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Spagna, la corrida è finita: Sanchez premier per un pugno di voti

Decisiva l’astensione dei separatisti catalani. Il nuovo governo, il primo di coalizione dalla caduta della dittatura di Francisco Franco, ha una maggioranza risicatisssima 167 voti favorevoli 165 contrari
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Il governo dei socialisti spagnoli più Podemos, con gli indipendentisti in appoggio, c’è. Con 167 sì, 165 no e 18 astensioni, il premier incaricato Pedro Sánchez ha incassato il via libera dal Parlamento ed oggi si presenta davanti al re per l’incarico. Per riuscire ad ottenere sufficienti sì in seconda votazione, quando si abbassa la soglia necessaria dei voti per l’approvazione, è dovuto ricorrere alla galassia di partitini locali: il partito nazionale basco, Más País, Compromís, Nueva Canarias, Teruel Existe e Bng. Più, dettaglio fondamentale, l’astensione di Erc, partito separatista catalano repubblicano e di Eh Bildu ( indipendentisti baschi).

Fondamentale perché l’astensione dei separatisti, soprattutto quella dei catalani di Erc, non è gratis. E il partito socialista non è favorevole all’indipendenza della Catalogna. Diventato ormai un campione mondiale di cerchiobottismo, Pedro Sánchez ha dovuto già ieri tener buoni tutti in Parlamento raccogliendo con gratitudine i voti degli indipendentisti catalani fingendo che non abbiano un prezzo e contemporanemamente promettendo di metter su un governo «capace di alzare al voce e di dimostrare grande fermezza democratica con gli intolleranti».

Tutti a chiedersi se per intolleranti si riferisse agli indipendentisti abituati ad assumere un tono ultrà o alla destra radicale di Vox, infimo partitino fino a pochi mesi fa diventato terzo partito con le ultime elezioni del 10 novembre.

Il capo di Vox, Santiago Abascal, un tipo tozzo taurino con buffe arie da macho iberico, felice di poter contare sui facili slogan da opposizione ideologica a quello che chiamerà “il governo delle sinistre” per riuscire a non perdere consensi, ha esordito ieri con una grande tirata anti immigrazione in Parlamento. Vox conta in realtà sugli indipendentisti.

I voti andati alla destra radicale di Abascal sono in gran parte voti nazionalisti, voti di persone radicalmente contrarie a qualsiasi cedimento, morbidezza, interlocuzione possibile con gli indipendentisti. Un governo che sugli indipendentisti ha dovuto poter contare per nascere, per di più un governo socialista con dentro gli ex movimentisti di sinistra di Podemos ( comunisti per Vox), è quanto di meglio potesse sperare Abascal per il suo debutto da capo della destra che si vuol mangiare i consensi della destra popolare classica mostrando tolleranza zero con gli odiati catalani.

I dirigenti di Erc hanno alzato il prezzo finché hanno potuto, fino a ieri. Alla fine hanno ottenuto la promessa ( vaga, molto vaga) di aprire un tavolo di trattativa tra Madrid e Barcellona entro quindici giorni dall’inzio del nuovo governo. Sarebbero bastati un paio di voti in fuga all’ultimo momento per far perdere al premier socialista uscente l’investitura in seconda votazione.

Ora per il povero Sánchez si tratta di governare. E dio sa come.

Già solo con Podemos individuare un programma di governo da realizzare con un’alleanza reale pare impossibile. La bozza di patto divulgata è abbastanza vaga sui punti principali. Si sa che Pablo Iglesias, il leaderino di Podemos col codino, ha ottenuto per sé la vicepresidenza. Punto fondamentale negato da Sánchez nelle trattative con Podemos dopo le elezioni dello scorso aprile, saltate proprio sui posti di governo per Podemos. «Sánchez vuole i nostri voti ma senza cedere il suo potere e noi non glieli diamo», diceva allora Iglesias.

«Iglesias vuole il governo senza impegnarsi in nulla così può continuare a fare l’opposizione e non perdere consensi» diceva Sánchez.

Fatto sta che l’accordo per il quale non si trovava il compromesso necessario ad aprile è stato trovato in quindici minuti a novembre. Si trattava di dare posti chiave a Podemos, Sánchez ha ceduto e ha dato a Iglesias la vicepresidenza. Gli elettori di entrambi i partiti, soprattutto i socialisti, se ne sono accorti e molti di loro avevano ieri un tono piuttosto attonito. Questo il tono dei commenti: ma se hanno trovato adesso un accordo in un quarto d’ora, non potevano trovarlo anche lo scorso aprile senza bisogno di indire nuove elezioni anticipate a novembre? L’hanno fatto oggi per evitare un governo delle destre con Vox, i popolari e Ciudadanos ( una sorta di Podemos di centrodestra) uniti, ma se avessero trovato l’accordo ad aprile oggi non avremmo Vox terzo partito in parlamento. Non puoi governare limitandoti a dire: grazie a noi i popolari e Vox non sono al governo. E come fai se non hai accordo su niente?

Per esempio sulla riforma del lavoro. Entrambi i partiti ce l’avevano una riforma del lavoro nel programma elettorale ed erano due programmi assai diversi. Per ora sono riusciti ad accordarsi solo sulla vicepresidenza per Iglesias e sulla vaghissima necessità “di garantire la convivenza in Catalogna”, che non si sa cosa voglia concretamente dire.

Sánchez è dunque per ora nelle mani di Oriol Junqueras, il capo di Erc, in carcere dal novembre 2017 con una condanna a 13 anni per aver partecipato all’organizzazione del referendum illegale sull’indipendenza della Catalogna da Madrid, proclamata qualche settimana dopo dal parlamento della Catalogna.

Junqueras non avrebbe dovuto essere incarcerato perché era stato già eletto eurodeputato il giorno della condanna, ha stabilito il Tribunale europeo di giustizia.

Ora basterà un suo sopracciglio alzato, con lui agli arresti oppure libero, a far ballare i numeri necessari a tenere in piedi il governo che Sánchez presenta oggi a Felipe VI.

 

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