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Ue, linea dura oppure resa? È scontro tra tecnici e politici

Il vertice ha diviso in due il governo: da un lato Tria, Conte e Moavero, dall’altro Salvini e Di Maio. L'esecutivo dovrà trovare il modo di evitare la procedura d'infrazione per debito e allo stesso tempo limitare quanto più possibile le concessioni all'Europa
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Che nel governo si confrontino due linee ben distinte e che la linea del fronte non sia affatto quella che separa i due partiti ma quella, meno marcata e più profonda, che divide gli stessi partiti dalla “squadra tecnica” composta ormai a tutti gli effetti da Conte, Tria e Moavero, con qualche civettamento anche della Trenta, è evidente. La stretta di mano plateale tra i due leader nella notte del primo vertice postelettorale, e la successiva uscita solitaria di Conte illustrano la situazione molto più dei commenti d’ordinanza del day after.

Una visione semplificata delle cose rischia però di tradire e falsare la divisione reale e di offuscare invece di chiarire il senso della partita in corso a Roma e di conseguenza anche a Bruxelles. Le posizioni sono quanto meno più ravvicinate di quanto non appaia. Conte e Tria non mirano affatto a firmare una sorta di resa incondizionata agli imperativi di Bruxelles, specularmente, Salvini e Di Maio sanno perfettamente di non poter portare la sfida con la Ue alle estreme conseguenze. L’intero governo concorda in realtà sulla presenza di due esigenze per certi versi opposte e all’apparenza inconciliabili: evitare la procedura d’infrazione per debito e allo stesso tempo limitare quanto più possibile le concessioni all’Europa. La divergenza, che è profonda, riguarda prima di tutto la strategia con cui perseguire questo obiettivo essenzialmente comune.

I “tecnici” sanno perfettamente che sulla trattativa, formalmente legata solo ai conti, peserà invece molto la politica. Le parole, in questo caso, possono essere pietre. Di qui la decisione di muoversi in direzione opposta a quella dell’estate- autunno 2018: riconoscendo cioè la piena autorità della commissione invece che sfidandola. Un vero e proprio “atto di prosternazione” propedeutico allo strappare poi le migliori condizioni possibili per evitare la procedura e mantenere un certo margine di manovra nella legge di bilancio.

Neppure Lega e M5S vogliono correre il rischio di vedersi comminare una procedura che priverebbe l’Italia di ogni sovranità sulla politica italiana per un lustro ma preferiscono alzare la voce, contando sul fatto che un conflitto tra Italia e Ue sarebbe ad alto rischio per entrambi i contendenti. Il commissariamento è infatti la sola via che potrebbe rendere concreti i sospetti, al momento infondati, di Italexit come obiettivo della maggioranza gialloverde o almeno della Lega. A un’uscita dell’Italia dalla moneta unica, in realtà, al momento non pensa nessuno però, a fronte di una cancellazione totale della sovranità italiana il rischio che i partiti sovranisti preferiscano puntare su un’uscita certamente deflagrante per la penisola ma probabilmente anche per l’intero Continente e oltre sarebbe inevitabile.

In buona parte le due strategie opposte sono conseguenza della diversa collocazione delle due squadre. Né Conte e né Tria sono politici di professione, nessuno dei due deve fare davvero i conti con le reazioni dell’elettorato e non si preoccupano quindi più che tanto dell’eventuale danno d’immagine. Per i capi della Lega e dell’M5S è vero il contrario e la resa d’immagine finisce spesso per prevalere sulla stessa sostanza. La genuflessione e la “resa politica” possono anche essere utili nella trattativa con Bruxelles ma sortiscono l’effetto opposto con l’elettorato.

C’è probabilmente una ragione in più, però, a spiegare la diversità di vedute. La compagine tecnica, che in questa fase occupa tutti i posti di comando, ritiene la minaccia di procedura più concreta e realistica di quanto non faccia la leadership politica. Il premier, il ministro dell’Economia e, dietro di loro, il Quirinale sono consapevoli che la ricetta che la Ue che fosse adottata dall’Italia è proibitiva per un governo politico. Si tratterebbe infatti di intervenire su quella ricchezza privata degli italiani che è il triplo del Pil con una patrimoniale, con le tasse sulla casa e con un aumento almeno parziale e selettivo dell’Iva per poi abbattere il cuneo fiscale, cioè le tasse elevatissime sul lavoro. Una formula proibitiva per un governo politico ma che potrebbe invece essere imposta dal commissariamento “impersonale” della Troika. Salvini e soprattutto Di Maio ritengono invece quella minaccia almeno più remota.

Il punto di mediazione tra le due anime del governo è quello illustrato ieri prima da Conte e poi, soprattutto, da Tria in Parlamento. Le stime europee sono esagerate e più che pessimistiche. Grazie ai risparmi su Reddito e Quota 100, pari a 1,2 mld, il deficit è già del 2,1% e l’avanzo primario è in crescita. L’Italia rispetterà tutti gli impegni e in ogni caso il compromesso è nell’interesse del Paese. Tutto vero ma anche tutto insufficiente, dal momento che il problema per l’Europa non è certo il lieve scostamento ufficialmente in discussione ma l’intera politica economica del governo, cioè la legge di bilancio.

Per ora Conte se la può cavare assicurando che non ci sarà nessuna manovra correttiva e che non verrà adottato nessun provvedimento rigorista e glissando sulla manovra. Ma il nodo arriverà al pettine e il bivio sarà chiaro: o la Lega rinuncerà alla Flat Tax o lo scontro frontale con l’Unione diventerà inevitabile. In mezzo però ci sono un paio di mesi: nei quali a gestire la vicenda cercando un punto d’incontro accettabile anche per i partiti della maggioranza saranno il Quirinale e la sua delegazione nel governo.

 

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