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Migranti nel mediterraneo, chi manovra chi?

L'Ue punta sulla Guardia Costiera libica per contenere i flussi, ma la situazione nel paese nordafricano è allarmante. Gruppi criminali, fazioni islamiche e tribù si contendono il controllo del business del traffico di esseri umani
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“Noi chiediamo a tutti gli amici, come gli Emirati Arabi Uniti e tutti coloro che hanno relazioni forti in questo contesto, di utilizzare le loro relazioni per la stabilizzazione della Libia”, si è espresso cosi venerdì 14 luglio il ministro degli esteri italiano Angelino Alfano incontrando il suo omologo Abdallah Bin Zayed Al-Nahyan. Uno dei molti vertici nei quali l’Italia sta tentando di coinvolgere diversi attori per cercare una soluzione a ciò che sta succedendo nel paese nordafricano. Questo perchè, senza pacificazione, non sembra essere possibile nessuna riduzione o fine del flusso di migranti che è l’obiettivo principale.

Non sfugge dunque che lotta al traffico illegale di uomini, armi, petrolio e termine del conflitto in corso dal 2011, siano elementi strettamente legati. L’esplosione della guerra civile, seguita alla deposizione di Muhammar Gheddafi, ha dilaniato il paese e fatto proliferare una quantità enorme di gruppi armati, milizie tribali, bande criminali. Come riporta il periodico XSemanal si calcola che siano 1700 i gruppi armati che combattono tra loro per il controllo della città, strade, raffinerie, e soprattutto per primeggiare nel business da milioni di dollari che coinvolge esseri umani che vogliono attraversare il Mediterraneo e raggiungere l’Europa.

In un tale caos il contrabbando di ogni genere è diventata una fonte fondamentale per l’economia di intere zone.L’attraversamento del tratto di Mediterraneo fino in Italia costa fino a 2500 dollari a persona. Se si moltiplica questa cifra per le 181mila persone partite solo lo scorso anno il risultato per i trafficanti è enorme: ai passeur libici sono entrati circa 450 milioni di dollari.

Il paese è diviso in due, ad est la Cirenaica controllata dal generale, sostenuto dall’Egitto, Khalifa Haftar che ha stabilito la sua capitale a Tobruk. Ad ovest la Tripolitania dove si è insediato il governo di Unità Nazionale di Fayez Serraj. Un equilibrio precario suscettibile di continui cambiamenti, dove le forze in campo possono cambiare repentinamente bandiera.

Ma chi manovra il business dei migranti realmente? I protagonisti sono moltissimi, dalle milizie islamiste, che hanno tentato di estendere il califfato in Libia fino ad arrivare a uomini della guardia costiera. In mezzo una serie di gruppi criminali e fazioni tribali che si combattono tra loro per trarre il massimo profitto dall’affare del secolo, il traffico di esseri umani.

Da quando il generale Haftar, nel 2014, ha lanciato l'”Operazione Dignità, diverse formazioni, dall’Isis passando per Al Qaida fino ad arrivare ad Ansar Al sharia Lybia, stanno battendo in ritirata dai centri urbani. Molti militanti però si sono rifugiati principalmente nell’immensa zona centrale desertica del Fezzan o in remoti angoli alle frontiere. Quì è più facile nascondersi ma soprattutto è il luogo ideale per i commerci illegali, perchè la guerra costa.

E’in queste aeree inaccessibili e transfrontaliere, soprattutto a sud della costa, che le milizie assaltano o comprano letteralmente i convogli di migranti provenienti dall’Africa subsahariana, organizzati da altri mercanti senza scrupoli. Rapiscono, saccheggiano e a loro volta rivendono uomini, donne e bambini come schiavi. Chi sopravvive arriva al mare ma non parte subito, lì nuovi carcerieri e violenze.

E’ il caso della Zamzam Valley, sud di Misurata, a circa 30 miglia dalla costa. I militanti dell’Isis hanno trovato rifugio in questa zona dopo essere stati sconfitti dai gruppi armati fedeli al governo di Unità nazionale di Tripoli,una battaglia durata un mese lo scorso anno. Attualmente lanciano sporadici attacchi contro Misurata attaccando checkpoint ed effettuando rapimenti di civili.

Analoga situazione ad Al-Awaynat, situata in una remota zona nel sud est della Libia vicino alle frontiere con Egitto e Sudan. Questa zona è divenuta una vera e propria centrale di mercenari, centinaia di uomini armati stazionano in questa porzione del paese pronti ad essere assoldati. I mercenari provengono in maggior parte dal Ciad, Niger e Camerun, tutti pronti a combattere sotto le insegne di differenti milizie. Si pensa che guadagnino una media di 2000 dollari al mese. Le milizie e i gruppi criminali fanno soldi naturalmente attraverso il traffico di esseri umani, i rapimenti, il traffico di armi, droga e carburante.

