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Frankenstein, “ il mostro” che vive ancora

Due secoli fa Mary Shelly inventò il personaggio che ancora oggi racconta il rapporto tra scienza e vita
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Il mostro di prese vita come si sa in una sera piovosa del 1816, fu in una villa sul lago di Ginevra, erano presenti: colei che lo immaginò, Mary Shelley, il poeta Percy Shelley, suo grande amore, la sorellastra di Mary, Claire Clairmont Godwin, un poeta affascinante, pieno di boria e di coraggio, Byron, che all’epoca stava con Claire, il medico Polidori. Di quella serata abbiamo sentito parlare, ce l’ha raccontata per esempio Ken Russell in Gothic, un film del 1986, con molta enfasi e toni cupi. Quella sera probabilmente di cupo c’era il tempo, lampi tuoni e saette, per il resto il piccolo gruppo giocava, giocavano ( alcuni di loro almeno) con cose gigantesche, coi secoli passati e i secoli a venire, con l’umanità e le sue fratture, ma giocavano. Erano poco più che adolescenti, Mary aveva diciotto anni. M’immagino il buio della sera, il blu grigio fuori dalle finestre, alcuni punti di luce e di calore, e loro che inventavano. Il gioco era: raccontare storie di paura; l’hanno fatto da allora molti adolescenti reali e immaginari, ma quella volta ne venne fuori qualcosa che si slanciava in avanti, solido, capace di arrivare fino a noi. Certo, il mostro venne quella sera appena appena concepito, il suo dispiegarsi pienamente nell’immaginario di Mary si prese ancora un paio d’anni, nel 1818 però il libro andò alle stampe.

Si preparano grandi festeggiamenti, progetti internazionali dedicati a Frankenstein, mostre, convegni, conferenze, perché da duecento anni il mostro e lo scienziato parlano di noi: di scienza, di biopoli- tica, di comunità, di educazione. I contemporanei fecero fatica a riconoscere che l’aveva scritto Mary, per un po’ di tempo critici e lettori tentarono di attribuire la paternità del romanzo a Percy, ma Percy Shelley con tutta la sua grandezza non era un romanziere e non aveva la prospettiva che aveva Mary; e poi, insomma, non era stato lui.

Quella ragazza visionaria era riuscita a dare forma precisissima ai duecento anni a venire: viviamo ancora nel mondo che ha prefigurato. Ma come aveva fatto? E perché lei? Molto più del mostro, nel concepire l’idea per la prima volta, a interessarla era lo scienziato, è lui il prometeo moderno che getta le catene dalle quali si sente avvinto e rischia, supera il limite più grande, si fa creatore della vita cosciente. Fra i due però le è caro e prossimo il mostro: il mostro nasce storto, brutto e bisognoso d’amore come tutti, non riconosciuto, scacciato, risulta un mostro non solo per via della sua nascita all’insegna della hybris, del violento e sprezzante superamento di confini umani, ma anche per via del rifiuto del mondo e del suo stesso creatore di farsi carico di lui ( e forse, suggerisce Mary ma non lo dice, il rifiuto della cura e dell’amore, il tradimento della creatura, è ancora più grave della hybris).

Mary, che sapeva immaginare come pochi, sapeva farlo anche perché dietro di lei c’era un mondo, un mondo culturale che l’aveva addestrata alla libertà di immaginare e persino a metterlo se necessario gambe all’aria.

L’EPOCA

Siamo in Inghilterra a cavaliere dell’Ottocento, un’epoca che permette e suscita ascese e declini, una mobilità sociale ben superiore a quella alla quale ormai abbiamo fatto l’abitudine, che si espande e cresce rinsaldando però, persino inventando, regole rigide circa i comportamenti sociali, di genere e di classe. La libertà che i genitori di Mary si prendono con naturalezza ( e che si prenderanno poi Mary, Percy, Claire) ci appare immensa ( superiore alla nostra?), accettata, anzi apprezzata nella loro cerchia, ma inaudita al di fuori; è una libertà che all’epoca si permettono gruppi intellettuali minoritari o drop out, spostati, e a volte il confine è impercettibile, una libertà che si paga cara, la pagano cara soprattutto le donne. Ma c’è chi riesce a costruire attorno a quella libertà anche un’autonomia.

