Irpinia, 23 novembre 1980. Il mio terremoto: storie di amicizia e solidarietà

Irpinia
Il terremoto dell'Irpinia del 23 novembre ha segnato la vita di migliaia di persone, scosse le anime, rinsaldato rapporti umani
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«È finita!» urlai rannicchiato sotto il tavolo in noce di mia nonna Adele che, da allora, porto con me nei tanti traslochi. In quei novanta interminabili secondi ero da solo, al sesto piano di un palazzone scosso da una forza incredibile, al centro di Avellino. Boati paurosi, impressi per sempre nella mente e registrati dai microfoni di una emittente privata avellinese: Radio Alfa, che diventerà nelle settimane successive “radio terremoto”. Erano le 19.34, i sismografi registrarono una scossa di magnitudo 6,9 della scala Richter, che per la scala dei danni, la Mercalli, sono 10 gradi. Sentii urla, rumori, ma non mi mossi. Aspettavo che finisse tutto. Poi imboccai le scale e in un attimo mi trovai in strada. Tutti cercavano di capire che cosa fosse successo, dove fossero i propri cari. Le voci cominciarono a rincorrersi: è crollato tutto, ci sono migliaia di morti, l’Alta Irpinia è isolata. Quarant’anni fa non c’erano i social e neanche i cellulari.

Piano piano il polverone cominciò a diminuire, le famiglie si riunirono, anche la mia e ci si organizzò per la prima notte in macchina. Mio padre, che lavorava alla Sip, andò in ufficio e da allora nelle settimane successive lo vedemmo pochissimo. Ognuno cercò di sistemarsi in case di campagna più sicure, tende o roulotte di fortuna. La mia famiglia fu ospitata come molte altre nell’istituto tecnico “Guido Dorso”, un edificio sicuro perché basso e in cemento armato, con la “protezione” dal cielo del meridionalista irpino. Io fremevo, volevo capire che cosa fosse successo e darmi da fare. Mia madre mi tratteneva, ma dopo un giorno decisi di andare.

«Quanti anni ci vorranno per ritornare alla normalità?»

Erano passate ventiquattro ore. Camminavo in una città sconvolta, incrociavo sguardi assenti e ogni tanto scappava un piccolo sorriso tra persone che senza parlare si dicevano “siamo qui”. Meccanicamente mi ritrovai al corso Vittorio Emanuele, dove per anni avevo trascorso ore e ore a fare le “vasche” con i miei amici. Arrivato all’altezza della Banca Popolare dell’Irpinia incontrai Tonino e dopo qualche minuto Lello, due dei miei amici più cari. Ci eravamo ritrovati senza darci appuntamento e senza sms o whatsapp: puro istinto. Un abbraccio silenzioso, informazioni veloci su famiglie e amici e poi una domanda senza risposta che mi è rimasta dentro: «Quanti anni ci vorranno per ritornare alla normalità?».

2.914 morti in tutta l’area, 8.848 feriti e circa 300mila senzatetto

Ci guardavamo attorno e vedevamo confusione, palazzi diroccati, persone di corsa in cerca di qualsiasi cosa. Come degli automi ci incamminammo verso piazza Libertà. Arrivati all’altezza del palazzo della prefettura le immagini della distruzione del centro storico di Avellino furono chiare. L’antica struttura, vicino al palazzo vescovile, era un cumulo di macerie. E più in là tutta la zona del mercato era nelle stesse condizioni, la strada stretta che portava al monumento a Carlo II d’Asburgo, per tutti “Carlucciello” o Re di Bronzo, così come la Dogana e il duomo con l’antica Torre dell’Orologio, simbolo della città, distrutta quasi del tutto. Si scavava con le mani ormai da quasi ventiquattro ore, si cercava di sentire delle voci e si temevano centinaia di morti che alla fine furono 82 nel capoluogo. 2.914 in tutta l’area, 8.848 feriti e circa 300mila senzatetto. L’ululato delle sirene era straziante, i soccorritori chiedevano una mano, cercavano attrezzi per scavare. I Vigili del Fuoco erano distrutti dopo ore e ore alla ricerca affannosa di salvare delle vite umane. Qualcuno ascoltava con apprensione la radio per capire che cosa fosse successo. Le notizie che arrivavano dall’Alta Irpinia erano ancora più drammatiche. Conza della Campania, Laviano, Lioni, Sant’Angelo dei Lombardi, Senerchia, e Calabritto erano distrutte quasi completamente, molti dei loro abitanti erano sotto le macerie e altri disperati chiedevano aiuto.

