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No al Foro che giudica le toghe: la riforma del Csm ha il suo tabù

Il plenum del Csm
La valutazione dei magistrati non potrà essere affidata anche agli avvocati nei consigli giudiziari
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Non si può dire che le ipotesi di riforma del Csm siano tenere con le toghe. Proprio no. Si va dalla configurazione dell’illecito “Palamara” — modellato cioè proprio sulla contestazione di “interferenza indebita” mossa all’ex capo Anm nel processo disciplinare — fino al divieto di costituire gruppi consiliari in plenum, dove oggi le delegazioni riconducibili alle correnti esistono eccome, con tanto di capigruppo. Ma allora viene da chiedersi perché sussista un così insuperabile timore nel dare adeguato peso al ruolo dell’avvocatura, non solo all’interno della componente laica ma anche nei Consigli giudiziari, i cosiddetti “mini Csm” istituiti in tutti i distretti. Remore relative anche all’ipotesi di aprire al Foro gli incarichi nell’ufficio Studi e documentazione. Una timidezza irriducibile, che ha condotto la maggioranza giallorossa a scelte di compromesso. Come se la presenza dell’avvocatura quale controparte tecnica della magistratura inducesse cupi retropensieri.

Andiamo con ordine. E partiamo dai Consigli giudiziari. Un anno fa, quando era ancora in vita l’alleanza M5S- Lega, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede presentò un testo molto ampio, in cui le modifiche relative al Csm erano integrate in un’unica legge delega comprensiva anche della riforma penale. Già in quella bozza compare una norma, allora codificata all’articolo 27, che rimedia a un aspetto assai antipatico nel funzionamento dei Consigli giudiziari: in tutti i casi in cui si deve discutere e deliberare un parere, da inviare al Csm, relativo alla valutazione di professionalità su un magistrato, i “componenti avvocati e professori universitari” sono costretti a lasciare la seduta. Come se fossero spie. Il guardasigilli ritenne già allora che al Foro e all’Accademia andasse quanto meno riconosciuta la “facoltà di assistere” a quelle discussioni. Poi nell’autunno scorso, dal Pd e da Italia viva erano arrivate sollecitazioni affinché si sancisse un riconoscimento più pieno per il rappresentante dell’ Ordine forense distrettuale, ossia il diritto non solo di assistere ma anche di votare. Il 16 ottobre l’Anm produsse però un documento che stroncava l’ipotesi. Che nei mesi successivi è gradualmente stata ridimensionata. Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis e il responsabile Giustizia del Pd Walter Verini hanno così ritenuto di sollecitare almeno una riformulazione di quella riforma dei Consigli giudiziari che era stata prospettata dall’ex guardasigilli Andrea Orlando con il Cnf, in particolare con il presidente Andrea Mascherin: ed è così che, nell’attuale testo sul Csm, si è arrivati a prevedere almeno l’obbligo, per Palazzo dei Marescialli, di acquisire il parere dell’avvocato che presiede l’Ordine nel distretto in cui è in servizio il magistrato candidato a un incarico direttivo. È un ulteriore passo avanti, che si aggiunge al diritto di tribuna nei Consigli giudiziari, ma non è la stessa cosa.

Ci sarebbe un capitolo a parte sui componenti laici del Csm: Forza Italia, con Enrico Costa, ha proposto a Bonafede di affidarne l’elezione direttamente al Cnf e alla Conferenza dei rettori. Idea che richiede ovviamente una modifica all’articolo 104 della Costituzione. Bonafede l’ha accantonata proprio per l’iter troppo oneroso.

Ma ora un confronto impegnativo rischia di aprirsi a proposito dei “magistrati segretari” e delle toghe in servizio nell’ufficio Studi e documentazione di Palazzo dei Martescialli. Al Dubbio, il sottosegretario Giorgis ha spiegato di tenere molto alla modifica del «sistema di reclutamento: oggi», ha ricordato, quelle funzioni sono affidate appunto a «magistrati scelti per cooptazione. Sarebbe invece più opportuno selezionarli per concorso un po’ come avviene per i consiglieri parlamentari, o comunque», ha spiegato, «attraverso modalità capaci di garantire una loro maggiore autonomia, e di coinvolgere tutte le migliori espressioni del mondo giuridico». È un punto sul quale la linea nella maggioranza non è univoca. E che certamente animerà la discussione in Parlamento. Certo è che chi è in servizio al Csm con ruoli tecnici spesso assume un peso molto rilevante rispetto alle decisioni dei consiglieri: si occupa del fascicolo sulla base del quale prima la quinta commissione e poi il plenum decidono, in particolare, l’assegnazione degli incarichi dirigenziali. Siamo al cuore delle cosiddette degenerazioni, al motivo stesso che, a partire dal caso Procure dell’anno scorso, spinge ora il governo alla riforma. Ebbene, anche qui le resistenze nella maggioranza sull’apertura agli avvocati auspicata da Giorgis sono particolarmente difficili da scalfire.

C’è un ultimo capitolo. Riguarda la sezione disciplinare. L’Unione Camere penali, nella lettera inviata ieri a tutti i deputati ( firmata dal presidente Gian Domenico Caiazza e dal presidente del Comitato promotore dell’iniziativa sulla separazione delle carriere, Beniamino Migliucci) riserva un passaggio assai significativo alla valutazione degli illeciti e della professionalità: «Né può essere ignorato il tema dei rapporti tra “controllore” ( il Giudice) e “controllato” ( il Pubblico Ministero). Per rendere effettivo, proficuo e credibile il controllo, giudicante ed inquirente non devono essere sottoposti al potere disciplinare di un unico organo che, tra l’altro, decide promiscuamente anche degli avanzamenti in carriera di Giudici e Pubblici Ministeri, condizionando altresì le reciproche aspettative rappresentative». Argomento portato, dai penalisti, a sostegno della riforma che separa le carriere e istituisce due Csm. Ora, il paradosso ricordato dall’Ucpi rischia di essere ingigantito nella sua rilevanza da un aspetto piuttosto sottovalutato della b riforma sul Csm, in arrivo martedì in Consiglio dei ministri: l’elezione dei componenti togati prevede l’eliminazione dei posti riservati a requirenti e giudicanti: in futuro i consiglieri superiori potrebbero anche essere solo pubblici ministeri. A valutare i magistrati giudicanti, sia in termini di carriera che di condotta disciplinare, si troverebbero cioè solo, o prevalentemente, gli inquirenti. Si è disposti a correre un simile, pur teorico rischio piuttosto che consentire agli avvocati di giudicare i magistrati. Una remora che l’esame in Parlamento rischia di mostrare in tutto il suo carattere paradossale.

 

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