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Lia Levi: «Parto dalla Storia, poi la faccio diventare piccola e la rendo mia»

L’autrice ha vinto il Premio Strega Giovani con un romanzo ambientato nell'Italia delle leggi razziali: «Dobbiamo guardarci bene dal fare delle vittime tutti dei santi, perchè allora perdono consistenza»
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Lia Levi, di famiglia piemontese, vive a Roma, dove ha diretto per trent’anni il mensile ebraico Shalom. È autrice di numerosi romanzi, anche per ragazzi. Tra di essi: Una bambina e basta ( Premio Elsa Morante Opera Prima), L’albergo della Magnolia ( Premio Moravia), La sposa gentile ( Premio Alghero Donna e Premio Via Po), Il braccialetto ( Premio speciale della giuria Rapallo Carige, Premio Adei Wizo). Nel 2012 le è stato conferito il Premio Pardès per la Letteratura Ebraica.

Questa sera è già domani ( Edizioni e/ o), il suo romanzo più recente, è ispirato alla storia di suo marito Luciano Tas e racconta le vicende di una famiglia ebrea nell’Italia fascista. Marc è un tagliatore di diamanti, ha un passaporto inglese che potrebbe essergli d’aiuto, ma invece complicherà la sua posizione, sua moglie Emilia è una donna dura e si rifiuta di credere che l’onda della storia possa travolgere la sua famiglia, Alessandro è un bambino intelligente, su cui gravano molte aspettative e che avrà modo di dimostrare in più occasioni il suo coraggio. Con questo romanzo Lia Levi ha ottenuto il Premio Strega Giovani ed è entrata nella cinquina del Premio Strega.

Alcuni versi di Emily Dickinson posti in esergo invitano a trattare la memoria con attenzione. Come si fa a raccontare una storia vicina a chi scrive, come quella suo romanzo, senza sfidare la memoria?

Quello che conta è il tono. Pochi versi prima la poetessa invita a trattare la memoria con il massimo rispetto. Molti si impadroniscono della memoria per farne delle tirate politiche, per fare dei paragoni che non hanno senso né ideologico né storico. Spesso nel discorso si tende a banalizzare. Penso che partendo con un rispetto estremo si trovi il tono giusto.

Nel romanzo si legge che “il mondo può cambiare nella pausa di un tempo musicale”. Quando si è immersi nella storia non si percepisce il pericolo. Avviene così per Emilia, la mamma di Alessandro, il giovane protagonista. È lo stesso per molti oggi?

Storicamente nel mio libro sono presenti due concetti leggermente diversi e per certi aspetti paradossali: da un lato tutto avviene in una notte, dall’altro c’è un’incapacità di scorgere i pericoli. I pericoli sono segnalati da sintomi, è vero, ma ognuno di noi ha bisogno di sperare, anche per andare avanti, per reagire. Tra l’illusione e la speranza c’è un filo sottile. Illudersi vuol dire mentirsi: quando la realtà è di fronte ai propri occhi, per paura del nuovo, per paura dello strappo, si finisce per accecarsi. Io amo raccontare la storia attraverso la gente di tutti i giorni, è il mio modo di scrivere. La gente di tutti i giorni non ha solo i grandi problemi – quel “Cosa facciamo? ” che ti porta a un ragionamento – ma legami affettivi, psicologici, materiali. Ci si trova accecati da tutto quello che è il proprio modo di essere, che non è solo fatto di ragione. È un discorso molto complesso: è storico, utile per i nostri giorni, perché la storia ci aiuta a capire, ma riguarda anche il mistero dell’animo umano. È possibile che l’istinto spinga verso la salvezza, ma può prevalere anche un istinto di conservazione. Io resto sempre schiacciata, turbata, ma anche messa in moto dal mistero dell’animo umano. Venendo alla storia, però, sì, stiamo proprio constatando nei nostri giorni quanto sia presente questa cecità, questa illusione, il non prendere atto di un imbarbarimento terribile, nel nostro Paese e in molti altri.

Emilia, che ha un rapporto molto difficile con il figlio, introduce una tematica familiare non secondaria. Per parlare di Shoah non si può prescindere dalla concreta realtà delle microstorie?

