera di orde di sconosciuti che non hanno le “attenuan-ti” che pure difficilmen-te si possono concedere a quelle madri inquadrate a inizio documentario davanti al tribunale, che con vergogna e disperazione puntano sui costumi “dissoluti” di quella donna, Fiorella, e sul “così fan tutti” degli uomini per pretendere l’assoluzione dei figli. La banalità del male dipinta sul loro volto, il femminismo ridotto a ideologia, come se non lo fosse il suo contrario: la difesa strenua della mascolinità che ha il “diritto” di saccheggiare la vita delle donne se queste hanno deciso di allontanarsi dal focolare. Il loro posto, dicono le difese in aula senza la preoccupazione di apparire fuori luogo. Avviene anche oggi, nonostante una società che si autodefinisce moderna. E ancora oggi tornano utili le parole di Tina Lagostena Bassi, che ruppe il silenzio che fino a quel momento aveva reso tale sciocchezza una verità perfino giuridica. Guardò i propri colleghi e quei giudici, che riconobbero infine la colpevolezza dei quattro imputati, rivendicando la sacrosanta facoltà della donna di essere ciò che vuole. E non per un’autorizzazione all’imitazione dell’uomo, l’unico legittimato, per il comune sentire, ad esprimere la propria sessualità, perfino con la violenza.Ma per un diritto che nessuno può negare.La sua arringa ormai celebre è un manifesto che ancora oggi, 43 anni dopo quel processo, appare imprescindibile. Perché ancora oggi, spesso, le vittime di stupro vengono violentate una seconda volta prima di trovare giustizia. Il concetto espresso in quell’aula è chiarissimo: una donna onesta non può subire violenza sessuale. Una regola morale che si credeva impermeabile perfino alla legge scritta. Lì dentro si inizia a scavare nelle abitudini di Fiorella, 18 anni appena, che si ritrova preda di quattro uomini sulla quarantina.

La giovane conosce uno di loro, Rocco Vallone, e quel giorno lo segue in una villetta a Nettuno, pensando di trovare lavoro come segretaria in una ditta. La precarietà morde i polpacci, i soldi mancano e Fiorella ne ha bisogno. Cerca la fortuna, ma si ritrova sequestrata e violentata per un intero pomeriggio, a turno, da Vallone e da altri tre. Che la minacciano di morte, bloccando sul nascere ogni sua ribellione. La giovane li denuncia e, al momento dell’arresto, gli imputati ammettono i fatti per poi ritrattarli durante l’interrogatorio. Infine, durante l’istruttoria, sostengono che il rapporto c’è stato, ma dietro il compenso di 200 mila lire, poi non pagate per via di una “prestazione” poco soddisfacente. Una mercificazione condensata nel gesto che apre il docufilm: due milioni di lire gettati sul banco davanti alla Corte, “offerti” dagli imputati per chiudere lì il processo. Una mazzetta, sostiene coraggiosamente Lagostena Bassi, che a nome di Fiorella rifiuta il risarcimento, chiedendo solo una lira in via simbolica. «Noi donne riteniamo che una violenza carnale sia incommensurabile», ringhia l’avvocata, iniziando a dare il proprio nome alle cose. La ragione di quel no è «morale»: rifiutare quella narrazione che trasforma la donna in oggetto più di quanto non abbiano tentato di fare quegli uomini usandole violenza. Vivisezionando la sua vita, sostenendo che se violenza c’è stata è stata lei a provocarla. Uscendo con uomini che non fossero il fidanzato, in orari inaccettabili per il comune senso di decenza, senza l’autorizzazione preventiva di qualcuno. «Sono presente a questo processo prima di tutto come donna, poi come avvocato», dice Lagostena Bassi.

Che rivendica la libertà delle donne di essere ciò che vogliono. Di contro una difesa basata su quel moralismo che fatica a riconoscere i diritti alle donne. «Che cosa avete voluto? La parità dei diritti. Avete cominciato a scimmiottare l’uomo. Voi portavate la veste, perché avete voluto mettere i pantaloni? Vi siete messe voi in questa situazione. E allora ognuno purtroppo raccoglie i frutti che ha seminato. Se questa ragazza si fosse stata a casa, se l’avessero tenuta presso il caminetto, non si sarebbe verificato niente », dice l’avvocato Angelo Palmieri durante la sua arringa. Tina Lagostena Bassi “vince” (stavolta è il caso di dire così) quel processo. E diventa una delle principali e più agguerrite sostenitrici dei diritti delle donne, dentro e fuori dai tribunali, rompendo quel muro di silenzio che reitera la violenza più e più volte. E vince senza puntare al concetto (oggi caro ai più) del “buttiamo via la chiave”: «L’entità della pena – dice anni dopo in un’intervista a Enzo Biagi – è qualcosa che di solito non riguarda le donne. Quello che cercano è che venga resa giustizia».

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