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Manette agli evasori, un decreto fiscale firmato dal Guardasigilli. Il peso di Bonafede

Protagonismo di un ministro chiave per I 5s. Definitivamente chiarita la tenacia nel pretendere che il titolare di via Arenula fosse confermato: lascia un timbro inconfondibile pure in settori non suoi
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«C’è unità d’intenti», dice Giuseppe Conte. Vero. Il day after dell’accordo sul decreto fiscale non fa registrare scossoni. Né particolari brusii dal fronte dem o da Italia viva. Casomai qualche soddisfatta rivendicazione dell’ala del Pd più attenta alle libere professioni. «Bene la conferma del regime forfettario per le partite Iva, ora avanti con l’equo compenso», dice per esempio il titolare del dossier nella segreteria Zingaretti, Pietro Bussolati. Però resta anche un altro dato: imprevedibilmente, il protagonista del primo round sul Bilancio è un ministro non economico.

Si tratta di Alfonso Bonafede, guardasigilli e pure firmatario di alcuni cruciali capitoli del piano anti evasione: l’innalzamento delle pene per i grandi evasori, con l’attuale forbice che va da 1 anno e mezzo a 6 anni di carcere sostituita dal nuovo minimo di 4 e dal nuovo massimo di 8 anni di detenzione; l’abbassamento della soglia di punibilità da 150mila a 100mila euro; e soprattutto le «confische per sproporzione» che potranno essere inflitte a chi è condannato invia definitiva per frode fiscale.

Bonafede è uno dei due grandi vincitori. L’altro è Giuseppe Conte. «C’è unità d’intenti», insiste il premier all’assemblea di Confesercenti. Ma nella notte tra lunedì e martedì, alla fine di un match combattuto su ring differenti, fonti di Palazzo Chigi avevano tenuto a far sapere della «soddisfazione» del capo del governo per il via libera a tutte le ipotesi che aveva personalmente proposto. La web tax è una bandiera che la presidenza del Consiglio ora espone con orgoglio così come la premialità per chi limita o quasi azzera l’uso del contante, posticipata a partire da luglio ma non limitata nell’importo.

Vittoria di Conte, dunque. Ma vittoria anche di Bonafede. Perché di rado si era viso un simile protagonismo del guardasigilli in materia fiscale. Non a caso, Luigi Di Maio a parte, è il responsabile della Giustizia a rivendicare l’esito del vertice: «Con il carcere ai grandi evasori non c’è alcun rischio per la tenuta del governo», dice da Bari dove ha appena firmato un protocollo sulla giustizia minorile. «Le norme sul fisco sono state approvate stanotte e non vedo perché l’esecutivo dovrebbe rischiare».

I dem infatti non si ribellano. E Bonafede trova sufficiente, come margine di verifica, il fatto che le norme penali del dl fisco entreranno in vigore solo una volta che il provvedimento d’urgenza sarà stato convertito in legge, in modo da lasciare anche agli alleati la possibilità di apportare eventuali modifiche in Parlamento.

Con i colpi assestati per mano del guardasigilli, trova una volta per tutte spiegazione la perseveranza mostrata da Di Maio nelle trattative per la nascita del governo: si spiega ancora meglio la scelta di pretendere che almeno il ministro titolare della Giustizia già nella fase gialloverde restasse al suo posto anche dopo la rivoluzione d’agosto. Bonafede è strategico perché lascia un segno riconoscibilissimo, per gli elettori pentastellati, anche in campi diversi da quello di sua strettissima competenza come la materia fiscale.

E oltretutto in Parlamento non sembrano preannunciarsi scossoni. «La norma sulle confische riguarderà le sole condanne definitive», spiega al Dubbio il vicecapogruppo dem alla Camera Michele Bordo. «Così come avviene ora per gravi reati come quelli di mafia, si applica l’articolo 240 bis del codice penale. Nel caso specifico, chi ha frodato il fisco si vedrà confiscati beni per un valore equivalente a quello sottratto all’erario». Aggiunge il vicepresidente dei deputati dem: «Può sembrare sconcertante, ma nel nostro Paese è giusto che si cominci a considerare normale la restituzione di ricchezze illegittimamente sottratte alla collettività».

Riflessione che conferma l’unità d’intenti rivendicata da Conte. Va segnalata anche la tenuta del pd rispetto al regime forfettario esteso ai professionisti con redditi entro i 65mila euro. «Va nella giusta direzione la decisione del governo di non modificare le norme fiscali per le partite Iva», nota Bussolati. Che aggiunge: «Si impone di riprendere il lavoro sull’equo compenso e rendere universali per tutti i lavoratori i diritti e le tutele».

Al responsabile Libere professioni del Nazareno fanno eco i deputati pd della commissione Attività produttive Francesca Bonomo e Gavino Manca: «Avevamo chiesto con forza di non toccare le norme sul regime forfettario, siamo soddisfatti e ora chiediamo un impegno chiaro sui temi prioritari per il mondo delle professioni, dall’ equo compenso alle misure di welfare».

Seppur non trattato specificamente nel decreto fiscale, il tema dell’equo compenso, introdotto nell’ordinamento grazie all’impegno partito due anni fa dal Cnf e dall’allora guardasiglli Andrea Orlando, comincia a diventare una priorità trasversale, richiamata persino dall’opposizione. Sempre ieri Fratelli d’Italia ha presentato un “Manifesto per le professioni”. Giorgia Meloni, con i capigruppo di Camera e Senato Francesco Lollobrigida e Luca Ciriani e la responsabile Professioni Marta Schifone, ha indicato come primo impegno il seguente: «L’applicazione del principio dell’equo compenso». Segno che l’idea sostenuta dagli avvocati è entrata definitivamente in cima all’agenda politica.

 

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