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Iacona, dimmi, questo è giornalismo?

La puntata di "Presa diretta" sulla mafia a Reggio Calabria è stato uno spot a un paio di magistrati, senza rispettare il diritto alla difesa. Pessimo servizio pubblico
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Conosco Riccardo Iacona da molti, molti anni, da quando lavorava con Santoro, mi pare che fossero gli anni Ottanta. E lo stimo, mi è sempre sembrato molto bravo, in Tv, nelle inchieste sociali. Per questo sono rimasto davvero stupito, l’altra sera, vedendo la puntata della sua trasmissione, “Presa Diretta” (sulla Rai), intitolata i “mammasantissima”, presentata come una inchiesta giornalistica sulla mafia e la massoneria a Reggio Calabria. Più che una inchiesta, più che un lavoro giornalistico, sembrava un lunghissimo spot pubblicitario a un paio di Pm, e questo non è una bella cosa, specie sul servizio pubblico. Ma soprattutto sembrava un lavoro ordinato e organizzato dalla Santa Inquisizione, in un modo così sfacciato da lasciare interdetti. Non so se è giusto usare i vecchi aggettivi ormai consumati: manettaro forcaiolo… Ma è difficile non farlo. Quello che so è che Riccardo stavolta ha reso un servizio pessimo all’informazione.

Non c’era nessuna inchiesta giornalistica, nella sua trasmissione, c’era una tesi e questa tesi era sostenuta da dichiarazioni – prive di qualunque riscontro – rilasciate dagli inquirenti e da qualche pentito: da nessun altro. Voci contrarie? Zero virgola zero. Parola alla difesa? Ma per carità! La tesi era questa. Che al di sopra della ‘ndrangheta c’è una super- cupola, la quale detta la strategia e dirige la ‘ndrangheta, e della quale fanno parte quattro persone, forse cinque. Le quattro persone sono l’avvocato De Stefano e tre politici: il senatore Caridi, l’ex parlamentare Romeo, e l’ex assessore Sarra. Poi, forse, c’è anche l’ex presidente della Regione, Scopelliti. Accanto a questa cupola c’è anche una cupoletta, costituita da un ex magistrato (Tuccio) e da un prete (il parroco di San Luca, don Pino Strangio). La tesi si sorregge su alcuni pezzi dell’inchiesta giudiziaria del Pm Giuseppe Lombardo, il quale, un anno e mezzo fa circa, ha ordinato l’arresto della presunta cupola ( pre- sun- ta), con il benestare del Senato della Repubblica che ha acconsentito senza fiatare – nonostante la vistosa carenza di indizi – all’imprigionamento del senatore Caridi. Ho scritto “alcuni pezzi dell’inchiesta”, perché solo alcuni ( quelli che sembrano a sostegno della colpevolezza) vengono utilizzati. Altri restano avvolti nel silenzio.

E ho scritto “carenza di indizi” perché così ha detto la Corte di Cassazione, di fronte al ricorso della difesa di Caridi contro il suo arresto. La Cassazione ha accolto il ricorso della difesa e ha precisato che non gli sembravano sufficienti gli indizi contro Caridi, e questo la dice lunga sulla superficialità del Parlamento, che invece ha sùbito chinato la testa di fronte alla richiesta dei Pm e – da allora – di Caridi ha dimenticato persino il nome.

Questa notizia della Cassazione che ha ritenuto insufficienti gli indizi e ha chiesto al tribunale del riesame di ripensarci ( il riesame però non ci ha ripensato, e ora pende un nuovo ricorso in Cassazione) la trasmissione “Presa Diretta” l’ha bellamente ignorata. Del tutto. Perché? Perché disturbava la tesi. La trasmissione non ha mai nemmeno per un secondo messo in dubbio la colpevolezza di Caridi e degli altri. Ha indagato su quanto esteso fosse il loro potere mafioso, non sull’ipotesi di colpevolezza o innocenza. E naturalmente, in un’ora e 43 minuti, neppure un secondo è stato lasciato alla difesa. A che serve la difesa se già sappiamo chi è colpevole?

