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Rotondi: «Com’era meglio quando c’era la casta»

Nel libro di Gianfranco Rotondi la demistificazione della favola bella del populismo
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È una provocazione, sicuramente, il libro Meglio la casta ( Koinè, pp 135, euro 14) di Gianfranco Rotondi. È provocatorio il titolo, perché nessuna casta è buona, ma il discorso che corre lungo le pagine di questo pamhplet di riflessione e di battaglia, caustico e acuminato, è tremendamente serio. Democristiano di lunghissimo corso, ex ministro del governo Berlusconi e reduce orgoglioso di quella cosa troppo frettolosamente esecrata che è stata la prima repubblica Rotondi mette a confronto il mondo politico ultimissimo, quello dominato dall’egemonia sotto culturale antipolitica, con la prima repubblica. Un cinquantennio politico con molte ombre e non poche luci distrutto in una manciata d’anni dalle inchieste di Mani pulite. Un turbine quello di Tangentopoli che ha macinato cinque partiti – Psi, Pri, Dc e Psi e Psdi – spazzandoli via dalla scena politica e che ha generato un’onda tuttora perdurante di giustizialismo e demagogia qualunquista che ha immiserito ogni dibattito pubblico. D’altra parte dai tempi di Tangentopoli la politica non ha più smesso di essere sotto lo schiaffo della magistratura: uno dei protagonisti di quella stagione, Piercamillo Davigo, ribadisce che Mani pulite, come la resistenza o la vittoria mutilata, sia stata una rivoluzione incompiuta, come a dire: c’è ancora molto lavoro da fare. Tuttavia il rimpianto di Rotondi per i codici, i costumi le abitudini e la cultura primorepubblicana – rimpianto e nostalgia che non ha mai nascosto – non sono assolute, sono relative alla comparazione con ciò che è venuto dopo: “alla fine – scrive Rotondi – uno rimpiange pure quelle patologie, come la clientela. Perché dopo è arrivato il diluvio”. Un diluvio a cui la vecchia politica si è arresa nell’illusione di assecondarlo e imbrigliarlo per ricondurlo poi a sistema. Un’illusione appunto che Rotondi definiva proprio alla vigilia della pubblicazione del suo libro: «La politica italiana è drogata dagli effetti disastrosi di una campagna anticasta, portata avanti da anni da tutti i media e di cui si avvantaggia solo Grillo. La classe politica è così poco autorevole che, invece di reagire, si è associata alla campagna contro se stessa. Il risultato è che l’antipo-È litica è il nuovo fascismo e la gente è pronta ad applaudire chi proporrà di abolire il covo dei fannulloni e dei ladri, che è il Parlamento». Una classe politica che ha contribuito a screditarsi da sola illudendosi di poter drenare il sentimento d’odio e disprezzo che veniva alimentato contro di lei, in blocco, sull’avversario politico del momento. Una prassi che è durata per un ventennio e che continua a essere praticata.