LA MADRE

La madre della ragazza che inventa il mostro di Frankenstein e il suo creatore è Mary Wallstonecraft, nata povera, si emancipa facendo come molte la dama di compagnia, la governante, diventa romanziera, saggista, autrice delle due Rivendicazioni, dei diritti dell’uomo e della donna. Wallstonecraft ancora prima di avere figlie pensa molto all’educazione delle bambine, pensa che c’è un inganno, che così com’è trasforma le ragazze in creaturelle fragili e vane, che la sensibilità non può essere l’unico centro della vita della ragazze, che vanno educate alla ragione, a farsi carico dei loro doveri nella vita sociale. Nel 1788 finalmente lavora a Londra in una casa editrice e non in una qualunque, lavora da Joseph Johnson come traduttrice e consulente. In quel periodo scrive Original Stories from Real Life, un libro che parla di ragazze alle ragazze. Joseph Johnson raccoglie attorno a sé pensatori radicali, nel suo circolo c’è Godwin, c’è il pittore Henry Fuseli. Come da allora capiterà spesso ai riformatori, Johnson dà molta importanza all’infanzia, all’educazione, alla letteratura per bambini, stimolerà traduzioni e opere originali, spingerà scrittrici e scrittori a dedicarsi alla scrittura per ragazzi.

Wallstonecraft prima che nascesse Mary aveva già una bambina, Fanny, figlia del precedente compagno con cui non stava più da tempo. Quando Mary nacque, sua madre abitava con Fanny a pochi isolati dal filosofo William Godwin, l’aveva sposato da qualche mese ( tutti e due deprecavano il matrimonio, ma avevano finito per mediare con la società almeno un po’). Mary e Godwin vivevano in case diverse con l’idea di preservare autonomia, si mandavano bigliettini, si incontravano nell’una o nell’altra casa ( a volte non ci riuscivano se la neve era alta), ragionavano da illuministi, da gente che ha in odio vincoli e ignoranza e che molto si fida dell’umano. La particolarità del loro stile di vita che tanto ce li avvicina ci può far perdere di vista il fatto che alla fine nel Settecento si moriva moltissimo, soprattutto il momento della nascita e i primi anni erano tremendi, la morte si trascinava via ricchissime messi di donne e di bambini, e non è vero che la frequenza portasse all’abitudine, a leggere quello che scrive Mary Shelley alla morte dei suoi figli ( ne sopravviverà uno soltanto) sembra piuttosto che la frequenza portasse con sé la consuetudine allo strazio.

IL PADRE

Wallstonecraft muore dieci giorni dopo aver dato alla luce Mary, una morte banale e frequente: setticemia. Così la nostra futura Mary Shelley non la conosce di persona, ne conosce solo la fama, il mito; leggerà, prima con il padre, poi con il marito, l’opera della madre, sua madre sarà per tutta la sua vita una presenza alle sue spalle che le permetterà di brillare, malgrado la fatica, di una luce perfettamente sua.

Quando nasce Mary sua madre è già nota per la Rivendicazione dei diritti della donna e per tutte le opere, ma è suo padre che calca le scene del suo tempo. William Goldwin nel 1793 ha scritto un’opera che influenzerà moltissimo i giovani colti, si chiama Enquiry Concerning Political Justice, lo scrittore William Hazlitt scriverà: «Di nessuno si è parlato più che di lui». Godwin, filosofo tardo illuminista apripista dell’anarchia, immaginava il genere umano capace di conquistare la piena ragionevolezza e di liberarsi una volta per tutte dalla necessità di un governo. La ragione andava liberata, poi si sarebbe espansa nella sua pienezza. Era contrario all’istru- zione pubblica, rigida e strutturata.

Pensava che non si può insegnare a forza, che non si può obbligare qualcuno a imparare qualcosa se non vuole.

