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Zingaretti cambia le condizioni, renziani infuriati

Il giallo dei tre puntini. Il segretario dem a sorpresa pone tre punti «non trattabili», gli uomini dell’ex premier insorgono. L’accordo con Di Maio torna di nuovo in salita
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La confusione è grande sotto il cielo del Partito democratico. Per ricostruire una giornata di dichiarazioni e controdichiarazioni, veline e indiscrezioni, giova partire dai fatti: il primo, le dichiarazioni in sala stampa, dopo le consultazioni con Sergio Mattarella, da parte di Nicola Zingaretti.

Il segretario del Pd ha avuto un colloquio relativamente breve – non più di una ventina di minuti – accompagnato da Paolo Gentiloni in qualità di presidente del partito, la vicesegretaria Paola De Micheli e i due capigruppo Graziano Delrio e Andrea Marcucci.

La sintesi: «Non vogliamo un governo a qualsiasi costo. Abbiamo indicato al presidente Mattarella i primi, non negoziabili principi, a cui il nuovo esecutivo dovrebbe rifarsi». Ovvero, i 5 punti votati all’unanimità nella direzione del 20 agosto. Tutto sembra procedere come da copione, quando a metà pomeriggio iniziano a serpeggiare le prime voci: i veri punti posti dal segretario ai 5 Stelle sono altri e sono tre, «non negoziabili». No al taglio dei parlamentari; via i due decreti sicurezza; preaccordo sulla manovra di Bilancio.

Insorgono i renziani, che leggono la ( presunta) mossa come un tentativo di far saltare il tavolo dell’accordo coi grillini ( che difficilmente accetterebbero di cancellare con un colpo di spugna tutto il lavoro del precedente esecutivo) e tornare al voto. Proprio il voto – sospetta la minoranza del Pd – è il vero pallino di Zingaretti, che avrebbe intrapreso la trattativa controvoglia e senza convinzione vera, complicandola con la scelta di un eventuale governo politico di legislatura.

«Siamo stupiti, non ne sapevamo nulla» e «Se si voleva far fallire la trattativa lo si sarebbe dovuto dire subito», sono i primi commenti a caldo. Stessa reazione irritata filtra anche tra i 5 Stelle, ancora in piena fase di digestione di un’altra alleanza indigesta, e Manlio Di Stefano – parlamentare di peso – anticipa il potenziale strappo: «Non possiamo farci dettare l’agenda dal secondo partito del Parlamento con la metà dei seggi del Movimento 5 stelle».

Per un paio d’ore di passione, tutto sembra precipitare. Prova a incunearsi Matteo Salvini, che tra una richiesta di voto e l’altra tenta una nuova apertura ai 5 Stelle. Dal Nazareno, intanto, partono smentite: gli zingarettiani spiegano che non c’è stato alcun cambio di linea, che i tre punti sono solo la sintesi di quelli votati in direzione e il vicesegretario Andrea Orlando prova a rassicurare: «Tutto è come ieri». «Nessun tentativo di far fallire nulla, ma piuttosto di fondare su solide basi un governo all’altezza della crisi», chiosa Graziano Delrio.

Eppure, qualcosa si è incrinato e le bocche che prendono la parola sono troppe. Da un lato Zingaretti, proverbialmente cauto; dall’altro Renzi. Anche questo doppio piano di interlocuzione, però, viene smentito: «Accordo raggiunto tra Renzi e Di Maio? Falso, strumentale e potrebbe essere fatto circolare ad arte…. Si tratta solo di fake news», dicono i renziani.

Alla fine di un paio d’ore bollenti di scambi di agenzie, accuse e indiscrezioni, a intervenire sono i 5 Stelle, con una nota ufficiale: «Smentiamo ogni notizia diffusa dalle agenzie di stampa e dagli organi di informazione che citi fonti o riporti indiscrezioni di qualsiasi genere sul M5s. La posizione del M5s sarà espressa al termine delle consultazioni e passerà solo attraverso i consueti canali ufficiali del Movimento e del capo politico Luigi Di Maio».

Il clima, comunque, rimane infuocato: alle 17.30 prende la parola proprio Di Maio, dopo aver incontrato Mattarella. Legge il suo intervento, elenca 10 punti programmatici che sanno di risposta ai cinque ( o tre) posti dal Pd e non fa alcun riferimento esplicito a nessun partito: in pratica, non chiude a nessuno, nemmeno alla Lega. E, al primo punto, mette proprio il taglio dei parlamentari che Zingaretti vorrebbe stoppare.

Se prima delle consultazioni l’accordo sembrava ormai ridotto solo a una questione di nomi, ora dunque la vicenda si complica. A sintetizzarla, arriva il sindaco di Milano, Beppe Sala: «Non sono così sicuro che si vada a un nuovo governo M5s- Pd: Io l’auspicherei, però credo che ci siano anche serie possibilità di andare a votare: non è facile trovare un accordo».

Le variabili tornano ad incrociarsi, i nomi si rincorrono e i sospetti reciproci si sommano da entrambi i lati della barricata. Di certo, ormai, non c’è quasi più nulla.

 

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