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«Abbiamo portato il teatro a casa della Camorra e la gente ci ha applaudito»

Parla il napoletano Francesco di Leva, attore e fondatore della compagnia "Nest" che mette in scena "Gli onesti della banda"
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Al Teatro India di Roma è in scena la Compagnia NEST – Napoli Est Teatro, una realtà culturale che opera con convinzione nel difficile quartiere di San Giovanni a Teduccio, alla periferia est di Napoli. La scorsa settimana, il pubblico romano ha accolto con grande favore il loro Gli onesti della banda, riscrittura drammaturgica a cura di Diego De Silva e del regista Giuseppe Miale di Mauro della quasi omonima sceneggiatura di Age e Scarpelli. Ora, e fino a domenica, sono in scena con uno dei loro spettacoli più importanti: 12 baci sulla bocca di Mario Gelardi. Abbiamo provato a conoscere meglio questo collettivo di artisti, che gode di successo nazionale e ha un forte impatto sociale sul territorio, intervistando la sua anima principale, l’attore Francesco Di Leva, attore noto e molto premiato per il suo grande lavoro a teatro e sugli schermi.

Al Teatro India il pubblico partecipa e si diverte molto in questi giorni. Conta più il riso o più la riflessione per voi?

Ci siamo interrogati su come portare avanti il discorso sul tema della camorra che attanaglia la nostra città, il nostro quartiere – San Giovanni a Teduccio – e abbiamo deciso di farlo in maniera ironica. In passato il nostro gruppo è stato in scena con Gomorra, abbiamo messo a segno 400 repliche in giro per l’Italia e per l’Europa, quando il libro non aveva ancora raggiunto l’apice del successo e non erano stati realizzati né la serie né il film.

Con Roberto Saviano siete amici?

Sì, anche se è molto difficile, perché puoi vederti in un pub oppure in un ristorante, ma prima deve arrivare la scorta. È un casino sentirlo al telefono. Insomma ti scrivi solo via mail e decidi come sta. Tra l’altro adesso non vive più in Italia, si è spostato negli anni. Nel periodo del nostro spettacolo lui era proprio “codice rosso”.

Tornando agli Onesti della banda…

Abbiamo affrontato questo tema della legalità per far riflettere sorridendo. All’inizio abbiamo deciso di fare questo spettacolo all’aperto, in una roccaforte di un clan di camorra a San Giovanni a Teduccio, dove nasce e vive NEST. Abbiamo “occupato” questo agglomerato di palazzine per una settimana, bloccando tutti i traffici illeciti. Su Youtube c’è il video di questo nostro debutto, in un campetto di calcio, al centro delle palazzine. La gente assisteva dai balconi, nelle case popolari. Chi riusciva a farsi invitare su un balcone poteva vedere lo spettacolo gratuitamente.

Che reazioni avete registrato?

Siamo stati accolti meravigliosamente, anche se all’inizio le persone non capivano bene l’identità e l’entità di questo progetto. Pensavano fosse l’iniziativa di un gruppo di ragazzi, poi però sono arrivati la RAI, il Napoli Teatro Festival, sono comparse le sedie, le gabbie che si vedono in scena anche adesso.

Cosa rappresentano queste gabbie?

Riproducono quelle che si trovano anche all’interno del rione: cancelli, porte, grate che il clan ha messo per proteggersi da agguati di altri clan e non solo. Le gabbie sono quindi un richiamo a questo rione chiamato “la 46”. Allo spettacolo, oltre a noi, hanno partecipato all’incirca venti ragazzi del quartiere. Le persone del luogo si affacciavano dal balcone e gridavano alcune frasi come “Noi vogliamo essere onesti” e altre ancora contro l’illegalità e contro la camorra. Il primo giorno dello spettacolo si è messo a piovere e noi non potevamo andare in scena. La gente si affaccia e inizia ad applaudirci, a gridare che il giorno successivo ci sarebbe stato un sole meraviglioso. Nel finale infatti abbiamo inserito la canzone “Basta ‘ na jurnata ‘ e sole”, che dedichiamo alla gente del quartiere. Lo spettacolo al Teatro India si porta dietro molti segni di San Giovanni a Teduccio e credo che questa sia la dimensione più bella e più pop.

Uno spettacolo popolare, ma non populista. Questa è la sua forza?

Esattamente. Questa provocazione di una commedia al Teatro India fa parte del DNA del nostro gruppo. Abbiamo voluto portare lì sia gli Onesti, che ci rappresenta nella nostra identità popolare di San Giovanni a Teduccio, sia 12 baci sulla bocca, che è tutt’altra esperienza e rispecchia la nostra poetica, la nostra ricerca.

Soffermiamoci su 12 baci sulla bocca, in scena a Roma in questi giorni.

Siamo negli Anni Settanta, con la loro grande bellezza e le loro contraddizioni. Lo spettacolo inizia con la bomba a Piazza della Loggia nel 1974 e arriva fino al 2 novembre dell’anno successivo, quando Pasolini viene ucciso. C’è una colonna sonora che ci ricorda quegli anni magnifici. Ma un personaggio, interpretato da Ivan Castiglione, ci riporta anche al grigiore di quel tempo: Antonio, un picchiatore fascista. Suo fratello Massimo, interpretato da Andrea Vellotti, si innamora di un lavapiatti, Emilio ( incarnato da Francesco di Leva ndr) che ha un unico grande sogno, andare a Londra, e sta lavorando in un ristorante per racimolare i soldi per partire: «Lì mi aspetta mio cugino, dicono che è una città bellissima, dove ognuno fa quello che gli pare», dice, con riferimento alla sua omosessualità. I due protagonisti di questa storia d’amore si riconoscono e tutto ha inizio.