L’ex premier Renzi ha dato fondo nella campagna referendaria che lo ha visto soccombere e su cui si è giocato la presidenza del consiglio al più arato repertorio dell’antipolitica. “Basta un Sì contro i costi della politica” dicevano i manifesti referendari mentre c’è chi gli faceva notare che risultava almeno improbabile per l’inquilino di palazzo Chigi – che pure non aveva badato troppo a spese nei suoi cento giorni di potere – convincere gli italiani che dopo tre anni di governo lui stesso non rappresentasse la casta che diceva di voler combattere. E così si è lasciato correre tutto, disinformazione compresa. Non c’è stato nessun politico, tranne eccezioni di stravaganti come Rotondi, in questi anni, a domandare se si fosse seri per esempio quando si affermava che la falla dei conti pubblici è costituita dagli stipendi dei parlamentari, da quelli dei consiglieri regionali o magari dei componenti il parlamentino del Cnel. Affermazioni che suscitano semplicemente un sorriso a chi sa bene che l’abisso dei nostri conti pubblici è dovuto alla spesa pubblica improduttiva, agli interessi sul debito pubblico, alla spesa sanitaria fuori controllo e ad altri noti fattori che con gli stipendi dei parlamentari non hanno nulla a che fare. Si è lasciata passare anche la leggenda che gli emolumenti delle camere italiane siano più alti rispetto a quelli europei. Durante i lavori della commissione Giovannini insediatasi nel 2011 per sondare i livelli di spesa del parlamento italiano a dati emersi ancora parziali i giornali titolavano: “I parlamentari italiani hanno gli stipendi più alti d’Europa”. Uno slogan ripetuto in automatico da politici di varia estrazione commentando le tabelle, appunto incomplete, fornite della commissione. Tabelle incomplete perché la commissione non era riuscita a calcolare una media dell’Unione europea su cui riparametrare le buste paga di deputati e senatori. Era stata del resto la stessa “Commissione sul livellamento retributivo Italia- Europa” ( Comliv) ad ammettere la difficoltà nel rapporto sulle attività svolte. “L’eterogeneità delle situazioni riscontrate nei singoli paesi in termini di assetti istituzionali, organizzativi e di trattamento dei contributi sociali – si legge nella nota diffusa sul sito del ministero della Funzione pubblica – rende i dati non facilmente confrontabili”. Del resto a leggere bene i dati parziali della Commissione Giovannini – dati che non diverranno mai definitivi perché la commissione abortì – si ricavava infatti che i parlamentari italiani sono in Europa coloro che percepiscono di meno e non solo come somme da destinare ai collaboratori; 3600 contro gli oltre 6000 della Francia e i quasi 15mila della Germania. Antonio Mazzocchi, allora questore della Camera, ricordava che “la tassazione in Francia e Germania sta sul 20%, mentre in Italia è 45% e per quanto riguarda gli europarlamentari, non c’è il cosiddetto cumulo a fine anno che invece c’è per i parlamentari italiani”. Il questore della Camera – anche lui proveniente dai ranghi della Dc – attribuiva poi a un’ideologia antiparlamentarista e antidemocratica questa lettura unilaterale e viziata dei dati della commissione inscrivendo questa ennesima polemica contro “la casta” nella lunga campagna demagogica sui costi della politica. Ma Mazzocchi era appunto uno degli ultimi mohicani della vecchia politica, proprio come Gianfranco Rotondi; gli altri, quasi tutti, hanno sempre taciuto per viltà, per cattiva coscienza, per la presunzione di poter cavalcare l’onda antipolitica senza esserne travolti. Presunzione fatale visto che poi l’onda ha travolto anche i residui delle forze politiche in campo trasformando i partiti in protesi dei loro effimeri leader e si prepara a cancellare anche il ricordo di una cultura politica e la possibilità di un confronto civile. Lasciando la parola e il bastone solo al potere del denaro e a quello giudiziario. Perché poi questo è l’esito finale del percorso. Rotondi nel suo libro lo spiega benissimo proprio partendo dalla critica alla politica tradizionale che non ha saputo né voluto difendere le sue prerogative. Ricordando come sia stato proprio il parlamento, per rincorrere l’antipolitica, a varare vere e proprie leggi speciali che hanno cancellato l’autonomia della politica. Leggi che hanno completato il disastro costituzionale iniziato con l’abolizione dell’immunità parlamentare. “Peraltro – nota Rotondi – la prassi parlamentare aveva già cancellato lo scampolo di immunità lasciato in piedi dal legislatore del ‘ 92: “il parlamento si inchina a qualsiasi procura che chieda l’arresto di un suo membro, talvolta è lo stesso malcapitato onorevole a chiedere di autorizzare la misura cautelare”.

