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Caso Shalabayeva, l’Espresso getta fango sul dissidente e dimentica i rapitori di Stato

Cosa c'entrano le vicende giudiziarie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov con la condanna per il rapimento e l'espulsione di sua moglie, Alma Shalabayeva, e di sua figlia Alua? Se lo chiedono gli avvocati della donna dopo aver letto un lungo articolo dell'Espresso
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Cosa c’entrano le vicende giudiziarie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov con la condanna per il rapimento e l’espulsione di sua moglie, Alma Shalabayeva, e di sua figlia Alua? Se lo chiedono gli avvocati della donna dopo aver letto un lungo articolo dell’Espresso in cui si mette in discussione la sentenza del Tribunale di Perugia che ha condannato, tra gli altri, a cinque anni di carcere e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici Renato Cortese, all’epoca dei fatti capo della Squadra mobile di Roma, e Maurizio Improta, ex responsabile dell’Ufficio immigrazione della questura capitolina.

Il tentativo di screditare la figura di Mukhtar Ablyazov

L’articolo in questione – rilanciato anche sulla versione online del settimanale col titolo Perseguitato politico? No, ladro di miliardi. Le sentenze che riscrivono la storia del sequestro Shalabayeva – mira a ridimensionare il verdetto di Perugia semplicemente screditando la figura di uno dei protagonisti della vicenda: Mukhtar Ablyazov, declassato da dissidente a «latitante» fin dall’attacco del pezzo. La tesi di fondo è abbastanza semplice: altro che esule, Ablyazov è un truffatore miliardario ricercato dall’Interpol, ovvio che le autorità di Astana lo cercassero a Roma, nel 2013, per arrestarlo. Neanche un passaggio sullo strano comportamento dei kazaki, padroni di casa al Viminale in quei giorni, né sulle insistenze con cui riuscirono a ottenere l’estradizione di Alma Shalabayeva, totalmente estranea agli affari del marito. Con le dovute differenze, seguendo il ragionamento dell’Espresso, è come se per catturare Matteo Messina Denaro lo Stato italiano decidesse intanto di prendere in custodia la figlia. Una soluzione forse possibile nel Cile degli anni Settanta, o nel Kazakistan, non in uno Stato di diritto. In ogni caso, i giornalisti del settimanale scandagliano a fondo il casellario giudiziario di Mukhtar Ablyazov per rivelarne l’anima nera. Lavoro ineccepibile e certosino. Peccato che nel processo di Perugia nessuno si sia mai sognato di presentare il dissidente come un’anima pia – il procedimento riguardava il rapimento e l’espulsione di una donna e una bambina – e che nell’articolo vengano comunque riportate delle informazioni parziali. Senza entrare nel merito delle incontestabili accuse mosse al “ricercato” dalle polizie di parecchi Paesi, infatti, l’inchiesta dell’Espresso omette di sottolineare come Ablyazov sia a tutti gli effetti un rifugiato politico, in Francia, dal 29 settembre del 2020. Uno status riconosciuto a seguito di una lunga istruttoria nonostante i procedimenti pendenti del dissidente. Qualcuno a Parigi ha dunque stabilito che l’incolumità fisica di Mukhtar Ablyazov va tutelata, truffatore o no. E non è la prima volta, visto che già nel 2011 sono i britannici a riconoscere il diritto d’asilo all’oppositore politico. Uno status che, come ricordano i giornalisti dello storico settimanale, decade l’anno successivo a seguito di una condanna. Nel «2009 la banca statale kazaka Bta accusa Ablyazov di essersi “appropriato di 6 miliardi di dollari”, fatti sparire nei paradisi fiscali attraverso oltre mille società offshore», si legge sull’Espresso. «Il giudice Nigel Teare dell’Alta Corte di Londra è il primo a interrogarlo. Ablyazov testimonia su se stesso e nega qualsiasi illecito. Il giudice lo accusa di aver mentito in udienza e lo condanna per “oltraggio alla corte” a 22 mesi di reclusione. La sentenza è del 16 febbraio 2012».

L’avvocato Astolfo Di Amato: «Il processo riguardava la legittimità o meno dell’espulsione»

Quindi, «con quel verdetto di 46 pagine, la patente di rifugiato del 2011 perde efficacia: Ablyazov non va più accolto a Londra come rifugiato, ma arrestato. Infatti l’ex banchiere scappa alla vigilia della decisione», spiegano ancora i cronisti della rivista fondata nel 1955. Tutto corretto. Anche se parziale. Perché ciò che l’Espresso non prende in considerazione è un documento finito agli atti del processo di Perugia. Risale al 29 gennaio del 2011 e proviene dal Metropolitan police service di Londra. L’oggetto è inequivocabile: «Avviso di pericolo per la sicurezza personale». Le informazioni contenute anche: Mukhtar Ablyazov «potrebbe essere rapito o subire danni fisici che potrebbero essere motivati da ragioni politiche. La Polizia non può proteggerla, né giorno per giorno né ora per ora, da tale pericolo». Alla luce di questo documento, anche le ragioni della fuga da Londra devono essere riviste. Perché è proprio a seguito di questo avvertimento che la famiglia si smembra e Alma arriva in Italia assieme alla figlia. Eroe o criminale che sia Ablyazov, resta dunque da capire perché l’Espresso punti su di lui per giustificare un abuso certificato in primo grado da un Tribunale italiano. Perché, come dice Astolfo Di Amato, avvocato di Alma Shalabayeva, il processo non riguardava il dissidente, ma «la legittimità o meno dell’espulsione in 72 ore di una mamma e di sua figlia».

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