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Toghe e politica: che fine ha fatto la legge?

Tra poche ore la prescrizione sarà abolita una volta pronunciata la sentenza di primo grado
Albamonte: «Il Csm ha già chiesto limiti più severi per il rientro di chi si candida, che condivido in pieno»
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L’appuntamento è per sabato pomeriggio. Quella su “Magistratura, politica e informazione” sarà la sessione clou in programma nel secondo giorno del congresso Anm di Siena. Si parlerà di diversi temi. Di quelli affrontati da Sergio Mattarella, innanzitutto: la toga «non è un abito di scena», ha ricordato il presidente della Repubblica, in un discorso ai giovani magistrati in cui ha esortato a non sovrapporre opinioni personali e giurisdizione. Nel dibattito interverranno il presidente dell’Anm Eugenio Albamonte e il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, il presidente delle Camere penali Beniamino Migliucci e alcuni parlamentari. E sarà inevitabile soffermarsi anche su un’altra questione: le regole sulla partecipazione di giudici e pm alla politica. Ambito in cui si registra un paradosso: proprio le toghe invocano una legge che fissi paletti severi, soprattutto sul rientro in servizio dei magistrati reduci da esperienze parlamentari o di governo, ma sono le Camere che rischiano di fallire colpo. «A riguardo», ricorda Albamonte al Dubbio, «ho espresso un’opinione chiara: un magistrato che, legittimamente, abbia scelto di fare politica non dovrebbe più tornare né in Procura né in Tribunale. Il Csm ha approvato, più di due anni fa, una delibera in cui invita il Parlamento a prevedere appunto che dopo un’esperienza politica si venga assegnati per esempio al ministero o all’Avvocatura dello Stato. Norme senz’altro più severe di quelle previste nel testo approvato alcuni mesi fa alla Camera».

Verissimo: come Albamonte, anche il Consiglio superiore ha chiesto nel luglio 2015 che ai magistrati eletti o investiti da un ruolo nell’esecutivo spettino sì le stesse condizioni retributive ma che non sia più concesso loro di reindossare la toga. Il punto è che il testo parlamentare citato da Albamonte difficilmente potrà ricevere il definitivo via libera prima che si concluda la legislatura. A meno di un imprevedibile scatto di reni: la Camera dovrebbe acconciarsi a timbrare, senza modificarla ancora, la nuova versione della legge che nel giro di poche settimane dovrebbe esser licenziata da Pa- lazzo Madama. A spiegarlo è il presidente della commissione Giustizia del Senato Nico D’Ascola: «Vogliamo stringere i tempi. C’è un’ampia convergenza delle forze politiche su alcuni ritocchi all’articolato restituitoci da Montecitorio. Innanzitutto riguardo alla ricollocazione in ruolo dei magistrati candidati e non eletti: in prima lettura qui al Senato avevamo imposto una quarantena di almeno cinque anni prima di poter tornare in servizio in una circoscrizione corrispondente al collegio in cui ci si era presentati, poi la Camera l’ha ridotta a 2 anni, ma in Senato siamo fermamente convinti che quel limite debba essere reinnalzato, a 4 anni almeno. Si tratta del tempo d’attesa minimo ordinariamente previsto per poter chiedere trasferimento ad altra sede». Precauzione necessaria, come provò a spiegare inutilmente a Montecitorio il forzista Francesco Paolo Sisto: tenere lontani i magistrati dal territorio in cui hanno fatto politica è essenziale a maggior ragione per gli sconfitti, che rischierebbero di tornarvi con un atteggiamento poco sereno proprio verso chi non ne ha favorito l’ingresso in Parlamento. Altra modifica ritenuta indispensabile, dice D’Ascola, è quella per i giudici che invece alla Camera o al Senato sono riusciti a farsi eleggere: si tratta della norma, inserita sempre a Montecitorio, che consentirebbe loro di filare dritti nei ranghi della Suprema corte di Cassazione.

«Una previsione rischiosa», secondo il presidente della commissione Giustizia, «potrebbe favorire, per il ruolo più ambito in magistratura, chi proviene dalla politica a discapito di chi ha sempre e solo esercitato funzioni giurisdizionali».

Obiezioni difficili da contestare. Che in fondo riporterebbero la legge su toghe e politica a una versione più vicina a quella già approvata, quasi all’unanimità, in prima lettura dallo stesso Senato. «Ma poi la Camera accetterà», si chiede giustamente D’Ascola, «di votare senza modifiche il testo che le invieremo?». Difficile. Rischia di restare incompiuto un intervento che i diretti interessati, i magistrati appunto, considerano urgente. «Faremo tutto il possibile: la legge è all’esame congiunto della commissione che presiedo e della Affari costituzionali», aggiunge ancora D’Ascola. «L’arrivo del rosatellum dovrebbe interrompere l’iter, ma ho chiesto di fissare una riunione nelle prossime ore per indicare al più presto il termine degli emendamenti».

LA LINEA DI ALBAMONTE

Il paradosso è evidente. Csm e Anm chiedono una disciplina stringente sull’impegno politico delle toghe che il Parlamento non riesce ad assicurare. «Intendiamoci, io posso riferirmi alla valutazione che ho espresso personalmente, alla delibera del Csm e alle posizioni che hanno assunto diversi rappresentanti della magistratura, tutte orientate in quella direzione», precisa Albamonte, «il che non vuol dire che io possa anticipare l’esito del dibattito congressuale. Vedremo cosa emergerà: se a Siena ci sarà convergenza sul punto, il documento finale non potrà che segnalarlo con la dovuta chiarezza». In ogni caso, aggiunge il vertice del “sindacato” dei giudici, «non credo potremo essere accusati di invasione di campo. Né sul tema delle toghe in politica e neppure per le sessioni dedicate ai nuovi diritti ( come ieri, però, ha fatto un gruppo associativo, Magistratura indipendente, con un comunicato, ndr) : le abbiamo previste per segnalare il rischio che in campi come il fine vita sia proprio l’assenza di norme a determinare una funzione di supplenza che noi magistrati non vogliamo assumere. Anche perché apre la strada inevitabilmente a decisioni fra loro contrastanti».

Chiarissimo. Sarebbe imprudente, viceversa, ipotizzare che a scuotere il Parlamento affinché disciplini l’impegno politico dei giudici provveda il Capo dello Stato, pure presente al congresso di Siena. Una partecipazione che tradizionalmente non si traduce in interventi. Anche se, dopo quanto detto sui rischi di deragliare dalla giurisdizione alla tv con la toga indosso, c’è da credere che Mattarella sarebbe assai felice di poter promulgare una nuova legge in materia.

 

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