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Prof. Giunti: «Giuseppe? Mi ricorda Prodi. E’ mite ma non manca di carattere»

Intervista alla professoressa Patrizia Giunti, docente all'Univesità di Firenze, Conte è stato un suo discepolo. «Non ama I social, preferisce le conferenze stampa. Rispetta regole e istituzioni. Prima competenza, confronto e riflessione
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Si sono conosciuti quando arrivò a Firenze, agli inizi del terzo millennio, circa 18 anni fa. Patrizia Giunti, avvocato, docente di Storia del diritto romano e direttore del Dipartimento di scienze giuridiche all’Università di Firenze, ne ha avuti diversi di discepoli che nella sua squadra hanno fatto carriera politica. Giuseppe Conte è in testa, seguono il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e l’attuale sindaco renziano Dario Nardella.

Con il premier Patrizia vanta una sintonia caratteriale, si sente una donna mite come lo è Giuseppe, un carattere «mai aggressivo, sempre pacato» ma «mai disgiunto dalla piena consapevolezza delle proprie idee».

Allude, la Giunti, al Conte con gli attributi che è sbottato in Parlamento dando il ben servito a Salvini e all’Alleanza con la Lega. Mossa decisiva per il reincarico in vista. E confessa di non essersi affatto meravigliata della metamorfosi mediatica del professore che era a lungo sembrato uno sceso da Marte, sballottato e in balìa dei due vicepremier.

Da quando quattro anni fa la signora ha cominciato a dirigere il Dipartimento, tra lei e Conte l’amicizia professionale si è fortemente cementata. «Giuseppe era uno dei componenti della Commissione di indirizzo». Hanno fatto squadra spalla a spalla e raggiunto un progetto di eccellenza riconosciuto anche finanziariamente.

Dunque Conte è uno che coltiva il lavoro di gruppo.

«La competenza professionale è il suo primo punto di forza. Da professore la gestione attenta dell’uditorio è una grande palestra; da avvocato l’attività professionale, la competenza, aiutano a mediare, a trovare la soluzione più giusta tra la ragionevolezza da una parte e il rispetto della regola dall’altro, la padronanza dello strumentario tecnico. Tutto questo è un punto di forza di Giuseppe Conte».

Ora il premier è contornato da un consenso largo, persino Donald Trump ha detto la sua per sponsorizzarlo e certo è stato d’aiuto.

«L’endorsement di ieri, il rapporto con l’Europa è negli occhi di tutti, sono aspetti che danno un segnale di riconoscimento e penso gli faccia grande piacere sul piano umano».

Aver rampognato Salvini coram populo ha rovesciato il silenzio mediatorio cui il premier è stato costretto, nella scomoda tenaglia tra Matteo e Giggino.

«L’atteggiamento cauto e silente è un dato caratteriale, la sua cifra – spiega la Giunti –. Lui non dilaga nella comunicazione. Ma al momento opportuno il carattere emerge. Lo conosco come persona di carattere, la cautela è una precisa scelta. Ha una grande disponibilità all’ascolto».

E non è certo uno che nevrotizzato dai social fa politica con frenetici tweet e selfie un tanto al chilo, pur di parlare di tutto e su tutto. Anche su questo un po’ Ufo è rimasto.

«Lui ha una dimensione altra, è un tratto della sua forza. Un nuovo modello di linguaggio politico. In questa fase di transizione, dunque problematica, non solo per i segnali evidentissimi di una crisi economico sociale– le crisi sono sempre esistite e la crisi diventa una narrativa che può diventare retorica – è radicalmente cambiato il modello della politica. E’ il modello di una politica che dalle socialdemocrazie è passata al modello delle democrazie social».

Sacrosanto

«E questo sposta gli equilibri perchè crea un momento di totale interlocuzione diretta tra il leader politico e il cittadino. Anche la differenza tra militante e elettore ormai si sta slabbrando perché alla fine l’organigramma del partito non esiste più».

E’ quella che si chiama disintermediazione, ed è totale, dice la professoressa. Con il rapporto diretto si crea la personalizzazione della politica, e una fidelizzazione tra il singolo e il leader, dove costui non si rivolge più alle sezioni o alla base ma ad una platea mondiale. «Si crea il rischio di una sovraesposizione comunicativa del leader politico che orienta anche le sue risposte».

C’è la dinamica degli algoritmi predittivi, e può qui venire un mal di testa, ma la colpa è della tecnologia che ha cambiato la nostra percezione della politica. Frenetica, contraddittoria, spesso arraffazzonata, tumultuosa

«Su questo Conte ha assunto un atteggiamento molto cauto. Limita le esternazioni sui social, l’uso della conferenza stampa ne è la prova: riportare il giornalismo nel ruolo cardine di intermediario e di informazione da un lato e riflessione dall’altro è certamente una dimensione sacrificata…».

Ma riconduce ad un equilibrio lontano dall’isteria social. Infatti, stretto nella morsa, Conte convocò quella conferenza stampa serale l’ 8 di agosto per dare il suo penultimatum. La sorpresa creò preoccupazione, fibrillazioni, ma nessuno era abituato ad una mossa del genere. Che poi non gli abbiano dato retta, sottovalutando l’avvertimento nemmeno tanto pacato è un altro conto.

Ma il cercare di ristabilire le regole e di rispettare le istituzioni si è visto poi nella scelta rigida di parlamentarizzare la crisi

«Portarla all’interno del dibattito parlamentare, in una democrazia rappresentativa come è la nostra, è un segnale forte. Dipinge un presidente del Consiglio che ha cercato di coniugare le nuove dinamiche con la conferma del ruolo fondamentale delle formazioni intermedie e della partecipazione rappresentativa. Anche questo ha aumentato il consenso per l’azione del premier».

Conte, ne è convinta la Giunti, preferirebbe, come ha scritto il costituzionalista Ainis, archiviare le contrapposizioni personali per dare spazio alle competenze, al confronto e alla riflessione. Certo Ainis avrebbe preferito un passo indietro dei big per dare spazio alle seconde file e annacquare così gli scontri.

Ma, con Di Maio che pensa a reclamare una poltrona che non gli spetta più, è difficile imboccare quella strada.Professoressa, Conte è l’erede di chi?

«Beh, Armaroli ha sollevato un dibattito guardando al ’ 900. In questa fase populistico è il modello più che il contenuto. La figura che lo può rievocare, un professore universitario che arriva al ruolo di presidente, che affronta la crisi portandola in Parlamento, che si costruisce un consenso forte in ambito internazionale ed europeo, l’atteggiamento non sempre amico degli alleati… mi suggerisce Prodi».

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