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Federico Ciontoli: «Io, perseguitato per l’audience e il consenso politico»

Federico Ciontoli
Esclusivo: parla il figlio dell’uomo che cagionò la morte di Marco Vannini
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«Tutti dovrebbero desiderare la verità e la verità è che io sono innocente», così dice al Dubbio, in questa intervista esclusiva, Federico Ciontoli, figlio di Antonio, l’uomo che nel 2015 cagionò la morte di Marco Vannini. A quasi sei anni da quella tragica notte, Federico parla per la prima volta, e lo fa con noi che già avevamo accolto per primi la testimonianza di suo padre. Federico, oggi ventinovenne, tra qualche mese potrebbe finire in carcere e non per poco: infatti lo scorso ottobre la Corte d’Assise d’Appello di Roma ha condannato Antonio Ciontoli a 14 anni per omicidio volontario con dolo eventuale e a 9 anni e 4 mesi sua moglie Maria Pezzillo e i figli Federico e Martina, condannati per concorso anomalo in omicidio volontario. In estate la Corte di Cassazione tornerà a pronunciarsi.

Federico, perché ha scelto di rilasciare questa intervista?

Ho scelto di farlo per due motivi. Il primo: penso che il silenzio che ho mantenuto sino ad ora sia tra i fattori che hanno influenzato l’andamento del processo. Quando è avvenuta la tragedia, sono rimasto in silenzio per il rispetto verso la famiglia di Marco e poi perché non avevo le forze fisiche e mentali per parlare. Tuttavia questo mio silenzio è stato utilizzato per raccontare i fatti in maniera unilaterale e spesso distorta. E ho purtroppo trovato queste distorsioni anche nelle motivazioni dell’appello bis.

Il secondo motivo per cui ha scelto di parlare?

Sono qui per amore della verità. Non sono qui a parlare con lei per me stesso, non sono qui a sperare di evitare il carcere. Lo faccio anche perché questo non accada mai più ad altri.

Non accada cosa?

Nulla potrà ridare un figlio ai genitori, nulla potrà ripagare la morte di Marco, però non mi possono condannare alla morte sociale, non possono volontariamente negare la verità. Tutto ciò non può, credo, appagare un dolore. Tutti dovrebbero desiderare la verità e la verità è che io sono innocente.

Quattro gradi di giudizio dicono che non è così.

Ciò che mi lascia senza parole è che sin dall’inizio non si è cercato di capire se fossi colpevole, mi hanno subito condannato con pregiudizio e poi hanno cercato il modo di provare la mia colpevolezza. Non sono mai stato considerato una persona, non sono mai stato giudicato singolarmente ma sempre nel contesto dell’intera famiglia. Chiedo solo di essere giudicato per le mie eventuali responsabilità. Ci sono stati momenti in cui ho pensato seriamente di rinunciare alla difesa, perché qualsiasi cosa i miei avvocati, che ringrazio comunque per il lavoro di questi anni, cercassero di dimostrare era tutto inutile: mi sentivo paradossalmente senza difesa, perché mi avevano già condannato dall’inizio.

Psicologicamente come ha affrontato questi anni?

Sono andato da diversi psicologi e da uno psichiatra ma quello che ho vissuto è difficile da spiegare. È difficile far capire quello che è successo quella notte e negli anni successivi. Il motivo per cui ho deciso di parlare, e non le nego che ho anche paura e dolore nel farlo, è che tutti gli stereotipi sulla mia persona, tutte le falsità che hanno detto su di me hanno alzato un muro con il resto delle persone. Lei non può capire quanto è straziante la solitudine che mi ci circonda in alcuni momenti: ho l’amore di Viola, gli amici veri mi sono rimasti vicini ma le assicuro che la mia vita è fatta di solitudini.

Che vita fa in questo momento?

Quando è accaduta la tragedia, avevo una laurea triennale in ingegneria energetica e stavo preparando la tesi per la laurea magistrale ma ho interrotto. Avevo intrapreso anche gli studi di filosofia e lavoravo come sviluppatore informatico ma mi hanno licenziato per la pressione mediatica. Da quel momento non ho trovato mai più un impiego, benché avessi un buon curriculum e due mesi prima del licenziamento mi avessero aumentato lo stipendio. Adesso faccio il volontario, ma anche intraprendere questa strada non è stato facile perché alcune organizzazioni non se la sono sentita di accogliermi per il possibile impatto mediatico.

Nelle sue dichiarazioni alla Corte ha detto che per anni “ho camminato perseguitato dall’immagine di qualcuno che potesse venire a spararmi in testa spinto da quello che si diceva di me in televisione”. Cosa sono stati questi anni per lei?

