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Libia, Haftar viola la tregua: ancora razzi su Tripoli

Colpito l’aeroporto di Mitiga. Verso il naufragio le fragili intese di Berlino imposte da Russia e Turchia. Il segretario Onu Guterres: «le fazioni lavorino per la pace»
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Che la strada per il raggiungimento per una pace duratura in Libia fosse ripida e cosparsa di ostacoli era abbastanza facile prevederlo.

Ieri se ne è avuta una palese dimostrazione quando sei razzi Grad, sparati da postazioni dell’esercito nazionale di Khalifa Haftar, sono caduti sullo scalo internazionale di Mitiga ad est di Tripoli violando di fatto la fragile tregua.

Ne ha dato notizia il portavoce Mohammed Gununu del governo guidato da Fayez Serraj: «le milizie di Haftar hanno colpito l’aeroporto internazionale di Mitiga a Tripoli con sei razzi Grad sparati per minacciare il traffico aereo, in una flagrante, nuova e ripetuta violazione del cessate il fuoco». Lo scalo è rimasto chiuso per tutta la giornata per poi riaprire alcuni corridoi in serata.

Il segno tangibile che le fazioni in guerra sono difficilmente controllabili dagli stessi comandi e che, forse, non tutte le milizie hanno accettato la tregua imposta da Russia e Turchia. Un timore che ha costretto il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, a richiamare le parti al rispetto degli accordi scaturiti dalla Conferenza di Berlino domenica scorsa: «Devono accettare che la leadership in una situazione come questa è una leadership di pace, per una Libia unita, capace di essere governata dai libici in pace e sicurezza e cooperando con i vicini in maniera positiva».

Il punto cruciale degli accordi è la formazione di una commissione militare composta rispettivamente da cinque membri delle forze di Tripoli e dell’Lna. Il gruppo di lavoro, sotto l’egida delle Nazioni Unite, dovrà trasformare la tregua in un cessate il fuoco definitivo.

In realtà si tratta di un piano di azione già messo a punto, da più di un anno, dall’inviato per la Libia dell’Onu, Ghassan Salamè. Ma fino ad ora le intenzioni erano rimaste lettera morta proprio per la difficoltà di far incontrare i contendenti e portarli ad elargire reciproche concessioni.

Un grande peso ha poi il contesto geopolitico con l’interferenza che diverse potenze straniere tentano di esercitare sulla Libia.

Non è un segreto che Turchia e Qatar armino i soldati di Serraj contro l’esercito di Haftar che gode invece del sostegno di Egitto, Emirati, Francia e Russia. Attori di grande peso che combattono un guerra per procura nella regione. Sarebbe infatti salito a 2.600 il numero di mercenari siriani inviati in Libia dalla Turchia per sostenere il Governo di accordo nazionale libico ( Gna) presieduto da Fayez al Sarraj. Lo riferisce l’Osservatorio siriano per i diritti umani ( Sohr), un’Ong con sede a Londra che si avvale di una rete di attivisti sul campo per documentare gli avvenimenti del conflitto siriano.

Altri 1.790 uomini armati, prosegue Sohr, sarebbero invece arrivati in Turchia dalla Siria per seguire corsi di formazione e addestramento militare. Le forze turche stanno conducendo attività di reclutamento in varie zone della regione di Afrin, nel nordovest della Siria, controllate dalle milizie siriane filo- turche. Sarebbero invece 28 i mercenari siriani che finora hanno perso la vita in Libia, durante gli scontri con le forze dell’autoproclamato Esercito nazionale libico ( Lna) fedele al generale Khalifa Haftar.

Non devono dunque stupire le parole pronunciate ieri dal ministro degli Esteri di Ankara: «A Berlino, ci siamo riuniti con tutti gli attori, compresi i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, e ci siamo tutti impegnati a ottenere una tregua sostenibile o un cessate il fuoco. Lo ha fatto anche al- Serraj, ma Haftar non ha preso alcun impegno».

Intanto nella giornata di oggi i ministri degli Esteri dei paesi confinanti con laLibia saranno ad Algeri per una riunione in cui discuteranno del dossier. L’incontro vedrà la partecipazione dei rappresentanti di Tunisia, Egitto, Sudan, Ciad, Niger e Mali. La riunione, fa sapere il ministero degli Esteri di Algeri, rientra nel quadro degli sforzi congiunti per il raggiungimento di una soluzione politica pacifica alla crisi.

 

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