“Il Mattino” e il discorso di Pertini

Quel “Fate presto” del Mattino di mercoledì 26 novembre fu uno schiaffo violentissimo per tutti, reso immortale dal genio di Andy Warhol. Il reportage firmato da Carlo Franco, giornalista scomparso qualche settimana fa per il Covid, e titolato da Pietro Gargano, che coordinava con il direttore Roberto Ciuni le pagine del quotidiano napoletano, ha segnato uno spartiacque nelle coscienze di tutti. Non avrei mai immaginato che tutti e due sarebbero diventati, dopo qualche anno, colleghi dai quali ho imparato il mestiere di giornalista e che Pietro Gargano sarebbe stato un mio direttore.

Quello stesso giorno il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che il 25 aveva visitato l’Irpinia, fece un discorso a reti unificate. Pochi minuti che sono entrati nella storia del nostro Paese. Parole dure, nette e, soprattutto, vere. «Italiane e italiani, sono tornato ieri sera dalle zone devastate dalla tremenda catastrofe sismica. Ho assistito a degli spettacoli che mai dimenticherò. Interi paesi rasi al suolo, la disperazione poi dei sopravvissuti vivrà nel mio animo. Non è vero come ha scritto qualcuno che si sono scagliati contro di me, anzi, io sono stato circondato da affetto e comprensione umana. Ma questo non conta.

Quello che ho potuto constatare è che non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi. E i superstiti presi dalla rabbia mi dicevano: ‘ Ma noi non abbiamo gli attrezzi necessari per poter salvare questi nostri congiunti, liberarli dalle macerie’». Parole durissime, all’indomani della visita di Pertini in Irpinia che provocarono la rimozione del prefetto di Avellino Attilio Lobefalo e le dimissioni, poi respinte, del ministro dell’Interno Virginio Rognoni.

La grande dignità dei terremotati

Parole che misero anche in moto un fiume di solidarietà che inondò letteralmente l’Irpinia e le altre zone colpite dal terremoto: arrivarono volontari e tanti aiuti da ogni parte d’Italia. Con i miei amici decidemmo di andare alla sede della Cgil di Avellino per dare anche noi una mano. Ci affidarono un furgone carico di generi di prima necessità da portare nei paesi e nelle campagne vicino al capoluogo. Per giorni girammo per stradine di campagna, portammo coperte, viveri, vestiti a chi aveva perso tutto. Ho incontrato tante persone, ma soprattutto tanta dignità: quasi nessuno voleva approfittare, bastava il minimo indispensabile. Ricordo un anziano signore, con un mantello a ruota, il cappello, dei lunghi baffi bianchi e un bastone. Era seduto sul ciglio della strada, poco distante da quello che restava della sua casa, con lo sguardo perso nel vuoto. Ci fermammo per chiedere se aveva bisogno di qualcosa ma non rispose. Mi avvicinai e mi sedetti al suo fianco in silenzio. Dopo un po’ cominciò a parlare: «Ho fatto la prima guerra mondiale, ho visto la seconda, ma non ce la faccio a vedere tutto questo. Domenica ho pensato di morire, forse sarebbe stato meglio…» .

