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Processo da remoto, il dietrofront del governo: «Pronti a modificarlo»

La maggioranza M5s- Pd dice sì agli ordini del giorno che depotenziano la nuova norma. Ma l'Ucpi proclama lo stato d'agitazione
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Il processo da remoto è legge, ma solo per finta. Dopo aver fatto cadere tutti gli emendamenti con la fiducia al “Cura Italia”, il governo ha infatti accolto l’ordine del giorno presentato da Forza Italia – modificato così come proposto dal Pd – che rimanda al prossimo decreto una riformulazione della norma sulla smaterializzazione del processo, riducendola, di fatto, a pochi casi. Un vero e proprio dietrofront, ancora più significativo alla luce delle modalità con le quali il processo da remoto è stato introdotto: un emendamento d’urgenza, sconfessato, poi, dagli ordini del giorno non solo dell’opposizione, ma anche di Pd e Italia Viva. L’impegno del governo è di modificare la norma prevedendo che siano esclusi dalla modalità virtuale le udienze di discussione e quelle nelle quali devono essere esaminati testimoni, parti, consulenti o periti, salvo diverso accordo tra le parti. Insomma, per le udienze istruttori, requisitorie e arringhe toccherà essere in aula. Un impegno apprezzato dall’Unione delle Camere penali, che però non si fida, dichiarando lo stato d’agitazione.

Ad esultare è soprattutto il forzista Enrico Costa, che aveva anche chiesto un impegno del governo a non prorogare oltre il 30 giugno la validità della norma e l’esclusione, dalla modalità “da casa”, della produzione documentale. «È un processo da remoto che, nei fatti, non c’è più – commenta al Dubbio -. Rimangono davvero poche cose, come l’udienza filtro e l’udienza di rinvio». La norma, al momento, è inefficace, data la sospensione delle udienze – escluse quelle urgenti – fino all’11 maggio, giorno in cui la modalità virtuale sarebbe diventata effettiva. Il che garantisce un tempo sufficiente per approvare le modifiche, «probabilmente insieme al rinvio, al primo settembre, dell’entrata in vigore della norma sulle intercettazioni, per la quale c’era già un nostro emendamento al quale era stato dato parere favorevole in Commissione», aggiunge Costa. Il dietrofront, per l’ex ministro, ha un significato ben preciso: «superficialità. È facile scrivere un emendamento dicendo che si fa il processo da remoto, ma realizzarlo è una cosa diversa». L’attacco è al M5s, di cui il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede è espressione, da sempre orientato ad un’idea davighiana del processo. E non è un caso, per Costa, che proprio Piercamillo Davigo abbia chiesto al Csm di ragionare su una “sistematizzazione” della modalità da remoto. I grillini, aggiunge il deputato forzista, «non hanno mai avuto particolare attenzione ai principi del dibattimento e del processo accusatorio. Per loro è un orpello, mentre sono importanti le indagini preliminari, il titolo del giornale. L’accusa, per loro, è sentenza, le tesi sono quelle del pm, della polizia giudiziaria, della conferenza stampa iniziale. Il resto è tutto un fastidio – aggiunge -, lo abbiamo visto con la prescrizione: per loro il processo può durare in eterno. Ma qui non si tratta di pagare una multa, c’è in gioco la libertà personale».

Ma le modifiche lasciano soddisfatta anche parte di quella maggioranza di cui Bonafede fa parte. E così, per i deputati dem Alfredo Bazoli, Walter Verini e Franco Vazio la promessa smussatura della norma «consente di rimuovere le preoccupazioni che da parti significative di avvocatura e magistratura erano pervenute», circa i rischi di compromissione «dei diritti di difesa e un adeguato contraddittorio», in attesa, finita l’emergenza di «di affrontare, al riparo da urgenze, il tema del processo telematico», con una discussione «che tenga conto di tutti i delicati interessi e aspetti che coinvolge». Soddisfatta anche la capogruppo di Italia Viva Lucia Annibali, che aveva chiesto la stessa modifica con un ordine del giorno firmato da tutti i capigruppo di maggioranza in Commissione giustizia. «Un primo passo avanti – sottolinea -, ma ci aspettiamo di poter discutere e approfondire in Parlamento innovazioni così profonde del processo penale su cui resta ferma la contrarietà di Italia Viva».

Sulla modalità da remoto anche il Garante della Privacy, Antonello Soro, aveva sollevato obiezioni, relative alla sicurezza delle piattaforme utilizzate per le udienze e la conservazione dei dati. Osservazioni contenute in una lettera – nella quale veniva contestata anche la mancata consultazione del garante, prevista per legge – alla quale Bonafede ha risposto nei giorni scorsi, ma i cui contenuti non sono ancora noti – tanto da far infuriare Costa, che ne ha chiesto contezza -, in attesa di una risposta da parte di Soro. Il garante aveva accolto, nella sua missiva, tutte le perplessità sollevate dall’Unione Camere penali, in prima linea, assieme al Consiglio nazionale forense, contro la compressione dei diritti del giusto processo, messi in discussione dalla sua smaterializzazione. E mentre si attende la “Fase 2” del processo da remoto, sindacati e ministero hanno siglato una bozza d’accordo per la graduale ripresa dell’attività degli uffici dell’amministrazione giudiziaria non limitata più ai soli casi indifferibili e urgenti, orari sfalsati per i dipendenti con la settimana lavorativa che passerebbe da 5 a 6 giorni e consolidamento della via digitale con le video-conferenze.

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