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Palamara: «Questa debacle è un segnale di sfiducia: c’è crisi di consenso»

Luca Palamara sciopero Anm
L’ex leader dell’Anm conosce bene il funzionamento dei meccanismi interni alla politica della magistratura. E proprio per questo sa che l’esito della protesta organizzata dal sindacato delle toghe ha un significato molto profondo
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«Uno sciopero ha sempre un connotato politico e questo non è riuscito. Questi numeri sono un segnale di sfiducia nei confronti dell’attuale classe dirigente, al di là delle motivazioni per cui si è inteso non aderire». L’ex leader dell’Anm Luca Palamara conosce bene il funzionamento dei meccanismi interni alla politica della magistratura. E proprio per questo sa che l’esito della protesta organizzata dal sindacato delle toghe ha un significato molto profondo: il sistema è in crisi di consenso, anche se il vero banco di prova arriverà con le elezioni. «Il problema di fondo è uno – dice al Dubbio -, il rapporto tra politica e magistratura. Ma nessuno vuole metterci mano».

L’Anm non vuole definirlo un flop, ma i numeri parlano chiaro: meno di un magistrato su due ha aderito alla protesta. Cosa significa?

Bisogna essere onesti e realisti: organizzare uno sciopero non è mai facile, sia perché normalmente l’Anm fa sponda con il ministro di turno, sia perché assume un connotato politico. L’ultimo, quello del 2010, al quale aderì circa l’ 85% dei magistrati, era non solo politico, ma aveva un connotato economico. È ovvio che con un’adesione sotto il 50% lo sciopero non può dirsi riuscito ed è ovvio che questi numeri sono un segnale di sfiducia nei confronti dell’attuale classe dirigente, al di là delle motivazioni per cui si è inteso non aderire.

All’inizio i vertici dell’Anm sostenevano che fosse la base a invocare lo sciopero, ma oggi è proprio la base a dire di no. Che segnale è?

Significa che ormai ognuno vuole ragionare con la propria testa. E questa grande associazione deve tener conto del fatto che al proprio interno ci sono più voci e che il blocco che resiste è quello delle correnti storiche della magistratura. Lì c’è ancora presa, ma c’è una grande parte, e penso soprattutto ai giovani, che è disorientata da queste lotte intestine di potere. E il famoso motto “né con l’Anm né con la riforma” ha evidentemente attecchito.

Oltre che la crisi dell’Anm possiamo ipotizzare una crisi delle correnti?

Questo è presto per dirlo. Ci sono comunque dei gruppi consolidati e bisogna tener conto che questo sciopero cade in prossimità dell’appuntamento elettorale, che sarà il vero test. È ovvio che oltre al connotato politico esterno ce n’è anche uno interno: c’è il tentativo di non perdere il contatto con i nuovi magistrati. Ma è ovvio che anche le modalità con cui si è arrivati allo sciopero sono l’emblema di come agisce il sistema. Basti pensare che all’assemblea in molti hanno partecipato con delle deleghe, uno schema ormai rétro che serve ad avere il controllo reale del meccanismo associativo. Se si fosse voluta una ampia e reale partecipazione si sarebbe puntato su mezzi più moderni di partecipazione. Nell’epoca di internet è assurdo che non ci si possa esprimere autonomamente rispetto ad una scelta come lo sciopero.

Questo sciopero che effetto avrà su questa Anm e sulla politica delle toghe? Alcuni parlando dell’opportunità di un cambio ai vertici.

Non penso che qualcuno rassegnerà le dimissioni, ma sono scelte personali. Ma una riflessione interna è d’obbligo. Il segnale che la magistratura invia alla politica è che non c’è più il controllo totale: la forza della magistratura è sempre stata la capacità di dare una risposta univoca e inequivoca, quella che viene fuori dallo sciopero è, invece, equivoca. La politica non ha più un referente chiaro tra le toghe. Dal punto di vista “interno”, invece, ciò rappresenta un indebolimento nei confronti degli associati e il segnale della necessità di dotarsi di una nuova classe dirigente che non abbia vissuto queste ultime stagioni.

Il calo dei consensi nei confronti della magistratura da cosa dipende? C’entra solo il “caso Palamara”?

Evocare sempre la mia vicenda è una foglia di fico: ci si dimentica di cosa è successo con i verbali del caso Amara a Milano e anche dentro al Csm e le uscite politiche di molte toghe. C’è tutto un clima di confusione rispetto alla gestione del potere. Per fortuna però ci sono tanti giudici che mandano avanti la macchina della giustizia e che sono fuori da questi meccanismi. E mi auguro possano essere loro i reali fautori di un cambiamento.

La nuova frontiera della battaglia dell’Anm potrebbe essere quella dei referendum.

Lo vedo come un pungolo per la politica, dopo che certi temi sono stati sdoganati dalle aule di giustizia e hanno cominciato ad interessare anche l’opinione pubblica. Non ne farei una crociata. Penso che sapere come la pensano i cittadini sia importante.

Da lì potrebbe venire un segnale alla magistratura, più che alla politica.

Assolutamente sì. E sarebbe di portata storica.

In molti, tra coloro che hanno protestato, hanno definito questa riforma incostituzionale. Ma è davvero possibile affermarlo?

Questi sono vecchi clichè che normalmente vengono utilizzati durante questi dibattiti e molto cari a certi organi di stampa. Ma sono uomini di diritto e in quanto tali sanno bene quali sono i profili incostituzionali. Qui, obiettivamente, di incostituzionale non c’è nulla. La critica che si può fare è che questa riforma si limita a proporre alcune considerazioni di principio, che sono condivisibili, ma non risolve i problemi. A iniziare proprio dal rapporto tra magistratura e politica: sul tema delle porte girevoli trascurare le questioni delle indennità dei fuori ruolo e di come si è cooptati dal mondo della politica è non tanto un’occasione persa, quanto voler fare finta di fare una riforma. Sono convinto che l’unica cosa che avrebbe potuto creare uno shock all’interno della magistratura fosse il sorteggio, che toglie potere alle correnti e le riporta al loro alveo naturale, che è quello del dibattito culturale.

C’è invece chi ha definito incostituzionale lo sciopero.

Ho partecipato agli scioperi e fui io l’ultimo a farlo. E finché si garantisce il pubblico servizio non vedo problemi di incostituzionalità. Ma lo sciopero assume un connotato spiccatamente politico e ripropone l’idea che la magistratura debba agire su un piano di contrapposizione. Penso che questo sia il tema più importante da affrontare. Non per coartare la libertà di idee dei magistrati, che è sacrosanta, ma per capire se in un ordinato ed equilibrato rapporto tra poteri dello Stato sia attuale questo sconfinamento e questa idea che la magistratura debba in qualche modo dettare o condizionare le scelte della politica. Penso che i cittadini abbiamo compreso e vogliano avere dei giudici che applicano la legge e che non siano animati da un’idea di contrapposizione politica.

Che c’era anche quando lo sciopero lo ha organizzato lei, però.

Certo, l’ho detto anche nei miei libri. I nostri erano scioperi politici, che trasportavano l’Anm sul terreno della contrapposizione, al netto delle considerazioni tecnico- giuridiche che venivano fatte rispetto a quelle leggi. E questo ha fatto comodo a tanti. Specie ad alcuni giornali e a certi partiti.

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