Detto tra prentesi, Presa Diretta ha persino aumentato il numero degli imputati, tirando in ballo il nome di Scopelliti che non è tra gli accusati. La tesi di Iacona, è basata, dicevamo, sulle testimonianze di alcuni pentiti. Precisamente due pentiti: Nino Fiume e Salvatore Aiello. Nino Fiume, che è stato arrestato nel 2001 e dunque conosce gli affari di mafia del secolo scorso ( quando almeno alcuni degli imputati erano poco più che ragazzi) nelle interviste mandate in onda dice solo cose molto generiche e tutte per sentito dire. Usa termini che certo non sono mafiosi, ma sono suggeriti evidentemente dagli inquirenti, o dai giornalisti, tipo “zona grigia” della mafia ( espressione che in gergo giudiziario, e anche sociologico, indica un settore della società che sta a metà strada tra mafia e Stato). Dice Fiume: «me l’hanno detto… le lascio immaginare… i burattinai che guidano il treno… chi sta al di sopra della ‘ ndrangheta…». Nomi niente, fatti niente.

Aiello dice ancora meno, ma lui è il pentito che aveva indicato Caridi come mafioso e aveva raccontato di un incontro avuto da Caridi con un certo boss, il quale, si è saputo poi, al momento dell’incontro presunto era al 41 bis… E’ possibile dar credito a un pentito di questo genere? Nella trasmissione di Iacona non viene mai, neppure di sfuggita, messa in discussione la credibilità dei pentiti, né della tesi dei magistrati. E non viene mai detto che gli inquirenti hanno solo quello in mano: vecchie dichiarazioni di pentiti e intercettazioni nelle quali si parla per sentito dire, o si gridano dichiarazioni che possono tranquillamente essere interpretate come “millantato credito”.

A un certo momento Iacona cita anche Falcone, dimenticando che l’ipotesi della super- cupola, con Caridi e gli altri, è esattamente il rovesciamento delle ipotesi alle quali lavorava Falcone ( e che perciò fu isolato e sommerso dalle polemiche): Falcone escludeva che la mafia fosse eterodiretta da una super- cupola. Poco prima di morire fu linciato in Tv per queste sue posizioni.

La seconda parte della trasmissione è stata dedicata alla massoneria. Qui la tesi era veramente molto molto vaga. Più o meno era questa: non sappiamo bene perché, non abbiamo neppure un indizio, non c’è nessuna ragione perché sia così, ma noi pensiamo che massoneria e ‘ ndrangheta, se non sono la stessa cosa, poco ci manca. Il finale è stato lasciato, come si poteva prevedere, a Nicola Gratteri. La stella televisiva dei Pm. Il quale, peraltro, stavolta ha fatto la parte del moderato. L’intervista davvero era un po’ imbarazzante. Due tre volte le risposte di Gratteri sono state commentate dall’intervistatore con una esclamazione: “Bravo! Bravo! Bene! ”. Diciamo che nei manuali di giornalismo non c’è mai scritto che l’intervistatore deve applaudire l’intervistato…

Gratteri ha detto anche alcune cose sagge, e accanto a queste ha spiegato di nuovo la sua vecchia tesi, un po’ singolare: secondo la quale in Italia c’è stato un decadimento etico e quindi la mafia non ha più bisogno di uccidere ma corrompe. Abbiamo scritto altre volte che questa tesi secondo la quale bisogna essere molto allarmati perché non s’uccide più, non ci convince molto: ma questo non c’entra con l’inchiesta di Iacona.

A Riccardo vorrei dire solo questo: torna a fare le inchieste sociali, che le sai fare. Questo tuo lavoro su Reggio Calabria, diffuso attraverso il servizio pubblico ( e peraltro realizzato in modo eccellente dal punto di vista tecnico e di scena) è stato un disastro. I magistrati fanno il loro lavoro come credono, ma poi i processi devono farli in aula, non in Tv. Davanti a un giudice terzo, non a un giornalista loro tifoso. Non ti pare?

 

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