Un suicidio in piena regola che ha il suo acme grottesco in quella legge Severino, promulgata il 6 novembre 2012 da Giorgio Napolitano, originariamente redatta da Angelino Alfano e votata da Pd, Pdl, Udc e Lega Nord. Il più noto effetto della Severino è la decadenza e non candidabilità dei condannati per reati non colposi. Rotondi fa notare il lato più pericoloso di questa legge che riguarda l’applicazione retroattiva della stessa. Non a caso la Severino è stata lo strumento per escludere Silvio Berlusconi dal parlamento dopo l’unica condanna definitiva che egli ha conseguito in ben 61 processi. Se poi si pensa che la Severino viene applicata in un paese come l’Italia dove da vent’anni è in corso un conflitto mai cessato tra potere giudiziario e potere politico il livello di pericolosità di una norma così diventa altissimo. “Sono venti anni – scrive Rotondi – che sentiamo i politici spiegare che alcune procure sono politicizzate, che alcuni processi sono politici e compagnia cantando. E loro che fanno? Varano una legge speciale che dà alla magistratura il pieno diritto di escludere con un processo qualsiasi protagonista della vita politica. Come avviene nelle dittature o nelle repubbliche africane delle banane: i colpi di Stato si fanno sempre costruendo un processo, avveniva così pure nell’Urss”. Tuttavia “al genio parlamentare non è bastato di consegnarsi in modo assoluto al potere giudiziario” ironizza amaramente Rotondi, “hanno fatto di più: hanno istituito nuovi reati in grado di trasformare qualsiasi conversazione telefonica in una fattispecie di reato. Nel 2014 il parlamento riforma l’articolo 416 ter del codice penale allargando a dismisura i confini del reato di voto di scambio…”. Tradotto significa che basta una generica utilità promessa dal politico perché scatti il voto di scambio: non vi sono criteri infatti per identificare l’utilità né per individuare la consapevolezza del politico di trattare con mafiosi o sospettati tali. Conclusione di Rotondi: “chi indaga stabilisce l’una e l’altra, e tanti auguri a chi deve difendersi in un’indagine del genere. Del resto è la storia a raccontarci come finirà: il reato di voto di scambio fu istituito dalla Dc su sollecitazione dei Gava piegati a Napoli dallo sfrenato clientelismo di Achille Lauro; anni dopo fu Gava ad essere eliminato dalla scena politica con l’accusa di voto di scambio”. È l’eterogenesi dei fini di ogni giacobinismo, si allestiscono le ghigliottine per gli altri e si finisce con il doverci infilare il proprio collo. I casi giudiziari che in queste ore interessano i grillini è l’ulteriore e non necessaria conferma a una costante matematica della storia. Naturalmente ci sono altre delizie particolari della nostra legislazione che Rotondi non manca di rilevare come il reato di traffico di infuenze, formula evanescente che può riguardare tanto il professore che riceve una raccomandazione, il magistrato che ottiene uno sconto su un acquisto, il medico che riceve un dono dalla casa farmaceutica… “Non continuo l’elenco – dice Rotondi – perché è smisurato e contiene tutta l’Italietta che amo riassumere nel suo programma politico preferito: ‘ rivoluzione e raccomandazione’, rivoluzione contro gli altri e raccomandazione per sé”. E il punto è proprio questo l’antipolitica, la moralizzazione in punta d’odio purificatore si rivela come sempre la maschera di una volontà di potenza che non ce l’ha col potere, ma con il potere degli altri. Con il risultato come nel paradosso giacobino che nessuno è più al sicuro, ciascuno è vittima del potenziale terrore che ogni accusatore può scatenare contro di lui. “Istituendo il reato di traffico di influenze infatti – nota Rotondi – non abbiamo rifondato per via di legge le basi etiche del paese. No, abbiamo solo fatto diventare gli italiani l’unico popolo del mondo indagabile “a la carte” in qualsiasi momento”. Tutto vero, come è vero che nessuno, come dice l’autore di Meglio la Casta, avrebbe mai accusato De Gasperi o Nenni di essere dei parassiti. Tuttavia nella sua accalorata, appassionata e coraggiosa difesa della politica Rotondi dimentica di rimarcare a sufficienza che di De Gasperi e Nenni oggi non ce ne sono.

 

 

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