Immaginava l’autogoverno di piccole comunità e al loro interno l’educazione spontanea dei bambini da parte degli adulti, l’educazione reciproca. In quest’atmosfera cresce Mary, amata e stimata dal padre, in conversazione continua con lui e quelli che lo frequentavano anche se, quando Mary aveva quattro anni, Godwin si risposerà con Mary Jane Clairmont. Mary Shelley non amava la seconda moglie di suo padre e Mary Jane Clairmont viene spesso raccontata come una donna di buon senso dalle idee limitate, ma in realtà nulla nella sua biografia fa pensare che sia vero: quando sposò Godwin aveva già due figli, li aveva con grande probabilità da un uomo che non aveva mai sposato, aveva corteggiato Godwin, suo vicino di casa, salutandolo dal balcone con l’entusiasmo e l’emozione di una lettrice, si era innamorata di lui per via delle sue idee, con Godwin aveva messo su nel 1805 Juvenile Library, casa editrice dedicata completamente all’infanzia, impresa che ha sfondato il tempo quasi quanto Frankenstein, fra le pubblicazioni della casa editrice ci sono quei I racconti di Shakespeare

riscritti per bambini da Mary e Charles Lamb che leggiamo ancora. Godwin stesso scriveva per l’infanzia, riscritture di fiabe, firmava con lo pseudonimo di Baldwin. Godwin dichiarava più o meno: Se volete portar vantaggio ai bambini dovete farvi un po’ bambini voi stessi: un’idea pedagogica che ha avuto fortuna. A casa Godwin-Clairmont si incontrava Charles Lamb, si incontrava Coleridge. Una notte Mary e Jane ( Jane, figlia di Mary Jane Clairmant, cambierà il suo nome in Claire ed è lei la Claire presente la notte delle storie sul lago di Ginevra), Mary e Jane, dicevamo, si nascondono dietro al divano per ascoltare Coleridge che legge La ballata del vecchio marinaio.

Vengono scoperte ma non vengono cacciate a letto perché Coleridge, immagino assai compiaciuto, intercede per loro.

LA FUGA

Quando a sedici anni Mary fugge di casa con Percy B. Shelley, nuovo giovane ammiratore e frequentatore di suo padre, si porta dietro tutto il suo mondo e in un certo senso con lui lo ritrova. Fugge perché non si fida di Godwin. Mary sa che le idee di suo padre che esibiscono assoluta fiducia nell’autonomia di ciascuno, s’infrangono quando si tratta di affetti, e in particolare quando si tratta di lei. Godwin è ostile al legame con Shelley quanto lo sarebbe qualunque padre, lei è troppo giovane, lui non molto più maturo. A posteriori sappiamo che Mary aveva giudicato Percy con lucidità straordinaria, ma suo padre come poteva fidarsi? Ciò nonostante Godwin e Mary ( e Shelley) non rompono mai il legame, si scrivono spesso, qualche volta si vedono. Nel tempo, ma forse l’aveva concepito molto presto, Mary matura nei confronti di suo padre un disincanto: la vita di tutti i giorni, l’emotività, il bisogno economico, fanno fatica a tener dietro alla cristallina evidenza dei principi. La libertà però è stata fertile, e produce i suoi frutti. Dall’alto della libertà che i suoi genitori le hanno dato in dote, Mary li guarda e attraverso di loro guarda il secolo che è andato. In Frankenstein, nello scienziato, si cristallizza l’esito di quel secolo fiducioso, già reso deforme dal contatto con un mondo vischioso dove persiste e si espande il prestigio del potere ( e come poteva quella storia non avere a che fare con i suoi genitori), nella creatura, nel mostro, tutta la complessità dello stare al mondo, il sospetto che nel bisogno d’amore innato e non raccolto sia in fin dei conti la radice del male ( idea da allora molto spesso ripresa). Mary concepì Frankenstein in un momento felice della sua vita, molto dolore sarebbe venuto dopo, ma non l’avrebbe sorpresa.

LA MADRE, MARY WALLSTONECRAFT, È L’AUTRICE DELLE “RIVENDICAZIONI DEI DIRITTI DELLA DONNA”, IL PADRE È IL FILOSOFO WILLIAM GODWIN: ENTRAMBI LE TRASMETTONO L’AMORE PER LA LIBERTÀ E L’AUTONOMIA QUESTO PROMETEO MODERNO NASCE IN UNA SERA PIOVOSA DEL 1816, IN UNA VILLA SUL LAGO DI GINEVRA.

ERANO PRESENTI: COLEI CHE LO IMMAGINÒ, IL POETA PERCY SHELLEY, LA SORELLASTRA DI MARY, CLAIRE CLAIRMONT GODWIN, IL POETA BYRON, IL MEDICO POLIDORI

 

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