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C’è luce in Africa: il Nobel per la pace a Abiy Ahmed Ali

Appena eletto, il premier etiope ha concesso l'amnistia a migliaia di prigionieri politici
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L’assegnazione del premio Nobel per la pace doveva di una contesa tra una ristretta rosa di candidati. Innanzitutto Greta Tumbergh per la sua lotta in difesa del clima, poi la premier neozelandese Jacinda Ardem che dopo la strage di Cristianchurch aveva avviato una forte politica di riduzione di armi nel suo paese. Nomi all’attenzione dell’opinione pubblica e di indubitabile spessore, ma forse a sorpresa la decisione del comitato per il Nobel è stata un’altra, la prestigiosa onoreficenza è andata al giovane primo ministro dell’Etiopia Abiy Ahmed.

Le ragioni che giustificano il premio sono valide e rivestono un’importanza fondamentale per un continente martoriato come l’Africa. Abiy Ahmed infatti è stato il protagonista di un evento importantissimo e cioè la firma siglata il 16 settembre 2018, dopo una trattativa durata poche settimane, della pace con l’Eritrea del discusso presidente Isaias Afewerk. In questa maniera è stata messa la parola fine ad un conflitto armato scoppiato nel 1998 quando truppe etiopi entrarono in territorio eritreo.

Una guerra a bassa intensità ma non per questo meno letale, da più parti giudicata assurda, basata essenzialmente su una contesa territoriale. Abiy Amhed ha rinunciato alle rivendicazioni originarie accettando l’accordo di pace dell’Onu nel 2000 ricevendo in cambio altre fette di terra al confine. Condizioni che lo stesso Afewrki ha colto al volo. Le ambasciate dei due paesi sono state riaperte e ristabiliti i collegamenti telefonici, è stato dato impulso agli scambi commerciali e riaperta la rotta aerea.

Ma tali risultati sono il frutto di quella che è la personalità e la formazione di Abiy Ahmed. Nato ad Agaro, regione centro meridionale dell’Etiopia, proviene da una famiglia per metà cristiana e per l’altra musulmana, è stato un soldato con il grado di tenente colonnello.

Ingeniere e politico riformista, prima di diventare Primo ministro nel 2018, a soli 42 anni, è stato a capo del dicastero della Scienza e Tecnologia e responsabile della cyber security del Paese durante il precedente governo guidato da Hailemariam Desalegn dimessosi a sorpresa. Ahmed fa parte dell’etnia oromo, la più numerosa ma anche la più marginalizzata, è leader dell’Organizzazione democratica del popolo oromo uno dei quattro partiti che formano il governo di coalizione.

La sua ascesa inizia nel 2015, quando la sua comunità comincia a protestare per un progetto che prevedeva l’estensione della capitale Adis Abeba nel territorio dell’Oromomia. Furono i contadini a denunciare il tentativo di espropriazione delle proprie terre dando vita ad una lotta che il governo federale represse con durezza uccidendo 300 persone e dichiarando lo stato d’emergenza..

Abiy Ahmed ha incarnato la pacificazione etnica e alla fine è stato indicato come l’inevitabile successore del tigrino Desalegn. Una volta divenuto primo ministro ha dato il via ad una serie di riforme che lo hanno reso un personaggio apprezzato anche dalle opposizioni sebbene gli scontri tra le diverse comunità, dalle quali è composta l’Etiopia, si siano riaccesi negli ultimi tempi.

Nei primi 100 giorni del suo governo ha soprattutto ridato speranza alla popolazione per un futuro democratico, come provvedimento iniziale ha revocato lo stato di emergenza concedendo l’amnistia per migliaia di prigionieri politici, ha eliminato la censura sui media legalizzando i gruppi di opposizione. Ha esercitato il suo potere anche sui militari, licenziando quelli sospettati di corruzione e violazioni dei diritti umani e prometten- do di organizzare libere elezioni. Dal punto di vista economico Ahmed ha annunciato programmi per combattere le forti diseguaglianze del paese e per privatizzare parzialmente le maggiori aziende di Stato.

Forse la definizione data dal Financial Times, un “incrocio tra Che Guevara e Macron”, è esagerata, ma il respiro ideale che esprime Abiy Ahmed lo si può rintracciare nel suo protagonismo anche al di fuori dell’Etiopia. Il giovane leader infatti si è impegnato in altri processi di pace in Africa. Nel settembre 2018 il suo governo ha lavorato per la normalizzazione delle relazioni tra Eritrea e Gibuti e mediato tra Somalia e Kenya. Soprattutto Abiy Ahmed si reso protagonista del difficilissimo accordo in Sudan tra militari e opposizione civile dopo la caduta di Omar Bashir. Un attivismo che gli ha fatto guadagnare l’appoggio di diversi paesi occidentali i quali contano sull’appoggio dell’esercito etiope per le missioni di peacekeeping, tra le quali l’intervento contro i terroristi somali di al Shabaab.

 

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