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«La più grande rivoluzione tecnologica mai vista, ora parleremo con i robot»

ARTURO ARTOM, GURU DI CASALEGGIO
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Laureato in Ingegneria elettronica, Arturo Artom, torinese, 46 anni, è considerato il papà della liberalizzazione delle telecomunicazioni in Italia. Nel 1993 ha infatti fondato e guidato Telsystem, prima azienda in Italia a fornire un servizio di telefonia in concorrenza alla SIP vincendo la battaglia per l’apertura del mercato in virtù di una storica sentenza della neo- costituita Autorità Antitrust nel 1994. Soprattutto è uno dei guru cui si è affidato Davide Casaleggio per l’implementazione del suo impegno digitale culminato nella piattaforma Rousseau.

Chiedere a lui se la tecnologia è un’opportunità o un pericolo, anche alla luce degli ultimi avvenimento con la chiusura di siti “manipolatori” e dispensatori di fake- news, è stimolante.

«Vedendo le cose in termini storici, che è la maniera migliore per esaminare i fenomeni, la questione andrebbe chiusa molto velocemente: da quando è stato inventato il pensiero scientifico, da Galileo Galilei in poi, la tecnica ha contribuito a migliorare enormemente la qualità dell’esistenza degli uomini. Basta fare il raffronto con quello che era la vita nei secoli scorsi da tutti i punti di vista: igiene, lavoro, cibo, malattie, per chiudere ogni discorso. Stiamo meglio oggi di qualunque epoca passata. Ovviamente tutti gli strumenti tecnologici che vengono via via adottati possiedono elementi di pericolo. Ma sono estremizzazioni. Per la gran parte, l’umanità attraverso le tecnica ha migliorato le sue condizioni di vita.

Ma adesso qualcosa è cambiato. La tecnica ha preso il sopravvento e da possibilità diventa minaccia. È così?

Diciamo che siamo alle prese con la più grande rivoluzione tecnologica della Storia. Andiamo al punto vero. Per la prima volta dagli anni ‘ 90 attraverso Internet esiste la diffusione in tempo reale della parola scritta. Una cosa mai avvenuta prima. La parola scritta, ossia lo strumento che negli ultimi quattromila anni ha fatto crescere gli uomini sia dal punto di vista tecnologico che da quello propriamente umanistico, ha fatto fare il salto di qualità di generazione in generazione. E per spiegare l’enorme evoluzione che stiamo vivendo mi rifaccio ad una esperienza personale riguardo il periodo in cui impazzava l’influenza asiatica, la Sars. Una pandemia che aveva creato preoccupazione enorme con strascichi paragonabili alla Spagnola del 1919 che fece milioni di morti. Non si andava più nei ristoranti cinesi, si viveva sotto l’effetto di una paura paralizzante. In realtà tutto si risolse in pochi mesi.

L’anno dopo un ricercatore fece un esempio che mi colpì molto perché rappresentò la conforma di come per la prima volta Internet aveva cambiato le regole del gioco. Se a febbraio del 2003 a Melbourne, studiando un malato in un ospedale universitario, un medico comprendeva lo sviluppo della malattia, pubblicava immediatamente i suoi risultati sul web. Chiunque al mondo stava studiando l’influenza asiatica poteva fare propri quei dati e proseguire il lavoro. È così che cresce il pensiero scientifico: grazie a interazioni rapidissime in tempo reale senza alcuna autolimitazione. Applicando quel metodo, in pochi mesi la Sars fu sconfitta. Solo sei- sette anni prima sarebbe stato impossibile. Sarebbe infatti successo che il centro di cura di Melbourne avrebbe mandato un fax ad altri venti, trenta, cento centri di ricerca e cura, con i risultati del lavoro svolto sui pazienti ricoverati. E magari avrebbe escluso con questo sistema proprio il centro che invece avrebbe potuto elaborare i dati e farli fruttare al meglio. Dunque interazione più lenta e limitazione della platea dei be- neficiari.

Ancora prima, diciamo negli anni ‘ 80, cosa sarebbe successo? Il centro medico di Melbourne avrebbe fatto la sua ricerca, l’avrebbe pubblicata il mese successivo su Science e il mese dopo ancora qualcuno avrebbe ribattuto è così via. È un esempio semplice e facilmente comprensibile per capire cos’è, cosa significa e quali risultati permette di raggiungere la trasmissione in diretta della parola scritta. Con annessa “contaminazione“ dei cervelli in tempo reale senza limiti di numero e di spazio.

E tutto questo dove ci porta?

Siamo come nel passaggio tra le prime automobili alle macchine con motori a combustione. Se andiamo al museo dell’automobile del mio amico Benedetto Camerana, ce ne rendiamo conto assai bene. Tutti i giovani più grandi dei Millenial segnano una differenza. Rappresentano la generazione di passaggio, segnano il discrimine tra chi è vissuto prima di Internet e chi dopo. Lo vediamo con i nostri figli e nipoti. Per loro è semplicemente inconcepibile vivere in un universo privo di connettività immediata e illimitata. Se dai loro un vecchio cellulare, di dieci anni fa, non sanno che farsene, non lo capiscono. Il loro “Dna digitale”, chiamiamolo così, è diverso. Per cercare una qualsivoglia informazione, un qualsivoglia indirizzo noi ci mettevamo seduti e sfogliavamo le Pagine Gialle. I ragazzi di oggi si metterebbero a ridere, non capirebbero.

Beh, il salto tecnologico tra generazioni non è un fatto nuovo. Invece lo è la rapidità e pervasività dello sviluppo e del livello raggiunto dalle tecnologie di comunicazione. Il che porta conseguenze. Non tutte positive, no?