Come reagisce un pubblico, come è in parte il vostro, che ha forse il mito della mascolinità?

La gente impazzisce, si commuove, sorride, applaude. Io sono innamorato di questo spettacolo, a Napoli si direbbe: “Acquaiuo’ l’acqua è fresca?”. Ma al di là di questo, se lo portiamo in giro da quasi dieci anni un motivo ci sarà. Molte persone lo rivedono. È uno spettacolo delicato. L’omosessualità è solo un aspetto di questo racconto, quello che prevale è l’amore a prescindere.

In cosa consiste il vostro sperimentare sulla scena? Cerchiamo di ricreare un mondo non palesato, suggeriamo allo spettatore dei luoghi: un ristorante che lui può immaginare, una Londra con una scenografia oleografica. La nostra scena d’amore è rappresentata come una danza mista a una grande lotta, tra capoeira e un ballo tribale.

Il simbolico è quindi molto forte?

Sì, molto forte, ma molto carnale. A volte il simbolico può essere un esercizio intellettuale, invece la forza di questo spettacolo è che anche i simboli nascono dalla concretezza.

Voi svolgete un grande lavoro sul territorio, anche con i laboratori. Come sta andando?

La nostra è un’azione concreta che cerca tutti i giorni di dare una speranza attraverso l’arte e in tutte le sue sfaccettature. Molti sono i casting e i registi che mi chiamano quotidianamente per fare provini a San Giovanni a Teduccio. Noi li facciamo venire, gli diamo il nostro spazio gratuitamente, ci mettiamo al loro servizio, solo per creare una possibilità. NEST vuole regalare un’alternativa concreta alla bruttezza. Noi, su 100 posti, abbiamo dai cinque ai dieci biglietti gratuiti tutte le sere per i ragazzi che vanno dai 14 ai 28 anni, oltre agli abbonamenti e ai biglietti “in sospeso” – cioè regalati da un altro – che ci siamo inventati dieci anni fa.

E una storia da raccontare?

Anna Stabile, che ora recita negli Onesti della Banda, è di San Giovanni a Teduccio, abita nel “Bronx” del quartiere. Ora è qui a Roma a vivere questa esperienza magnifica, dopo essere stata a Torino e nel resto della tournée. Così come abbiamo un gruppo di ragazzi che partecipa ai laboratori gratuiti, supportati solo da noi fino a quest’anno, quando è arrivato un finanziamento Mibac. Il merito è delle persone che hanno creato NEST, perché altrimenti non apri uno spazio in periferia, dove si sparano tre volte a settimana, ma te ne cerchi uno al centro di Napoli.

Com’è organizzato il vostro spazio?

È un’ex palestra di una scuola abbandonata, la scuola che ho frequentato anch’io da ragazzo. Sono ottocento metri quadrati divisi in due piani. Adesso è un teatro a tutti gli effetti, con graticcia, gradinata, un palco dieci metri per dieci. Due anni fa, grazie alla Elledieffe, diretta da Carolina Rosi, e a Filippo Fonsatti con il teatro Stabile di Torino, abbiamo debuttato a San Giovanni con Il sindaco del Rione Sanità. Noi tutti attori ci siamo abbassati la paga al minimo per farlo lì, per dare un grande segno. Da noi negli anni sono venuti Toni Servillo, Emma Dante, Giuliana De Sio, Isa Danieli, Alessandro Haber, Ennio Fantastischini, Sergio Rubini, l’Orchestra di Piazza Vittorio e tanti altri.

Un lavoro importante…

Sì, una militanza culturale. Sul piano sociale abbiamo quaranta ragazzi del quartiere che prendono parte ai nostri laboratori e altri centocinquanta sono in lista d’attesa. Tutto è gratuito. Noi come compagnia artistica siamo in dodici, ma attorno alla compagnia gira il gruppo dei “Giovani Onesti”, sono quaranta, e altri quaranta fanno parte dell’Associazione Gioco Immagine e Parole che collabora con noi. Quest’anno la nostra attività ha ricevuto numerosi riconoscimenti, incoraggiamenti importanti.

Qualcuno vi aiuta, oltre al Mibac?

Ci tengo a ringraziare Antonio Calbi ( ex direttore artistico del Teatro di Roma ndr), che venne a vedere Il sindaco del Rione Sanità a San Giovanni a Teduccio. Un addetto alle pulizie di NEST è andato a prenderlo alla stazione. Calbi in macchina si è fatto una chiacchierata con questo ragazzo, che tanto gli ha parlato bene di 12 baci sulla bocca che lui, dopo aver visto il Sindaco, poi andato in scena al Teatro Argentina, ha chiesto di portare a Roma anche i 12 baci. Siamo al Teatro India anche grazie al racconto entusiasta fatto a Calbi da un nostro tecnico. Questo per dire che siamo una grande squadra, piena di stima reciproca e di una fratellanza che ci fa superare mille difficoltà

 

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