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Max Lobe: «Racconto chi emigra dall’Africa e trova un’Europa cattiva»

L' autore del romanzo rue de Berne, numero 39. Il protagonista è un giovane del Camerun che si trova in galera e racconta la sua vita e quella della madre,
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«Si ride come se tutto andasse bene, come se la prigione non fosse altro che un parco divertimenti, un cortile della ricreazione o un asilo nido destinato a quei bambocci turbolenti che siamo. Si ride forse anche perché nella risata si cela un po’ di speranza». Sul filo della memoria si snoda il primo romanzo dello scrittore camerunense residente in Svizzera Max Lobe, Rue de Berne, numero 39, pubblicato da 66thand2nd per la traduzione di Sándor Marazza.

Rinchiuso nel carcere svizzero di Champ- Dollon, il diciassettenne Dipita riflette sulla sua giovane vita e ricostruisce le tappe del viaggio che da un piccolo villaggio del Camerun l’ha condotto sulle strade della capitale elvetica, senza lesinare il racconto delle vicende occorse alla madre Mbila, introdotta nel giro della prostituzione dopo aver raggiunto l’Europa al seguito di un gruppo di ballerine di bikutsi, e allo zio Démoney, che ne ha propiziato la partenza per sottrarla alla miseria dilagante. Autore di romanzi e racconti, Lobe tratta sovente nelle sue opere – fra cui Confidences ( 2016), vincitore del Prix Ahmadou Kourouma, e La trinità bantu ( 66thand2nd, 2017), insignita del Premio Salerno Libro d’Europa 2018 – tematiche quali omosessualità, rapporti interculturali e immigrazione.

Partendo dal Camerun, Mbila pensava che “una volta arrivata in Europa, tutto era possibile”. Quale Europa, a suo avviso, accoglie oggi i migranti come lei?

È una domanda molto interessante. Non sarebbe onesto paragonare l’emigrazione di Mbila a quella delle numerose persone che purtroppo fanno del Mediterraneo un bel cimitero a cielo aperto. Il motivo che le spinge a spostarsi è il medesimo: la libertà. Nel mio romanzo, invece, Mbila non sapeva quel che l’aspettava, non voleva andarsene ma ha dovuto cedere a un’imposizione. Solo successivamente, in conseguenza anche di tutte le promesse fatte dal fratello maggiore, l’idea le è diventata congeniale. Quegli uomini, donne e bambini che muoiono oggi alle porte dell’Europa rappresentano motivo di vergogna non solo per l’Europa – che già ha i suoi problemi interni da risolvere – ma soprattutto per i molti dirigenti africani ( per limitarmi all’Africa) che dovrebbero semplicemente appendere i ferri al chiodo.

Zio Démoney, fratello/ padre di Mbila, depreca, fra le altre cose, la svalutazione del franco CFA, avvenuta nel 1994, e il regime del Presidente Paul Biya, considerato «una Barbie manipolata direttamente dall’Eliseo». Quanto questi fattori hanno realmente pesato sullo sviluppo socio- economico del Camerun?

Tantissimo. Ancora oggi l’uso del franco CFA ( franco delle Colonie Francesi d’Africa) è un problema non solo per il Camerun ma anche per i molti altri Paesi africani che lo utilizzano. Non voglio addentrarmi in argomentazioni di carattere tecnico ed economico, ci sarebbe troppo da dire. Ciò che penso, tuttavia, è che ogni Paese dovrebbe avere il controllo della propria moneta, una moneta che corrisponda realmente alla propria economia, salvaguardando sempre, negli scambi commerciali, innanzitutto i suoi interessi. Detto questo, se volessimo provare a realizzare l’ideale d’indipendenza monetaria in Camerun, ciò non sarebbe possibile. Nessuno al potere – in Camerun come in Francia – intende farlo. È una questione d’interessi. Da un lato, c’è chi ha abbastanza forza da imporsi sui rapporti internazionali, mentre dall’altro, chi non si cura di difendere il bene del suo popolo ma soltanto il proprio. Posso capirlo. Chi avesse voluto perseguire gli interessi del popolo, molto probabilmente sarebbe stato ucciso. Le cose non sono bianche o nere. Vi sono tante sfumature di grigio.

Dopo due anni di sfruttamento, per Mbila si schiude un presente da clandestina, «condannata all’eterna ansia dei sans- papier».

In tal contesto, la piena integrazione sociale rimane irrimediabilmente un’utopia?

L’integrazione è innanzitutto di carattere economico. Avete mai sentito dire da un miliardario di non sentirsi integrato? Se si possiede abbastanza denaro, prima o poi ci si integra. Mentre, in caso contrario, bisogna subire e attendere le decisioni dell’Europa. Se si è stanchi di aspettare è necessario ricorrere, se fortunati, a un volo quanto, altrimenti, imbarcarsi in un gommone. L’integrazione non è prima culturale o linguistica. I tanti africani francofoni che vivono in Francia – che spesso parlano meglio il francese rispetto al cittadino francese medio – sono la prova che l’integrazione è prima di tutto una questione di soldi e di documenti. Essere integrato in una società vuol dire essere finanziariamente indipendente dallo Stato e possedere i documenti in regola.

«Figlio mio, non essere mai come quegli uomini bianchi…» : lo zio Démoney si sta riferendo all’omosessualità, mentre in altre parti del romanzo trovano spazio accenti di razzismo dei bianchi verso i neri e viceversa. Trova che ai giorni nostri il pregiudizio vada aumentando?

A costo di sembrare un po’ naif, credo che, attraverso le reti sociali e la giusta informazione, alcune cose che prima accadevano lontano dai riflettori oggi trovino il giusto spazio. Non mi occupo di statistica, quindi non posso rilevare se le occorrenze di razzismo o di omofobia siano aumentate. Di sicuro esistono, ma loro incidenza muta da Paese a Paese. Penso sia necessario distinguere tra stereotipo e pregiudizio. Se qualcuno mi chiedesse un po’ di coca o di cannabis in rue de Berne a Ginevra solo per via del colore della mia pelle, non credo che mi farebbe arrabbiare, cosa che invece potrebbe capitare qualora lo stesso episodio si verificasse con allarmante frequenza. Se la polizia mi persegue solo in quanto nero, presumendo che in un dato contesto ciò basti a sospettarmi implicato nello spaccio di droga, questo è un pregiudizio. Ed è grave! In tal caso bisogna semplicemente applicare la legge, se esiste, o altrimenti crearla o migliorarla. Una legge che sia giusta per tutti.

Il suo libro potrebbe anche essere letto come un romanzo di formazione. Tradizione ed evoluzione personale in un Paese altro: come è stato coniugare tra loro queste due componenti?

Quando scrivo, penso solo ai miei personaggi. Vivo con loro. Gli do tanto di me e, in senso inverso, essi mi danno tanto di loro: la loro lingua, i loro modi di dire, la gestualità, ecc… Ringrazio Sándor Marazza per la bellissima traduzione di questo romanzo. Tradurre in italiano quel francese africanizzato non dev’essere stato facile..

 

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