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La canzocina per bimbi serve per torturare i detenuti

In un carcere dell'Oklahoma la hit Baby Shark è diventato un sofisticato strumento di tortura
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Con oltre sei miliardi di visualizzazioni su youtube Baby Shark è la canzoncina più amata dai bambini americani di questa generazione. E anche la più odiata dai loro genitori: «Baby Shark doo doo doo doo dooo, Mommy shark doo doo doo doo doo, Daddy Shark doo doo doo doo doo!» e via con tutti i membri della famiglia. Un tormentone appiccicoso e studiato a tavolino per non uscirti più dalla testa come fu qualche anno fa con il terrificante Pulcino Pio. Talmente ossessivo e urticante da diventare un sofisticato strumento di tortura. Non in senso metaforico, ma letterale.

È quanto accaduto nel carcere di Oklahoma city dove gli agenti di custodia Christian Miles e Gregory Butler hanno straziato il sistema nervoso dei detenuti che volevano punire, obbligandoli ad ascoltare per ore e al massimo volume il penetrante motivetto. C’è voluta un’indagine interna per spezzare la legge del silenzio e dell’omertà dopo anni di abusi, Per il procuratore David Prater si tratta di «una condotta volontaria, crudele e disumana», per i due poliziotti, sospesi dal servizio fino al termine del processo assieme al loro superiore tenente Christopher Hendershott, era «semplice, innocua, goliardia». Goliardia che nel carcere della contea era nota a tutti ed era valsa a Miles e Butler diverse denunce da parte dei detenuti cadute a lungo nel vuoto. Il metodo era semplice: li tiravano fuori dalle celle trascinandoli in uno stanzone di solito riservato ai colloqui con gli avvocati dove venivano ammanettati con il volto contro il muro e bombardati di decibel con un altoparlante metallico fino a quando non crollavano esausti. In tutto questo non dovevano pronunciare nemmeno una parola altrimenti il supplizio sarebbe andato avanti.

Che Baby Shark assomigli più a un oggetto contundente che a un brano musicale lo ha capito anche il sindaco di Palm Beach che lo scorso anno ha diffuso il tormentone dagli altoparlanti municipali con il nobile scopo di cacciare i senza tetto dai loro rifugi di fortuna. Contestato dai suoi stessi cittadini e naturalmente dalle associazioni umanitarie il sindaco a provato a giustificarsi dicendo che la diffusione serviva a incoraggiare gli homeless a trovare sistemazioni più sicure. Non è la prima volta che le autorità d’oltreoceano utilizzino, in modo più o meno legale, la musica come strumento di tortura. Durante l’amministrazione di George. W. Bush negli anni della “guerra infinita” e del Patriot act la Cia ha piegato in questo modo la resistenza di centinaia di terroristi o presunti tali nel supercarcere di Guantanamo dove, chiusi in gabbiette per animali, i “combattenti stranieri” erano costretti ad ascoltare in una cuffia ore e ore di musica per lo più death metal. Ma anche decine di jingle pubblicitari eseguiti a loop come ad esempio il devastante Meow Mix compilation di versi felini associata a un cibo per gatti. Come spiegò nel in un’intervista del 2005 il sergente pentito Mark Hadsell: «Dopo pochi minuti di ascolto forzato il prigioniero non riesce più a distinguere le parole delle canzoni le funzioni mentali e fisiche iniziano a cedere, i pensieri rallentano e la volontà si spezza».

 

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