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Emiliano nei guai: «Sanzionabili le toghe che fanno politica»

La Consulta stabilisce che i magistrati possono legittimamente essere sottoposti a un procedimento per illecito disciplinare, nel caso in cui siano iscritti o partecipino a partiti politici
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La Consulta non salva Michele Emiliano e stabilisce che i magistrati possono legittimamente essere sottoposti a un procedimento per illecito disciplinare, nel caso in cui siano iscritti o partecipino «in modo sistematico e continuativo» a partiti politici. A chiudere la controversia è una sentenza della Consulta, che era stata investita della questione da parte del Csm, nell’ambito del procedimento disciplinare a carico del pg e governatore pugliese. Nel luglio scorso, infatti, la commissione disciplinare di Palazzo dei Marescialli aveva sospeso il procedimento a carico di Emiliano ( magistrato fuori ruolo) e trasmesso gli atti alla Consulta: la questione di legittimità costituzionale riguardava la norma dell’ordinamento giudiziario che prevede sanzioni disciplinari per le toghe che, durante il periodo in cui sono collocate fuori ruolo, svolgono attività in un partito politico.

La difesa di Emiliano sosteneva l’ipotesi che questa previsione violasse gli articoli 2, 3, 18, 49 e 98 della Costituzione, ma i giudici costituzionali, dopo l’udienza pubblica di due giorni fa, ha dichiarato non fondata la questione di legittimità e la motivazione sarà depositata nelle prossime settimane. Niente da fare, dunque. Dopo le motivazioni, il Csm riprenderà il procedimento disciplinare a carico di Emiliano: la contestazione si riferisce al fatto di aver ricoperto nel Pd «cariche dirigenziali che presuppongono per statuto l’iscrizione al partito politico di riferimento e che per converso non sono coessenziali all’espletamento dei mandati e dell’incarico» presso enti territoriali e di aver svolto attività anche in veste di candidato alla segreteria del Pd. Sin dall’inizio del procedimento, Emiliano si era sempre sentito una sorta di “unicum” nel panorama della magistratura italiana, adombrando un certo accanimento da parte degli organi disciplinari: «Sono l’unico magistrato nella storia della Repubblica eletto democraticamente dal popolo come Presidente della Regione, al quale la Procura generale della Cassazione contesta l’iscrizione a un partito politico, nonostante non svolga le funzioni di magistrato da 13 anni a causa dell’espletamento di un mandato elettorale».

Prima di lui, in realtà, un ricorso simile alla Corte Costituzionale era stato proposto dal senatore di An Luigi Bobbio: anche in quel caso la questione di illegittimità costituzionale fu respinta e, al termine del procedimento disciplinare, Bobbio venne sanzionato con l’ammonimento.

 

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