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Furlan (Cisl): «Il clima sociale è caldissimo, l’esecutivo stia attento a non sottovalutarlo»

In tutta Italia la protesta dei vigili del fuoco e dei lavoratori dell'edilizia. «E' una stagione difficile dal punto di vista sindacale con tante vertenze aperte. Tutti I nodi stanno venendo al pettine»
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«È un autunno molto piovoso, con danni terribili per il nostro patrimonio architettonico e tanti disagi per le popolazioni, come sta accadendo purtroppo a Venezia, anche per colpa dell’incuria dell’uomo e dei ritardi scandalosi nella costruzione del Mose e delle altre opere pubbliche. Ma è un autunno caldo, anzi caldissimo dal punto di vista sindacale con tante vertenze aperte e dossier che riguardano il destino di centinaia di migliaia di lavoratori e di famiglie. Tutti i nodi stanno venendo al pettine”. La Segretaria Generale della Cisl, Annamaria Furlan è reduce dall’incontro a Parigi con i sindacati francesi della CFDT per uno scambio di opinioni sui problemi sociali e del lavoro in Europa.

Furlan, perchè lei parla di autunno caldo?

Guardi, stiamo vivendo giornate cruciali sul piano sindacale. Oggi i vigili del fuoco saranno in piazza davanti al Parlamento ed il 21 novembre sciopereranno in tutta Italia. Ma non è l’unica protesta in corso perchè anche i lavoratori dell’edilizia manifestano sempre oggi in cento piazze italiane. Nel pomeriggio poi avremo un’incontro al Mise sulla ex Ilva al quale dovrebbe partecipare anche Arcelor Mittal. E sabato ci sarà la manifestazione di protesta dei sindacati dei pensionati al Circo Massimo. Il governo farebbe bene a non sottovalutare il clima sociale che si sta creando nel Paese.

Partiamo allora dai vigili del fuoco, che sono impegnati in queste ora a Venezia ed in tante città italiane per soccorrere i cittadini contro il maltempo. Perché sostenete questa protesta?

Perché è una lotta sacrosanta. I vigili del fuoco non hanno visto concretizzarsi gli impegni assunti per migliorare le condizioni degli stipendi, della previdenza, del riconoscimento delle malattie professionali. È una categoria che merita più rispetto e considerazione da parte delle istituzioni perché sono i primi a prestare l’opera di soccorso ai cittadini, pagando spesso un prezzo altissimo in termini di vite umane. È una questione di giustizia. Bisogna riconoscere una specificità professionale a questi lavoratori del comparto, come tutti gli altri operatori dei settori della sicurezza e del soccorso pubblico. Le belle parole di elogio e stima non bastano. Come per tutti i dipendenti pubblici serve rinnovare il contratto, ulteriori investimenti, progressioni di carriera. Siamo al fianco della nostra federazione nazionale della sicurezza in questa battaglia.

È singolare che oggi oltre a questa protesta dei vigili del fuoco, si aggiungerà anche quella dei lavoratori edili. C’è un legame tra le due cose?

Sono due vertenze diverse. Ma il tema della sicurezza del territorio è indubbiamente legato a quelle delle infrastrutture. Si sono persi 800 mila posti di lavoro negli ultimi dieci anni, 120 mila imprese hanno chiuso. Eppure ci sono centinaia di cantieri fermi nel nostro paese. Non si riesce a superare i ritardi della burocrazia, i veti della politica e spesso gli ostacoli anche delle istituzioni locali. Ma i lavoratori edili reclamano anche un riconoscimento sul piano previdenziale, meno tasse, un impegno più forte sulla legalità con il rafforzamento del Durc e della congruità, l’attuazione della patente a punti, una reale riforma del Codice degli Appalti, che riduca il ricorso al subappalto.

Che cosa chiedete al governo?

I sindacati degli edili chiedono giustamente un confronto con il governo, visto che aspettano ancora una convocazione dai ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico. E’ positivamente il confronto già avviato con il ministero delle Infrastrutture. Ma non basta.

Bisogna rimettere in moto il settore, da sempre volano per la ripresa economica. Vuol dire non solo lavoro per centinaia di migliaia di persone e ossigeno per un indotto enorme ma dare al paese infrastrutture moderne, edifici e territori riqualificati, riducendone i consumi e mettendoli in sicurezza dai rischi sismico ed idrogeologico. Far ripartire le costruzioni vuol dire far ripartire l’intera economia del Paese.

Cosa direte ad Arcelor Mittal ed al governo oggi pomeriggio al Mise?

Bisogna riprendere il confronto per evitare la chiusura della ex Ilva ed il congelamento del piano di risanamento ambientale.

Sarebbe una sciagura per Taranto, per gli altri stabilimenti, per tutto il paese. Il Governo ha delle responsabilità enormi in questa vicenda perché non riesce a risolvere per i suoi problemi interni il problema dello scudo penale. Noi abbiamo detto con chiarezza che servirebbe un decreto legge, valido anche per tutti i casi analoghi, ma oggi indispensabile per togliere ogni alibi ad Arcelor Mittal. In questa vertenza sono in gioco almeno 20 mila posti di lavoro, compreso l’indotto, la tutela dell’ambiente ed anche la credibilità internazionale del nostro paese. Non si possono firmare degli accordi e poi dopo un anno scappare via, abbandonare gli investimenti, annunciando 5 mila esuberi. Questo è una linea irresponsabile, un ricatto inaccettabile. Se ci sono dei problemi di mercato devono essere affrontatati, come si fa sempre, aprendo un negoziato con il sindacato. La via giudiziaria non è la strada risolutiva. Tutt’altro.

Sabato sarete in piazza con i pensionati?

Sì, perché i pensionati non sono né un bancomat da spremere né gli “avari di Molière” come li aveva definiti incautamente il presidente del Consiglio Conte. Vogliono risposte serie e non una elemosina sulla rivalutazione, risposte sulla non autosufficienza, i servizi sociali, la riduzione delle tasse. Sono donne e uomini che hanno fatto grande il Paese e che hanno dato tanto al nostro paese in termini di lavoro, professionalità, innovazione, cultura, ma anche di sacrifici e di assistenza per i nostri figli ed i nostri nipoti. Meritano molto di più dalla politica e dalle istituzioni.

 

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