Ancora oggi quando cammino per strada, mi muovo a zig zag perché temo che ci sia qualcuno che mi segue e che mi vuol far del male. Dopo poco tempo dalla tragedia, abbiamo dovuto lasciare casa, non potevamo fare neanche la spesa perché tutti ci additavano. Per mesi e ancora adesso non incontro i miei genitori, viviamo sparpagliati: abbiamo paura di essere seguiti e che la stampa scopra dove viviamo solo per fare lo scoop. E poi incontrarci tutti insieme comporta un peso emotivo fortissimo che riusciamo a sopportare con molta fatica. Non possiamo neanche darci sostegno a vicenda perché ognuno di noi è coinvolto in questa tragedia. Ognuno di noi soffre in solitudine. Non c’è giorno che io non pensi a quanto è accaduto quella maledetta notte.

Si potrebbe obiettare che questo è nulla in confronto alla perdita di un figlio.

Questo è ovvio. Qui non stiamo di sicuro facendo una gara a chi soffre di più. Però vorrei cercare di far capire che in quella casa, quella notte nessuno ha mai pensato che Marco potesse morire. È vero, mio padre ha mal gestito quella situazione ma questo non vuol dire che noi dobbiamo smettere di esistere agli occhi degli altri, che dobbiamo subire in silenzio le minacce che ci vengono rivolte, come quella di essere sciolti nell’acido, o di essere braccati a vita dalla stampa.

Lei attribuisce grosse responsabilità alla stampa. In fondo si tratta di diritto all’informazione.

Le interviste non mi sono state chieste, hanno tentato di estorcerle, mettendomi quasi il microfono in gola. Ci sono tre episodi che mi sono rimasti impressi: un giorno sul treno Verona- Roma mi sono trovato accanto una troupe di “Chi l’ha visto” che mi ha quasi assalito. Come hanno fatto a sapere che ero in quel vagone? Il secondo episodio riguarda il conduttore delle “Iene” Giulia Golia che mi ha atteso forse per due giorni sotto casa, mi ha rincorso mentre andavo al lavoro e per non farmi partire si è frapposto fra me e lo sportello dell’auto. Il terzo episodio è quello di quando l’inviata di “Quarto Grado”, Chiara Ingrosso, mi ha seguito per le strade di Roma, fino a quando non ce ne siamo accorti e l’abbiamo fermata noi per strada. Questo a mio parere non è giornalismo, è sensazionalismo. E ciò ha avuto delle conseguenze.

Quali?

La gogna mediatica ha alimentato l’odio verso di noi con opinioni e ricostruzioni che contraddicono i fatti, e qualsiasi informazione alternativa, anche se vera, viene silenziata. E poi ho visto, come le dicevo prima, che nelle motivazioni per cui sono stato condannato non ci sono prove processuali ma elementi apparsi solo in televisione.

Ad esempio?

Non è vero che abbiamo lavato il sangue di Marco, che fosse copioso è un’invenzione, e non è vero che ci siamo messi d’accordo, non esisteva un piano di cui si parla tanto: se ci fosse stato un piano, nella prima chiamata al 118 perché ci sarebbero state voci discordanti di noi familiari? Se si ascoltano poi bene tutte le intercettazioni si capisce che non ci stavamo mettendo d’accordo. Nelle intercettazioni ambientali per ben 14 volte, o giù di lì, ho detto che mai avrei immaginato quello che poi è successo.

Ripercorriamo brevemente quanto accaduto. Lei quando ha capito che era partito un colpo d’arma da fuoco?

Quando ho trovato il bossolo: sono andato subito da mio padre, gli ho fatto presente la situazione e gli ho detto di chiamare subito i soccorsi.

Suo padre si apparta e chiama il 118.

Sì, lui aveva sparato e lui fece la seconda chiamata. Disse una bugia, ma come avrei potuto immaginarlo? Perché sarei dovuto rimanere ad ascoltare la chiamata? Io sono piuttosto corso a prepararmi, poco dopo sarei uscito per aspettare l’ambulanza in strada. Ribadisco che quando sono arrivati i soccorsi e mio padre era con loro a spiegare la situazione, io non ero presente. Stavo cercando parcheggio, come hanno dimostrato i dati del Gps. Ma questo elemento non è stato considerato dai giudici. Perché?

Poi arriviamo al Pit.

Prima di arrivare lì, mio padre mi confessò in macchina che non aveva detto ai soccorritori la verità. Io mi infuriai con lui e gli dissi di dirlo subito ai medici. Appena arrivati al Pit mi rivolsi ai genitori di Marco e gli comunicai che era partito il colpo. Ma mai avrei immaginato che Marco potesse morire.

Lei è stato condannato anche sulla base del fatto che avrebbe pulito l’arma con cui suo padre ha sparato accidentalmente.

Non ci sono dati che confermano questo, anzi gli elementi a disposizione ci dicono che le impronte ci sono, sono molteplici ma non si riesce a dire a chi appartengono. Ma questo perché mio padre purtroppo ha sparato e poi io le ho prese per metterle in sicurezza.