Qui sta il vero punto di discussione, anche in riferimento alle valutazioni espresse su questo giornale da Umberto Galimberti. Ammetto che ci possono essere dei rischi, è giusto mettere in campo alcuni warning. La tecnologia apre scenari fantastici perché i Millenial e quelli ancora dopo nascono connessi. Non tanto connessi con la Rete e i siti internet quanto connessi tra di loro. La novità vera sta qui. E anticipano ciò che già sta avvenendo nel mondo delle aziende. Mi spiego. La cosa davvero incredibile è che come ormai mio figlio di otto anni giochi a qualsiasi videogioco connettendosi con i suoi amici ed interagendo con loro quando gli consento di usare il mio cellulare perché alla sua età non può averne uno tutto suo. E’ ciò che accade anche nelle aziende, ed ovviamente in particolare in quelle che si occupano di IA. E’ una rivoluzione pazzesca perché riguarda la condivisione dei cervelli.

Una sorta di virtuale e digitale Biblioteca di Alessandria trasferita dall’antichità ai giorni nostri.

Proprio così. In quella Biblioteca erano custodite migliaia di pergamene e di libri, un immenso deposito culturale peraltro continuamente alimentato perché ogni nave che attraccava nel porto di Alessandria doveva consegnare i libri che aveva a bordo e gliele veniva fornita una copia: l’originale era per la Biblioteca, a disposizione degli studiosi. Fu distrutta perché i Romani e gli altri popoli non ne compresero l’importanza. Detto in altri termini: stiamo parlando appunto della contaminazione dei cervelli. Il pensiero scientifico e in generale l’umanità crescono in questo modo: intuizioni di un cervello singolo che si correlano ad altri cervelli.

Tutta questa sua cavalcata imperniata sulla raggiunta connettività totale o quasi, da un lato esalta le capacità dell’uomo ma dall’altro potrebbe essere usata per condizionare o addirittura manipolare il pensiero e il consenso delle persone. E allora?

Vedo il pericolo. Ma lo considero nella stessa maniera in cui la tecnologia nel corso dei secoli è stata usata dagli uomini: in maniera positiva oppure distruttiva. Fortunatamente la Storia ci insegna che è prevalsa la prima impostazione, altrimenti la vita sulla Terra sarebbe scomparsa oppure saremmo ripiombati all’età della pietra. Ora viviamo un periodo in cui mai come prima miliardi di persone sono sottratte allo spettro della misera e della morte. Ricorda il piano casa di Amintore Fanfani? Era concepito per far uscire le persone dalle grotte dove ancora negli anni ’ 50 vivevano. Chi vorrebbe cambiare le condizioni di allora con quelle di adesso? E non parliamo del 1600 ma di appena 70- 80 anni fa. Mia nonna diceva: “Niente se mi considero, molto se mi confronto”. Vale per chi demonizza i tempi attuali rispetto a quelli passati.

Dottore, torniamo alla domanda?

Sicuro. No, non vedo il pericolo che dice lei. Anzi, di più: viviamo in una fase in cui se sei giovane e vuoi emergere, hai il maggiori numero di possibilità democratiche di riuscirci. Se sei bravo a suonare o cantare, puoi postare il tuo video su YouTube e diventare famoso senza passare per il filtro delle case discografiche.

Nessun rischio, perciò. Sicuro?

Certamente non sta nella parte di socializzazione. Tuttavia onestà intellettuale vuole che aumentando a dismisura la possibilità di connessione dei singoli cervelli con altri in misura illimitata e dunque potenziando le facoltà e le possibilità umane tra dieci- vent’anni nessuno sa cosa da questo si potrà generare. Negli ambienti aziendali che frequento c’è quasi una forma di angoscia per il cambiamento che è in atto e che nessuno sa che sbocchi avrà.

Faccio un esempio. Tra le mie attività c’è anche quella di organizzare cenacoli con personalità varie. Uno degli ultimi l’ho organizzato a New York e tra i partecipanti c’era Fabrizio Freda, Ceo di Estée Lauder. E’ stato il primo a formalizzare il concetto di reverse mentoring. Mentre normalmente oggi uno stagista arriva al Dubbio e viene assegnato ad un redattore più esperto, col metodo di Freda succede l’opposto. Uno stagista arriva al suo, un redattore anziano gli viene affiancato e il giovane diventa mentore dell’anziano in modo che in due mesi anche quest’ultimo diventa esperto delle nuove tecnologie, dei social, eccetera. E’ il giovane che spiega all’anziano come gira il mondo.

Insomma alla fine il suo è un giudizio positivo, la tecnica resta ancella dell’uomo e non prevaricatrice.

Ripeto. Le tecnologie portano in sé elementi negativi, come sempre avvenuto. Ma ciò non ha impedito all’umanità di crescere, di svilupparsi. Siamo di fronte ad una rivoluzione epocale. Sono il primo a dire: chissà che succederà. Vedremo quali saranno gli sviluppi. Ogni anno vado a Davos. Quest’anno al ritorno ho approntato un cenacolo sulla IA. Ad oggi, lo scenario mi pare ancora sufficientemente tranquillizzante. l’Intelligenza Artificiale è ancora un brand. Il grande segnale che arriva è la possibile interazione vocale con i vari dispositivi, robot compresi. Ci saranno comandi sempre più vocali e molto meno scritti. E’ l’ingaggio più forte che c’è.

Poi quello che accadrà non lo sappiamo. Però un elemento di inquietudine esiste, ed è il riferimento ad un film del 2013, Her, scritto e diretto da Spike Jonze. Racconta la storia di un giovane che si innamora della sua assistente- robot che interloquisce con voce femminile. Alla fine il protagonista, preso da angoscia, domanda alla sua assistente: scusa, ma tu in questo momento con quante persone interloquisci? E lei risponde: trentamila».

 

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