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Diritti umani e durata dei processi, i moniti di Mammone e Fuzio

Inaugurazione dell'anno giudiziario, le relazioni del primo presidente e del procuratore generale della Cassazione
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Due relazioni dense, ricche di dati sullo stato della giustizia ma anche forti nei toni e decise nel richiamare la democrazia ai suoi principi inderogabili. I vertici della Cassazione, il primo presidente Giovanni Mammone e il procuratore generale Riccardo Fuzio, danno un messaggio che sollecita anche la politica ad adempiere al proprio compito. A cominciare da due emergenze. I «diritti umani», di cui la comunità internazionale, ricorda il primo presidente, «è tenuta ad assicurare la tutela», e che sono fissati al cardine del nostro ordinamento dalla Costituzione. L’altro punto cruciale dell’inaugurazione dell’anno giudiziario è in un passaggio della relazione di Fuzio, che si sofferma sulla prescrizione e sulla lunghezza dei processi: «Spesso la durata eccessiva di un giudizio fa più male di un verdetto sfavorevole. E in una situazione del genere essere sotto processo può essere diventare una condizione permanente». Parole che rimandano alla necessità di intervenire sul codice penale senza limitarsi allo stop dei termini di estinzione dei reati, perché «il processo è un tutto armonioso e le modifiche non possono essere isolate».

IL PRIMO PRESIDENTE

Mammone non fa riferimento, com’è ovvio, alle vicende degli sbarchi né alle nuove norme introdotte con il decreto sicurezza. Ma sui diritti umani ammonisce che «bisogna evitare qualsiasi regressione: gli Stati moderni devono apprestare gli strumenti idonei ad assicurare la loro tutela». E rispetto agli impegni che l’Italia ha con i Trattati internazonali e con «la Dichiarazione universale dei diritti umani, di cui è appena ricorso il 60esimo anniversario» vale il rispetto di un’altra condizione imprescindibile dell’ordinamento: «La cessione, da parte dell’Italia, di parte della sua sovranità, anche in riferimento al potere legislativo, con il solo limite dell’intangibilità dei principi e dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione». E la funzione della magistratura, anche nella sua espressione più alta, qual è appunto la Cassazione, non è solo «quella di affermare i diritti, ma anche nel sollecitare ciascuno, nella scrupolosa attuazione della legge, ad adempiere ai doveri, richiamando i soggetti pubblici e privati, individuali e collettivi, all’assolvimento dei loro compiti».

Un passaggio del primo presidente, che con il procuratore generale è anche componente di diritto del Csm, riguarda «la formulazione dei pareri», da parte di quest’ultimo, «sui provvedimenti» in materia di «ordinamento giudiziario e funzionamento della giustizia». Altro tema che pare non casualmente affrontato all’inizio del discorso inaugurale, considerate le polemiche che hanno accompagnato, per esempio, il documento del Consiglio superiore sulla legge Spazza corrotti: «Si tratta di una tra le funzioni più delicate, ma si tratta di uno strumento di natura tecnica» reso disponibile grazie «alle competenze dei laici e dei togati».

E a proposito delle riforme, anche il primo presidente si sofferma su alcuni interventi in campo penale. A partire dalla prescrizione, che continua a incidere in prevalenza sull’appello e sulle indagini. Nella prima di queste due fasi sono decisivi i tempi non di definizione del giudizio ma «di mero attraversamento», cioè del passaggio fra il primo e secondo grado. Ed è per questo che «la risposta deve essere in maggiori risorse e in un loro migliore utilizzo». Non si possono ancora percepire «gli effetti della sospensione introdotta con la riforma Orlando, pur positiva, né a maggior ragione quelli dello stop appena introdotto». Rispetto al quale però anche il primo presidente si raccomanda per «interventi mirati ad accelerare il corso dei processi». Non manca l’ampio passaggio sui dati dell’arretrato in generale e presso la Suprema corte in particolare: dove diminuisce per il penale «per il 18,6%» ma cresce nel civile «per il 4,1%», soprattutto perché si sono impennate le impugnazioni «in materia di protezione internazionale, a causa della riforma che ha eliminato la ricorribilità in appello».

IL PROCURATORE GENERALE

A Riccardo Fuzio tocca soffermarsi su una delle emergenze più allarmanti: «La gravità e la frequenza degli episodi che di recente hanno visto coinvolti diversi magistrati: ciò determina un indebolimento della fiducia dei cittadini nell’indipendenza e imparzialità della funzione penale». Non si può, avverte il procuratore generale, «delegittimare il pubblico ministero né tanto meno il giudice nel momento in cui emette la decisione». Nel ricordato passaggio sulla prescrizione, Fuzio ricorda che «è corretto ricercare antidoti volti a evitare che essa corroda la vicenda processuale dopo la pronuncia della sentenza di primo grado, ma sostenendo sistematicamente tale intervento», appunto, «con altri riguardanti l’intero processo». Le direttrici suggerite comprendono tra le altre due ipotesi sostenuta l’una dalla magistratura associata, l’altra dall’avvocatura: «Il pensiero va, ad esempio, a correttivi importanti al giudizio di appello», anche con «meccanismi di raffreddamento di un suo uso improprio e inflazionato: si è proposta, da taluni ( l’Anm, ndr) l’abolizione del divieto di reformatio in peius» ; ma Fuzio evoca anche un possibile intervento «a maglie più strette» sui «tempi delle indagini preliminari, rimeditando sul problema della tempestività dell’iscrizione». Rilievo coraggioso perché riguarda un ambito lasciato finora a una evidentemente eccessiva discrezionalità proprio dei magistrati dell’accusa, di cui il pg di Cassazione rappresenta, di fatto, l’espressione più elevata.

Colpiscono, nella relazione di Fuzio, anche i passaggi rivolti ad alcune emergenze criminali specifiche del Paese, in particolare a quella della malavita a Napoli: «La camorra cittadina si impone e intimidisce con una violenza sfacciata, spesso gratuita e comunque volutamente esibita», ricorda il pg di Cassazione. «Essa appare priva di regole e per ciò solo risulta anche difficilmente controllabile, prevedibile e, quindi, più allarmante e pericolosa. Il capoluogo campano», nota Fuzio, «vive uno scenario unico a livello nazionale, diverso, quanto meno sotto il profilo della sicurezza del singolo cittadino, da quello presente in altre realtà metropolitane, nelle quali non si è esposti al rischio di agguati e sparatorie in pieno centro, nelle ore pomeridiane e in zone affollate da turisti».

 

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