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Libia, governo contestato. La fronda di Renzi e Fico

Il rinnovo degli accordi divide I parlamentari della maggioranza. «abbiamo ancora due giorni per fermare questa follia», ha scritto Matteo Orfini, da sempre in prima fila sulla questione dei diritti dei migranti
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Tutti in pressing sulla Farnesina e sul suo titolare, Luigi Di Maio. Nel mirino di una buona fetta della maggioranza è finito il memorandum Italia- Libia ( il documento firmato dall’allora premier Paolo Gentiloni nel 2017 con il primo ministro libico al- Serraj che prevedeva aiuti economici italiani per i cosiddetti centri di accoglienza in Libia e supporto alla guardia costiera libica per contrastare l’immigrazione illegale), riportato al centro del parlamento proprio da un’interrogazione del Pd al ministro.

Di Maio ha tentato di essere evasivo, spiegando che «interromperlo sarebbe un vulnus politico ma lavoriamo per migliorarlo», ma i parlamentari in un inedito schieramento che ha visto a fianco esponenti di Pd, Leu e Italia Viva non hanno mollato la presa e a loro si è aggiunta anche una buona fronda grillina.

Ad intervenire sul tema è stato addirittura il presidente della Camera, Roberto Fico, il quale ha detto che «se ci dev’essere, il memorandum deve essere aggiornato», perchè «Quando è stato sottoscritto, la Libia era in un’altra condizione, oggi è in una condizione di guerra e di assenza di democrazia». Parole inattese quanto decise, quelle di Fico, cui è seguita un’interpellanza parlamentare diretta al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, firmata dai parlamentari Paola Nugnes, Elena Fattori, Gregorio De Falco, Saverio De Bonis e Doriana Sarli, in cui si chiede la sospensione del memorandum, «impostato sull’idea di un contenimento dell’immigrazione senza che ci si preoccupasse delle conseguenze e dei metodi usati per contenere si pone all’origine della costante violazione dei diritti dell’uomo nei confronti di coloro che cercano di fuggire da povertà, miserie, guerre e che si trovano ad essere veri e propri prigionieri in Libia».

Sulla stessa linea, anche i parlamentari del centrosinistra, che hanno sottoscritto nei giorni scorsi un appello per bloccare il memorandum. «Dire che si vogliono cambiare gli accordi con la Libia e poi rinnovarli è una pagliacciata.

Indignarsi per la violazione dei diritti umani e poi confermare un memorandum che serve a finanziare i lager è una squallida ipocrisia. Abbiamo ancora 2 giorni per fermare questa follia», ha scritto Matteo Orfini, da sempre in prima fila sulla questione migratoria anche se spesso in disaccordo col suo partito. «Sono anni che i governi italiani finanziano i centri di detenzione in Libia e si girano dall’altra parte per non vedere gli stupri, la vendita di esseri umani, la tortura, persino le morti che si consumano in quelli che sono veri e propri campi di concentramento», ha aggiunto Francesco Laforgia.

Nel silenzio post- question time del ministro degli Esteri Di Maio ( impegnato ieri in una riunione politica coi suoi senatori sulla debacle in Umbria e ancora concentrato sulla manovra di Bilancio), è intervenuto il premier Giuseppe Conte, per provare a stemperare il clima: «L’Italia proporrà delle modifiche.

Il memorandum non può essere gettato a mare, ma ci sono sicuramente ampi spazi per migliorarlo e alla luce anche di quello che è successo in questi anni, anche conto che oggi in Libia c’è un conflitto armato sul terreno». Proprio a lui si è rivolto il leader si Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, chiedendogli «Un vertice sulla Libia. Impossibile sostenere che i rapporti con la Guardia costiera libica siano virtuosi e limitino gli sbarchi».

A provare ad abbassare i toni è intervenuta anche la viceministra dem Marina Sereni, che ha sottolineato come «il ministro Di Maio ha chiarito che non si procederà ad un semplice rinnovo ma che proporremo ai partner libici modifiche sostanziali del memorandum» e ha proseguito spiegando che «Tra le due ipotesi estreme, confermare tutto così com’è o stracciare il documento, il governo Italiano ha scelto una strada pragmatica ma significativa, quella di aprire con i libici un confronto».

La viceministra ha infatti confermato che «Sono cambiate le condizioni sul terreno, perché ora è in corso una guerra civile e perché abbiamo molte testimonianze che ci informano che nei centri le condizioni di vita dei migranti sono insostenibili e che la Guardia Costiera libica ha agito con comportamenti non consoni alle norme internazionali. Su questo apriamo una riflessione per apportare modifiche».

A farle da sponda è intervenuta anche la presidente pentastellata della commissione Esteri alla Camera, Marta Grande, la quale ha annunciato che «La commissione Esteri avvierà una serrata serie di audizioni sulla Libia. Al termine di queste audizioni il Parlamento si esprimerà con una risoluzione per indirizzare il governo nella modifica del memorandum siglato nel 2017».

Se il governo prova a procedere compatto sulla linea delle modifiche al testo, provando anche a coinvolgere l’Unione Europea nella gestione del problema, le sollecitazioni del Parlamento sembrano muoversi invece in una direzione molto più drastica. E nella diatriba di maggioranza si è insinuato gongolando Matteo Salvini, che non ha perso l’occasione per attaccare il gioverno parlando di «ennesimo litigio» e di esecutivo «allo sbando», schiavo delle Ong che «dettano la linea e chiedono di non rinnovare il memorandum con la Libia».

 

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