Quanto ha inciso il carattere di suo padre nelle azioni o omissioni della famiglia quella notte?

Io mi sono fidato di lui. Ci rassicurava che era in grado di gestire quella situazione. E io gli credo: sono certo che tutto quello ha fatto, compresi gli errori, lo avrebbe fatto anche se al posto di Marco ci fossi stato io.

Com’era il vostro rapporto?

Come avviene in tante famiglie, c’erano state delle discussioni con lui a causa del suo carattere. Lui voleva che intraprendessi la carriera militare, io ho scelto altro. A tal proposito, si è parlato della mia gelosia nei confronti di Marco, ma io non potevo che essere contento che lui potesse dare a mio padre quello che io non gli avevo dato, ossia diventare un militare.

Qualcuno, compreso la mamma di Marco, crede che possa essere stato lei a sparare.

Questa cosa non esiste e, in più, dai dati processuali non emerge che io abbia sparato a Marco, l’ipotesi è stata scartata. Perché se ne continua a parlare?

Tornando a suo padre, non gli rimprovera nulla?

Penso sia difficile non rimproverare qualcosa a mio padre per quella sera. Gli errori ci sono stati, come quello di utilizzare un’arma e non dirci quello che stava accadendo, sia quella sera che nei giorni successivi. Ma credo che si sia comportato così proprio perché non si immaginava quello che sarebbe accaduto da lì a poco.

Con quale stato d’animo si avvicina alla Cassazione?

Con rassegnazione e paura, anche se credo ci sia ancora il tempo per giudicare seriamente sulla mia libertà. Tuttavia tutto quello che è successo fino ad ora mi porta a essere rassegnato. La mia libertà è messa in pericolo per ottenere l’audience e voti facili.

Ci spieghi meglio.

Esiste un corto circuito mediatico e politico: la stampa ha narrato i fatti senza alcun rispetto delle garanzie di noi imputati e distorcendo anche gli elementi che ormai in dibattimento erano cristallizzati. Ciò ha portato a creare uno schieramento di opinione contro la mia famiglia e contro un sereno accertamento della verità. Alcuni politici hanno colto questo fenomeno e l’hanno usato per crearsi un consenso e raccogliere voti nell’ampia fascia di popolazione ormai ingannata da opinioni e ricostruzioni false. E se un politico si schiera dicendo che io sono un assassino, come può il suo elettore non convincersi ancora di più che lo sono? Noi abbiamo subìto un processo mediatico parallelo devastante. E non le sembra quantomeno anomalo che l’ex ministro della Difesa Elisabetta Trenta venga a sedersi in prima fila in Cassazione il giorno della sentenza? O che il ministro della Giustizia incontri i parenti della vittima o che venga promossa una azione disciplinare nei confronti del pm? E Matteo Salvini che mi ha condannato credo senza leggere un atto del processo? Questo non avviene in tutti i casi giudiziari.

Non ha paura del carcere?

No, dopo quello che ho vissuto in questi anni non temo il carcere. Se dovrò andarci, vorrà dire che porterò la mia battaglia avanti da lì dentro. L’essere in pace con la coscienza mi dà la forza di fare questa intervista e di affrontare il futuro. Mi sono chiesto: a cosa serve la verità, a cosa serve sapere di essere innocente? Adesso la verità mi dà l’energia non solo per me ma anche per quelli che come me stanno subendo e subiranno quanto appena raccontato.

La madre di Marco Vannini ha spesso detto che non si saprà mai veramente cosa sia accaduto in quella casa.

Penso che la responsabilità sia sempre dei media che hanno creato confusione nella famiglia di Marco con le loro strambe ricostruzioni. E purtroppo, mi dispiace dirlo, la stampa ha strumentalizzato il dolore della famiglia di Marco, hanno sfruttato la loro sofferenza per creare altra sofferenza e creare una frattura tra la mia famiglia e quella di Marco. Tutto questo ha allontanato la verità: addirittura le bugie ripetute in questi cinque anni si sono trasformate in verità.

Lei si rimprovera qualcosa?

Mi rimprovero il fatto di non essere riuscito a vedere chiaramente quello che stava succedendo quella sera. Se tornassi indietro, sapendo quello che so adesso, non rifarei le stesse cose. Ma senza conoscere quello che sappiamo adesso, non potrei che rifare tutto, perché ho fatto il massimo anche se quel massimo non è bastato a salvare Marco purtroppo. Io ho fatto tutto il possibile con gli elementi a disposizione in quel momento. Ho ripercorso mille volte nella mia mente quella notte perché avevo messo in dubbio me stesso e le mie convinzioni e se oggi parlo è perché sono riuscito a capire che non potevo fare altrimenti. Quella sera ho sempre fatto tutto affinché arrivassero i soccorsi che avrebbero aiutato Marco a stare meglio.

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