Abbracciata al marito che si salvò grazie a quell’ultimo atto di amore

I giorni passavano e il bilancio era sempre più tragico. Una mattina presi la macchina e imboccai la superstrada per Salerno. Volevo andare a Montoro, il paese dove sono nato, in Bassa Irpinia, lontano dai luoghi simbolo e più disastrati del terremoto: l’Alta Irpinia. Mi erano giunte bruttissime notizie. Arrivato a Torchiati, la frazione capoluogo, stentai a riconoscerlo. La strada che avevo percorso tante volte era invasa da mezzi di soccorso che si facevano largo tra le macerie, molti i palazzi sventrati o al suolo. Mi fermai dove abitava Lillina, una signora allegra e disponibile con la quale la mia famiglia aveva un rapporto molto stretto. Il palazzo era messo male, chiesi sue notizie e mi dissero che era morta: l’avevano trovata abbracciata al marito che, grazie a quell’ultimo atto di amore, si era salvato. Mi informai delle altre persone amiche: per fortuna erano tutte salve. Andai oltre e la casa dove ero nato era ancora in piedi, così come la pasticceria che era stata dei miei genitori, ma in giro c’era un’atmosfera cupa, con un sottofondo di ruspe. Alla fine ci furono 15 vittime in una frazione di qualche migliaio di abitanti della Bassa Irpinia.

In quei giorni capimmo, noi ventenni, che era fondamentale per andare avanti stare insieme, sentirci uniti per poter superare quella vicenda che ci aveva scosso nell’anima. Non isolarci. Erano i primi anni di università, avevamo bisogno di pensare al futuro e per farlo ci venne naturale condividere passioni, difficoltà e momenti felici. Tonino quell’anno si era iscritto a Geologia, per noi era già l’esperto di terremoti e oggi è un professore universitario, con lui Italo, l’attuale capo della Protezione civile della Campania, e Nicoletta anche lei docente universitaria di Geologia. Lello studiava Veterinaria, Vittorio Giurisprudenza come me, Lucio Ingegneria, Michele Informatica, Bianca Lingue, Angelo, lo sportivo del gruppo, frequentava l’Isef, mentre Paolo e Sergio avevano deciso di cominciare a lavorare. Su tutti c’era Ciccio, di qualche anno più grande che, impiegato in banca, aveva già una sua indipendenza, come Umberto, già insegnante, con la sua Patrizia.

Abbiamo festeggiato e pianto sempre insieme

Ogni sera dopo studio e lavoro ci vedevamo a casa di qualcuno o per strada e passavamo ore e ore a discutere e a scherzare. Tutti insieme andavamo al mare o in montagna per i weekend e per le vacanze. Tavolate, con le immancabili “penne alla Concettina”, tante risate, voglia di farcela. Siamo cresciuti insieme, abbiamo gioito con il “nostro” Pertini per i mondiali dell’ 82 a casa di Vittorio, con sua madre Maria che friggeva pizzette fritte condite patriotticamente con pomodoro, mozzarella e basilico. Abbiamo festeggiato le nostre lauree, i matrimoni, le nascite dei figli, i lutti. Siamo stati vicino a Paolo, uno degli operai dell’Isochimica, la fabbrica nella periferia di Avellino dove si scoibentava l’amianto dai treni, che finora ha ucciso 30 persone per mesotelioma e ne ha fatte ammalare più di 100.

Sempre insieme, naturalmente, senza imposizioni, mentre alcuni dei nostri coetanei si sono isolati e hanno perso la forza di andare avanti. Qualcuno del nostro gruppo ha lasciato Avellino, ma ancora oggi alla prima occasione ci si rivede, a distanza di quarant’anni con lo stesso spirito. Come a ottobre dell’anno scorso: una giornata indimenticabile. È stata l’ultima volta che abbiamo visto Ciccio, da anni fiaccato da una malattia subdola. Ci ha lasciato a febbraio, prima che scoppiasse il Covid. Ci ha di nuovo riuniti tutti.

 

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