Nella città oasi di Ad Al-Kufra a sud est, si ritiene che si siano trasferite piccole cellule dell’Isis e dei combattenti al-Qaida. Al-Kufra è stata per decenni dilaniata da un conflitto mortale che ha visto combattere le tribù arabe di Alzway contro quella dell’Africa subsahariana dei Tabu.Un conflitto per il controllo delle frontiere e i lucrosi percorsi del contrabbando.

La maggior parte delle centinaia di militanti che sono riusciti a fuggire all’assalto di Sirte l’anno scorso, si sono invece posizionati a Sabha, città della Libia centrale. La città è praticamente fuori controllo, con diversi conflitti in corso. I principali protagonisti sono Awlad Suleiman, una tribù etnica araba, i Tabu e i Tuareg, anche in questo caso si tratta di una guerra per il controllo del contrabbando. A sud-ovest di Sabha si trova il centro di Ubari, quì nel 2015 violentissimi scontri tra bande criminali rivali ha fatto fuggire quasi tutta la popolazione. Le ostilità sono state scatenate da un tentativo di diverse milizie per controllare il mercato nero dei combustibili sovvenzionati forniti dal governo di Tripoli.

Gruppi di militanti islamici radicati nella zona, tra cui quelli che fanno riferimento ad Al-Qaida nel Maghreb islamico, sono noti per essere coinvolti nel commercio illecito, vendendo il carburante nei paesi limitrofi ad un prezzo almeno 10 volte superiore quello smerciato in Libia. Ognuna di queste milizie ha un capo e dispone di molti uomini, molto spesso hanno una capacità corruttiva altissima perchè in mancanza di un potere centrale forte non è difficile trovare funzionari disposti ad incrementare sensibilmente i loro guadagni al riparo di occhi indiscreti.

Come hanno fatto notare diverse inchieste giornalistiche, insieme a quelle effettuate dalle Nazioni Unite o organizzazioni come Amnesty International, rifugiati e migranti che non possono raccogliere i soldi per l’attraversamento del mediterraneo, marciscono per mesi in prigioni private dove vengono picchiati, torturati e uccisi. I carcerieri appartengono per la maggior parte a vere e proprie gang di strada locali come nel caso dei famigerati Asma Boys. Questi ultimi poi non è raro che rivendano i migranti a network criminali più potenti.

Già nel 2015 Amnesty metteva in luce questa situazione in suo rapporto, venivano riportate diverse testimonianze di migranti che parlavano delle violenze subite da parte degli Asma Boys ma riferivano anche di essere stati comprati da altri personaggi che potevano contare su infrasrutture dove detenere i migranti. Si parlava in particolare di una base militare dismessa ad Az Zawiyah ad ovest di Tripoli.

E’ chiaro che una tale corcostanza non puù non far sorgere il dubbio che si tratti di personaggi influenti e con coperture notevoli. Ed è quì che i sospetti si addensano su quella che viene chiamata forse impropriamente Guardia Costiera libica. Gabriele Iacovino, capo degli analisti del Centro Studi Internazionali, in un intervista al Fatto Qutidiano nel maggio scorso, parlava di come “a parte alcune eccezioni, come i militari di Misurata, i guardacoste libici sono spesso espressione dei potentati locali che, in molti casi, gestiscono il traffico di esseri umani”.

Fondamentalmente il governo di Tripoli ha due guardie costiere, una sarebbe più fedele al ministero della Difesa, l’altra a quello dell’Interno ed è quella sulla quale l’Italia punterebbe di più. Questa confusione lascia lo spazio a uomini determinati e senza scrupoli di poter mettere in pratica i propri disegni criminali. Una potentissima inchiesta giornalistica di TRT del 27 febbraio scorso e portata avanti dalla giornalista Nancy Porsia, ha messo in luce la figura di un personaggio come Abdurahman al-Milad.

Milad è soprannominato al-Bija, lui e i suoi uomini si sono autoprocalamti Guardia Costiera proprio di Zawiya, dispongono di una motovedetta chiamata Tileel e di due motoscafi. In realtà l’imbarcazione è stata conquistata dopo uno scontro mortale con un altro gruppo due anni fa, come riporta XSemanal che lo ha intervistato. Da allora al-Bija e suoi uomini vanno per mare e riportano indietro migranti.

L’inchiesta di Trt sembra dimostrare come Milad sia a capo del traffico di esseri umani di Zawiya, un’accusa sempre respinta ma che poggia su diversi elementi. Come fa infatti un pugno di uomini con una barca di soli 16 metri a controllare le acque dal confine tunisino a Jansur vicino a Tripoli? Si tratta di una zona immensa che non potrebbe essere dominata senza coperture e mezzi finanziari.

Al-Bija dunque sarebbe a capo di una vera e propria holding mafiosa che insegue i migranti e chiede tangenti ai trafficanti, se questi rifiutano spara e li uccide. Naturalmente esistono anche delle indagini ufficiali che però scontano le difficoltà della situazione. Il colonnello Tarek Shanboor, sotto il comando del Ministero degli Interni del governo di Unità Nazionale lo ha ammesso candidamente di fronte ai giornalisti di XSemanal: “Abbiamo trafficanti nelle nostre fila, è un problema reale.”

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