Il mio tema è proprio questo. E dobbiamo guardarci bene dal fare delle vittime tutti dei santi, perché allora perdono consistenza, diventano delle figure simboliche. Invece, purtroppo, non sono stati cancellati dalla vita e dalla storia dei simboli, ma delle persone, ognuna con il suo carattere, il suo gusto, i suoi difetti, le sue debolezze. Prendere contatto con un tipo di umanità così simile a noi e alle cose che ci muovono dentro ci aiuta di più. Perché dalla macrostoria si passa alla microstoria: la storia si fa piccola, entra nelle persone, nei corridoi, nei piccoli appartamenti, però poi si rifà grande, come in un circolo. Si parte dalla grande storia, che è lì, che ci minaccia, essa si fa piccola, entra nelle persone, e nel momento in cui la si fa propria, ti ispira meditazione, condivisione, avversione, ridiventa storia grande.

Sul piano stilistico che scelte ha fatto per affrontare questa narrazione?

Ognuno di noi si accorge di scrivere seguendo sempre più o meno la stessa scelta stilistica. La mia è la semplicità: concetti brevi, parole chiare. Talvolta, in piccola polemica con persone che pensano sia più facile scrivere così, cito una frase dello scultore Brâncu ¿ i: “La semplicità è una complessità risolta”. Non è vero che nella scrittura si parta dalla parola che cammina scalza. No, si parte da un’idea e, successivamente, la si sfronda. In una frase ci devono essere poche parole, che non ti raccontano sempre ogni particolare, ma a volte solo vi alludono, così che il lettore possa partecipare, nello sforzo di capire cosa c’è dietro.

Abbiamo avuto un’estate funestata da episodi di razzismo. Parlare oggi di leggi razziali è una necessità, un tentativo di svuotare un oceano con un cucchiaino, un dovere?

Il romanzo nasce anche perché è in atto un anniversario storico delle leggi razziali, che sono state emanate nel 1938: queste storie sono le pietre d’inciampo per ricordare quanto è avvenuto. Purtroppo, inoltre, è rinato il razzismo e ne vediamo sempre più le conseguenze. Siamo in un periodo di crisi – non solo economica – e di cambiamento del mondo con la tecnologia, con i nuovi lavori, quindi la gente si spaventa. Ogni cambiamento è vissuto come perdita e di conseguenza, come è sempre successo, si cerca un capro espiatorio. In questo momento si è puntato il dito contro lo straniero. Pensare che la presenza di uno o più stranieri possa essere la causa di tutti questi marasmi che stanno avvenendo nel mondo, di tutto il malessere della società è veramente… vorrei dire ridicolo, se non fosse tragico. L’odio è esploso, non è più contenuto, gli argini di questo odio primordiale hanno ceduto. Le parole dell’odio generano odio: in Italia sentiamo un linguaggio che sembrava inverosimile sarebbe potuto ritornare. Alcune difese della società civile si sono allentate e dalle parole si può passare ai fatti.

Come ha interpretato la vittoria del Premio Strega Giovani? Vi ha visto un aspetto di speranza?

Nell’immediato ho avuto il piacere di essere stata scelta: la decana degli scrittori che viene premiata dai giovani. Meditando sul perché, dato che questo è un premio che non può essere pilotato in nessuna maniera, mi sono detta che i giovani non sopportano l’ingiustizia. In questa storia c’è un ragazzo che reagisce. Un adolescente mi ha detto che si è domandato se, come Alessandro, avrebbe avuto il coraggio di non fare il saluto romano. Dopo averci riflettuto si è risposto di sì, che l’avrebbe avuto. Il mio libro è uno stimolo, perché tutto quello che volevo raccontare, sulla ribellione, sul battersi e non arrendersi, avviene attraverso un giovane.

Nel libro è molto presente Genova. Venendo all’attualità della recente ferita del ponte Morandi, cosa si sentirebbe di dire a questa città?

Genova è una città fiera, in cui l’antifascismo si è sentito. Questa tragedia è terribile. Chissà anche noi quante volte lo abbiamo attraversato questo ponte. Certo il fatto di averlo attraversato non significa nulla, ma in qualche modo ci unisce a questa tragedia enorme. L’unica speranza è che non si butti tutto in politica. È terribile il fatto che si usi una tale tragedia per migliorare la propria posizione, per accusare gli altri.

 

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