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Dopo l’Obamacare, Trump rischia anche sulla riforma fiscale

La fronda repubblicana che ha affondato la controriforma sanitaria del tycoon ora affila le armi per dare battaglia sul "Tax Plan"
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Dopo l’umiliante rovescio sull’Obamacare ora Trump rischia di veder svanire anche la riforma fiscale. La sconfitta sulla riforma sanitaria pesa e peserà ancora nei prossimi giorni ma soprattutto fotografa un partito repubblicano per nulla allineato sui desiderata del presidente.

I dissidenti repubblicani, di destra come di centro, stanno riprendendo fiato per le nuove battaglie. Trump al momento reagisce prendendosela con i gruppi di pressione che, a suo dire, fanno pesare tutta la loro presenza sul Congresso.

Ed uno dei suoi consiglieri arriva a prospettare l’impensabile: un’alleanza con settori del partito democratico. Si tratta di Reince Priebus, il potente capo di gabinetto della Casa Bianca che fu chiamato ad affiancare il neoeletto Trump proprio in virtù delle sue capacità negoziatrici, già messe in mostra quando era ai vertici del Grand Olp Party. Adesso twitta anche lui, per dire però che «forse è giunto il momento di iniziare a parlare con qualche democratico moderato».

E aggiunge: «Questo presidente non è un presidente di parte». Ma la risposta positiva non è certo da dare per scontata. Basta ripercorrere, per capire come siano le divisioni tra i repubblicani la principale difficoltà per Trump, gli accadimenti degli ultimi giorni.

La resa arriva venerdì, a pochi minuti dall’inizio del voto alla Camera: con il ritiro del progetto di legge pensato per «abrogare e sostituire» l’Obamacare, il presidente Trump incassa una solenne sconfitta che non potrà non influenzare pesantemente la sua agenda di governo.

Contro di lui questa volta non ci sono stampa o democratici. Il fuoco amico viene dal partito che lo ha sostenuto. La promessa di abolire l’odiato Affordable Care Act siglato da Obama nel 2010, era stata martellante durante la campagna elettorale. Dopo giorni di incontri al veleno, però, lo speaker della Camera Paul Ryan prende atto della dèbacle: i voti non ci sono. L’Obamacare resterà “law of the land”.

Naufraga così il primo vero tentativo del presidente Trump di allineare e controllare il Congresso. La sintesi più efficace del fallimento dei due protagonisti dei negoziati è di Politico: «Trump è un grande venditore con scarsa comprensione della politica, Ryan è uno scarso venditore con una grande comprensione della politica».

La sconfitta quindi costringe in una scomodissima posizione il partito repubblicano che – nonostante la maggioranza blindata alla Camera e al Senato – non è stato capace di sbarazzarsi di una legge avversata da sette anni, portando allo scoperto fazioni e lotte intestine.

Il rifiuto di dare il proprio voto è stato una prova di forza per Mark Meadows, deputato leader dei conservatori del Freedom Caucus, insoddisfatti per le numerose similitudini del testo con l’Obamacare. Tra i no, però, c’erano anche quelli dei repubblicani moderati, preoccupati per l’eventualità di lasciare senza copertura sanitaria troppi cittadini, con pesanti conseguenze elettorali nei loro collegi.

Secondo il Washington Post, l’episodio ha messo in evidenza due importanti cambiamenti in atto nei giochi di potere all’interno del Congresso: da un lato è chiara l’autonomia e l’indipendenza di giudizio dei singoli membri rispetto all’azione dei leader di partito; dall’altro inizia a delinearsi il peso di gruppi esterni ai partiti tradizionali. Sono in tanti ad accusare ora Paul Ryan, incapace di serrare le fila del partito.

L’errore fondamentale dello speaker sarebbe stato quello di non aver offerto ai detrattori alcun margine di modifica al progetto di legge. Non solo, Ryan avrebbe fatto poca attività di lobby con i gruppi conservatori più influenti ed avrebbe sottovalutato l’importanza di un piano di comunicazione strategico.

Tra gli imputati, però, finiscono anche tutti gli uomini presidente: Jared Kushner, genero e consigliere, che durante i colloqui finali era ad Aspen, località sciistica in Colorado; nonchè Reince Priebus e Steve Bannon, entrambi coinvolti nelle trattative.

Il testo resta ora nelle mani del ministro della sanità Tom Price. Sabato, intanto, Trump ha invitato via Twitter gli americani a non avere timori: l’Obamacare è destinata ad “esplodere” e sarà allora possibile mettere insieme un nuovo piano di assistenza sanitaria. Nonostante le rassicurazioni, l’incubo è quello di sprofondare nella palude politica che aveva promesso di prosciugare.

La posta è altissima: in gioco c’è la sua reputazione di infallibile negoziatore e, di conseguenza, il programma di governo del primo anno in carica. Scricchiola così l’immagine pragmatica dell’uomo d’affari in grado di domare l’establishment washingtoniano.

Il presidente ha mostrato la ferma volontà di voltare pagina, focalizzandosi sulla nuova sfida della riforma fiscale. La sconfitta di venerdì, però, avrà conseguenze di lungo termine e renderà più difficoltosa la battaglia delle tasse che si svolge su un terreno minato dagli interessi di ancor più complessi gruppi di potere.

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